
INTERVISTA AL POETA
A domanda rispondo: chiedo
d’essere scemo; che almeno mi si tolga
coscienza, veleno e storie dalla testa. Quelle
bianche venendo senza mani in cerca di me, con
noia e fede spesso le lavo. Ebbene, per
piacere non vengano più. Vorrei
vuoto assoluto per farci
il morto, e non mi guardi più niente. Elencherò: la
gente, pasti, libri, cellule
occhiute delle porte.
Mi pesano
molto i muri, le travi soprattutto c’han fatto
carriera. Poi il talco
degli orologi, il faro del letto, la carne come
un cow boy. Che io
finalmente sia freddo, invivente, con solo
un albero accanto e mia madre tra le altre piante.
METAFISICO
Il fatto è questo: sogno
tutte le notti la coltivazione del mais, e al
centro, il mio pensoso canissimo Cane soffia
sorridendo l’universo da sé: ventoso sulle
zampe come due albe.
Poi, così fanno le nuvole e i cavoli di panna
bollente, anche vedo:
va e viene odorando sempre più, l’assoluto,
esplodendo
nel colore, gonfio di luce come lampade, in
dentro. Credo, senza vantarmi, d’essere davanti
al poco eterno concesso. Ringrazio
questo nel sogno, anche
morendo e il collo non vuol
farlo; i
polmoni tengon duro con pupille
di vita, una per ognuno. Muore
con me un esercito di maiali, giardino zoologico, la
giungla, l’intera stirpe animale.
L’ARTE DI RICOMPORRE COSE SCONNESSE
Basterebbe il piombo
d’una sola parola. Ma nel giorno dell’anno di nome
Annino, ruffiani rozzi vocaboli ventisette
giocano a poker. Troppi. Che bella
scienza in rotondo: una birra agli ignoti! Tanto
la grazia svelta del cinismo li prenderà come
topi al tramonto. Io arrivo su
strada più acciuga di ieri; si lascia
mangiar viva dai piedi che non la rivedi se anche
ti giri subito. Quante
bestie ci dà la natura, a essere intuitivi! dentro
corpo, fuori lo stesso. Finora
ho fatto cose ben fatte. Detto, son stata mattina
presto e narici. M’ha invidiato
il destino più d’una volta, poi
sono esploso. Ma si
romperanno dopo la schiena a leggermi.
Il cosmo avaro; il lavoro cosmico d’una
Parola. Non la mette lì a caso. Pesa.
Sollevo
la bilancia quanto
possono farlo i piedi mai pari e i vestiti. Guardo
l’ago salire a braccio di treno sul mio
sin fonicamente Io che schiaccia
il sottosuolo dei verbi di topo. Declinando
troppo al poker si perde.
ANDANTE PESANTE CON ABBANDONO
per Daniela Marcheschi
Il piatto
filippino preferito è la scimmia. La portano in
ginocchio, il viso sulla tovaglia poi
il cervello lo segano vivo. Ci facciamo
un’idea del mondo mangiando, del modo
di fare ordine della vita, radio, giornale, d’un
patito giallista. Io
mai m’abituo; ma l’auto
sul viadotto s’allontana simile al viso ben diviso
della barista, nel mattino: triste, ben
triste, in due. Come si va
semisoli insieme giù per la strada.
Danì
capisce il chiodo nel cervello: lo batte un solo
uomo, certo, e l’inferno detto la vita. Lei ha
un diverso rapporto con la carne; ma stan
piegando la sua natura, così dentro il letto. La
stan mettendo sotto spirito: i piedi sul lato
del vetro e testa al contrario. Una foce. Leggi
fato. Anche il Nilo
si guarda da ragazzi e per primo ci prende in giro.
O quando
uno di noi s’alzò nel sonno dicendo “lo zio ama i negri!”.
Per legge
di gravità il tempo è passato. Siamo ormai
diventati, con moto
che allontana dal posto, e dai negri ci importa
poco. Ora c’è
un comportarsi da zie e tutto il resto. C’è non essere
più capaci del colmo. NOI
digeriamo QUEL piatto. Insomma oramai del sonno
c’appartiene l’insonnia.
Di lei. Che si strappa
di dosso l’io semifuso dal corto circuito d’uno
sbalzo da pressione nel sangue.
Sviene
indietro come l’acqua del Nilo va in su. Colpito
in un lampo in viso il centro della memoria. Dati.
Mentre
dal toporagno arboricolo a noi, il tempo evolutivo
è settantacinque milioni d’anni. Dice la radio.
FINE
La porta parlò – io stavo
dietro e disse ch’ero un poeta. Non l’avevo
mai ammesso ad ombra cinese, o alla casa, i
corridoi camerieri tuttalpiù li pestavo.
Son sempre
volato così: mai stato dovunque stessi. Volavo senza
parlare di me finché ero davvero
l’idea che gli altri si fanno. La
porta evaporò dietro, dopo che
mi sedei più solo che offeso, col Ministero
della Difesa alle spalle, tutto il muro e la strada sirena che
rimava come una bestia, lei, coi
piedi, i reni e con le
mani sulla faccia sudata. Ero un
poeta: attraversavo muri
cinesi seduto sull’acqua non dicendo
un’h di me. Mai. M’accendevo
da entrambi i lati senza
pensare a niente. Com’il
cammello può entrare nella cruna dell’ago.
Cristina Annino, nata ad Arezzo, attualmente vive e lavora a Roma. Nel 1968 pubblica il libro Non me lo dire, non posso crederci, edito da Téchne a Firenze, città nella quale si laurea in Lettere Moderne. Altri suoi libri Ritratto di un amico paziente (Gabrieli: Roma, 1977); il romanzo Boiter (Forum: Forlì, 1979); Il Cane dei miracoli ( Bastoni: Foggia, 1980); L’Udito Cronico (in Nuovi Poeti Italiani N°3, Einaudi: Torino, 1984). Nel 1988 vince il premio Russo Pozzale con il libro Madrid (Corpo 10: Milano, 1987). Nel 2001 pubblica Gemello Carnivoro (Faenza) e nel 2002 a Prato, in collaborazione con il pittore Ronaldo Fiesoli, Macrolotto. Ha pubblicato varie plaquettes e poesie in antologie in Italia e Spagna. E’ prossima la pubblicazione di un nuovo volume. Da alcuni anni si occupa anche di pittura e alcune opere sono visibili nel suo sito: www.anninocristina.it.
L’immagine scelta è un quadro della poetessa.

Poetessa che non conoscevo, grazie Francesca!Poesie narrative con molte inarcature e versi che spezzano la metrica e a volte spiazzano. Il tono è interessante. Arrivano dirette. Ottimo!Si percepisce che è anche scrittrice…in prosa e in versi!
Un caro saluto
Un fascino tutto particolare hanno queste poesie. Un mondo interiore, una visione del mondo che si propone senza compromessi. Qualche cosa che non cerca a tutti costi il consenso di tutti. Percepisco una grande liberta nel percepire, pensare, poetare –
Molto belle queste poesie!
Merci!|
Una poesia che urla parlando piano e bene. A visione vasta.
Grazie per la scoperta, Francesca, davvero.
Grazie a voi!
Sì, la poesia di Cristina Annino è singolarissima nel nostro panorama, un peccato che sia rimasta seminascosta. C’è ironia, ferocia, le cose che emergono solide dai versi (“dentro corpo fuori lo stesso”). E trovo azzeccato il titolo GEMELLO CARNIVORO, pensando alla poesia – un altro io che si nutre di noi.
Poetessa che conoscevo e sempre all’altezza.
Cristina Annino è una delle più grandi poetesse italiane contemporanee, l’unica sua “uscita” anni fa in un volume di un editore “maggiore” la dice lunga su come funzionano le cose in Italia in ambito poetico. Chi sta fuori dal coro e non è di moda paga caro il prezzo. Mi consola che esista – e so per certo che esiste – un folto gruppo di persone che amano e difendono la poesia di Cristina.
-Elio Grasso
Sono e mi vanto di essere- una cara amica di Cristina Annino, più volte ho citato il suo esempio (dalla bianca einaudiana, dopo invito di Fotini, all’oblio, ma toccherebe un folto elenco di altre grandi italiane…resta scandaloso il silenzio editorial esuccessivo)
Anche perciò era nata “Donne in poesia /Incontri con le autrici italiane” anni addietro da questa mia passione/ricognizione.
Ma tornando alla dolce e dotata di crudeltà (artaudiana), Cristina – essa è brava, possente e libera.
Elegante nella sua noncuranza. Poeta libero/A.
MPia Quintavalla
Una curiosità che era già stata notata altrove: l’io delle poesie dell’Annino (anche se qui forse non appare molto) è sempre maschile. Se riesco a far intervenire la poetessa, sarebbe bello che ce ne parlasse.