Centosette / biciclette

di Mauro Baldrati

ladri_di_biciclette.jpgPer un devastatore il gusto particolare sta nel godersi la reazione dei possessori delle cose devastate. E’ questo che mi interessa quando lavoro da solo o in coppia col mio amico Trombetta, il mio socio guastatore preferito. Per esempio certe sere bruciamo i campanelli delle case con dei fiammiferi controvento: poi ci nascondiamo per ascoltare le esclamazioni degli abitanti quando va in corto circuito l’impianto. La luce va via di colpo, flap! e dopo un attimo si sente una voce che grida: “Oi! Se n’è andata la luce!” e inizia il trambusto. “Nilde, le candele!”. “Benito, mo cos’è successo?”. “Boh, saranno stati loro, quelli della luce!”.
Si sente qualche colpo, oggetti che cadono, io e Trombetta stiamo nascosti e ridacchiamo. Se siamo fortunati dopo qualche minuto Benito o Nilde si affacciano per guardare in strada. Chissà perché lo fanno, quando una casa rimane al buio gli abitanti hanno spesso l’impulso di uscire per guardare in strada. Allora vedono il buco annerito del campanello e si mettono a gridare: “Ohhh! Benito vieni a vedere che hanno dato fuoco al campanello!”. Quindi esce Benito che si mette a gridare, in mezzo alla strada: “O sventronata della befanona quella sbrindellata impestata fatta roba fatto lavoro! Sono stati quei tabacchetti del cappero che se li acchiappo gli do tanti di quei copponi sulla testa che li attacco alla muraglia!” Grida forte, in tutte le direzioni, per essere sicuro di farsi sentire. E noi lo sentiamo forte e chiaro, ed è proprio quello che volevamo sentire.
Comunque il mio capolavoro è l’episodio delle centosette biciclette.
I miei genitori ogni tanto parlano di un mio cugino molto manesco, un discolo, che adesso ha ventotto anni, fa il meccanico ed è un “bravo tabaccaccio”; però quando era appena finita la guerra e lui aveva la mia età, undici anni, in un giorno ha forato ben cinquantasette biciclette. Lo dicono con tono declamatorio, come se stessero cantando le gesta di un eroe di guerra: “Oi, Fausto ha forato cinquantasette biciclette in un giorno solo, cinquanta-sette!”, e ridono. La mamma ogni tanto lo racconta anche alle clienti, quando è nel suo laboratorio di parrucchiera, dice “cinquanta-sette” col suo tono declamatorio e ride, imitata dalle signore. Io non capisco. Se l’avessi fatta io questa cosa delle cinquanta-sette biciclette i miei genitori sarebbero impazziti di rabbia. Invece per mio cugino Fausto ridono, sembra addirittura che lo ammirino. Comunque questo gesto delle cinquantasette biciclette è una bella fonte di ispirazione per me.
Un pomeriggio di maggio salgo nel ripostiglio, apro la cassetta di metallo dove mia madre tiene il completo da cucire e prendo un grosso ago da materassi. Poi esco di casa e mi dirigo verso il centro.
Ho deciso di lavorare da solo perché voglio che questo gesto sia mio, solo mio, non voglio dividerlo con Trombetta. E poi se mio cugino Fausto, “Favsto” come lo chiamano tutti secondo la pronuncia di Mezzaluna, per cui Laura diventa Lavra, autocarro avtocarro e così via, ne ha forato cinquantasette e ha suscitato tanta ammirazione io posso fare di meglio.
Comincio dal negozio del barbiere. E’ una cooperativa di una decina di barbieri e ci sono sempre molti clienti. Mi muovo con circospezione, cammino avanti e indietro, mi accerto che nessuno mi guardi, mi abbasso per allacciarmi una scarpa e zac! affondo l’ago nel copertone. Ne foro tredici, faccio in fretta e fila tutto liscio. Però mentre cerco altri obiettivi mi sorge un dubbio: per bucare una bicicletta basta una ruota o bisogna bucarle tutte e due? In questo caso il lavoro si fa molto più complesso, diventa doppiamente pericoloso. Decido che ne basta una: anche con una sola ruota bucata la bicicletta è fuori uso, va portata dal meccanico. Sono sicuro che anche Fausto ne ha bucato una sola. Deve essere così.
Ne faccio altre cinque davanti a un bar, ma il tempo passa e sono solo a quota diciotto. Ne buco altre sei in giro e salgo a quota ventiquattro. Mi muovo come una pantera, cammino sulle punte dei piedi, mi guardo intorno con tutti i sensi allertati al massimo. Torno sui miei passi e vedo le persone che guardano le loro biciclette forate, allargano le braccia e dicono: “Vè che fatte robe! Quei delinquenti!” Quei delinquenti? ma io sto lavorando da solo, non ho bisogno di soci per battere il primato di mio cugino Fausto! Sono così ansioso di trovare altre biciclette che non riesco neanche a godermi la loro reazione.
Ne rimedio altre due in giro, ma per superare Fausto me ne mancano almeno trentuno. Si sta facendo tardi, sono esaurito e la gente si sta muovendo per tornare a casa. Le biciclette incustodite sono pochissime, ed è molto pericoloso lavorare in queste condizioni. Torno a casa a mangiare, e sono un po’ depresso perché non ho raggiunto l’obiettivo. Mangio in fretta in silenzio con mio padre che legge una rivista sulla tavola ed esco subito di casa. Voglio tentare di fare le altre trentuno di sera, anche se sono cosciente che non sarà facile. Ho la libera uscita fino alle dieci, ma se anche torno alle undici nessuno dice niente. La mamma è così stanca che dorme sul divano, oppure è già andata a letto, e papà torna sempre a mezzanotte. L’unica possibilità sono i bar, ma la gente è già seduta ai tavolini all’aperto. E’ molto rischioso lavorare così sotto gli occhi di tutti.
Ne trovo due per strada, gente che va a trovare altra gente, e sono a meno ventinove. Mi viene una sorta d’ansia per il timore di non farcela e di essere scoperto. Infatti basta che mi veda un solo ciclista e tutti gli altri arriveranno in massa a casa mia a lamentarsi e a chiedere i soldi. Allora non so come potranno reagire i miei. Sarebbe il mio malestro più grave, il più dispendioso, al cui confronto tutti gli altri sembrano scherzetti da niente
Mentre cammino sconsolato per il mio imminente fallimento passo davanti alla Casa del Popolo e vedo uno spettacolo formidabile: ci sono moltissime biciclette appoggiate un po’ ovunque, contro il muro, lungo la rete della casa di fronte, lungo la strada coi pedali appoggiati sullo spigolo del marciapiede. Mi fermo e allargo le narici, annuso l’aria e mi guardo intorno. Un mucchio di biciclette, quante saranno? Cento? Duecento? Deve essere una delle riunioni che quasi ogni sera si tengono alla Casa del Popolo: gli operai metalmeccanici, i contadini, i muratori.
La situazione è tranquilla, non passa quasi mai nessuno e mi metto subito al lavoro. Affondo l’ago in un copertone dopo l’altro, zac! zac! mi sbaglio e qualche bicicletta la buco due volte, ma alla fine ne conto settantasei. E ho fatto presto, solo pochi minuti. Ho strabattuto il record di mio cugino Fausto, l’ho eclissato. Faccio un rapido conto: settantasei più le ventisei di oggi fanno centodue. Immagino mia madre che dice, nel laboratorio: “Ne ha bucate cento-due!”, e mi sembra che non suoni bene. E’ una parola tronca, è troppo dura a confronto con “cinquanta-sette”. “Due” è meno elegante di “Sette”. Devo modificare il mio punteggio, lo devo perfezionare. Torno indietro e in un attimo ne buco altre cinque. Adesso sono “Cento-sette”, e stavolta suona bene, benissimo. E poi fa anche rima con “bici-clette”.
Mentre torno a casa penso che ho compiuto una grande impresa, ma purtroppo non so come godermi la gloria. Sono consapevole che i miei genitori lo prenderebbero come un malestro gravissimo, anche se lo stesso gesto compiuto da un bambino che non è loro figlio diventa un gesto simpatico, addirittura eroico. Io l’ho superato, l’ho annientato, ma temo di non poterlo rivelare. Provo un senso di frustrazione mentre vado in garage per prendere la chiave appesa sopra il contatore della luce, apro la porta di casa e riporto la chiave in garage per il babbo che deve rientrare dal bar. Facciamo sempre così alla sera, nessuno ha mai una copia della chiave con sé. In questo modo, dicono i miei, nessuno può perdere la chiave e rimanere chiuso fuori.
La mamma è già a letto. Accendo un po’ la televisione, la spengo, vado in camera mia. Mi giro e mi rigiro nel letto senza riuscire a dormire: ripenso alle biciclette, all’ago che bucava un copertone dopo l’altro, alle facce delle persone quando hanno trovato la bicicletta bucata, soprattutto all’aspetto corale della vicenda, quando hanno scoperto che l’hanno bucata anche agli altri: quegli scambi di esclamazioni, quelle successioni rapide di: “Bè l’hanno bucata anche a voi?”; tutti quei: “Oi!” e: “Mo fatta roba!” che rimbalzano da una bocca all’altra come il tam-tam dei bantar dell’Uomo Mascherato.

L’indomani passo da Zanzi il meccanico per vedere se ci sono dei riscontri. Lo trovo in officina che sta smontando la ruota di una delle tante biciclette che attendono di essere riparate. Si muove coi gesti rapidi e decisi di chi vuole fare in fretta per passare subito alla prossima. In officina c’è una donna che aspetta, probabilmente la bicicletta che Zanzi sta riparando è la sua. Purtroppo non parlano, per cui mi devo accontentare del solo aspetto visivo dello spettacolo. Per non dare troppo nell’occhio entro nell’officina, che è anche negozio di biciclette nuove, e fingo di guardare delle manopole.
Dopo qualche minuto arriva un uomo anziano con una bicicletta a mano con la ruota posteriore sgonfia. La donna lo guarda, poi allarga le braccia e dice: “Anche voi? Guardate qua fatta roba!”. L’uomo si ferma sulla soglia dell’officina, sbuffa, guarda la sua bicicletta e tutte le altre appoggiate un po’ dovunque, dice: “E’ stato Zanzi. Siete stato voi, Zanzi, dite la verità”. Il meccanico si gira verso di lui, si sistema gli occhiali con le enormi dita unte di grasso nero, fa un sorrisetto furbo e dice: “Osta! O io o un mio operaio”, e ridacchia. L’uomo con la bicicletta forata assume un’aria da pubblico ministero e dice, lanciando occhiate alla donna: “Guardate un po’ com’è contento il nostro meccanico eh?”. La donna si mette le mani sui fianchi e dice: “Non saranno mica stati i fascisti?” Ma l’uomo anziano sbotta: “Macché! Sono stati quei tabacchetti discoli, proprio come quello lì” dice, e indica me. Io ho un lieve tuffo al cuore e faccio un passo indietro, ma mi riprendo subito. Se qualcuno mi avesse visto ora non sarei qui, i proprietari delle biciclette sarebbero già piombati come falchi a casa mia a lamentarsi. “Eh?” dice l’uomo “Sono stati i tuoi amici, tutti quei tabacchetti come te…” ma viene interrotto dalla donna che si è messa a declamare, rivolta al meccanico: “O’ Zanzi, andiamo dunque, vedete di liberarmi che devo andare a fare la spesa. Cosa vi credete che abbia il tempo per stare qui ad acchiappare l’aria?”.
Torno a casa abbastanza soddisfatto, anche se non ho assistito a scene particolarmente melodrammatiche. Sto un po’ in cortile, in garage, vado a vedere se c’è Trombetta a casa, passano due o tre giorni che neanche me ne accorgo.
Stranamente non sento commenti tra le clienti di mia madre. Sembra che nessuno in paese si sia accorto che hanno forato centosette biciclette in un giorno solo. E’ tutto molto strano, per mio cugino Fausto hanno creato una leggenda mentre della mia impresa nessuno parla.
Un giorno che mia madre è di buonissimo umore decido di dirle tutto. Quando la mamma è in buona trasmette delle vibrazioni così positive che potrei dirle qualunque cosa, e talvolta lo faccio. Questa volta sono un po’ titubante perché sono consapevole che ai suoi occhi il mio gesto è un malestro grave, ma ho voglia di dirglielo, ne ho bisogno. Ho voglia di stupirla, di dirle una cosa forte. Siamo di sopra, in camera da letto, lei sta sistemando dei vestiti nell’armadio. Io sono seduto sulla seggiola in fondo al letto e la sto osservando. Lei parla delle sue clienti, di mio padre che non è mai a casa perché lavora sempre all’estero, della casa, ma non è importante l’argomento delle sue parole, come sempre quello che conta è il tono. Quando è di buonumore, come adesso, sprigiona allegria, ottimismo, comprensione, tolleranza. E’ il momento buono per raccontarle l’episodio, per avere la sua attenzione positiva, nonostante la forte carica negativa della mia impresa.
Le dico tutto iniziando con la solita formula introdutiva seguita da una pausa: “Mamma, devo dirti una cosa”. Lei all’inizio ascolta mentre lavora, poi si ferma, si gira, mi guarda e ascolta nell’immobilità più assoluta.
Quando ho finito lei fa una pausa poi dice: “Perché hai fatto un lavoro così?”. Io resto per un attimo in silenzio con tutte le antenne dritte. I miei radar stanno captando tutte le sue onde nervose, e mi stanno confermando che è nel suo stato d’animo migliore, è disposta ad ascoltare, a perdonare. Mi guarda seria, mi viene vicino. “Senti” dice con tono grave ma non ansioso, “come hai potuto fare un lavoro così?”. Io le dico che anche Fausto l’ha fatto, e l’hanno saputo tutti. “Che c’entra Fausto?” dice, e non pronuncia mica Favsto, perché la mamma non ha mai adottato queste parlate da contadini, “se Fausto ha combinato un malestro non mi sembra il caso di imitarlo”. Vuole sapere perché l’ho fatto, mi fa giurare che non farò mai più una cosa simile. “Per questa volta non lo dico al babbo” dice, “però non fare mai più un lavoro così. Capito? Non devi mai fare dei malestri così”. Io dico che non lo farò più, annuisco a testa bassa ai suoi pacati rimproveri. Non mi sta sgridando, mi sta parlando. Mi ascolta, mi capisce, tenta di mettersi dalla mia parte, cerca di insegnarmi a vivere meglio.
Passa altro tempo e dimentico l’episodio. Mi alzo al mattino e vado a scuola, mangio, gioco, dormo. Un giorno faccio un malestro di media gravità, ma viene qualcuno a casa a lamentarsi e mia madre è di pessimo umore. Ha il laboratorio pieno di donne, esce come una furia e mi trascina in cucina. Vedo con un brivido i suoi occhi sbarrati, brucianti di nervosismo, puntati su di me. Chiude la porta dietro di sé e urla a bassa voce, per non farsi sentire dalle clienti: “Mi meraviglio che non ti vergogni! Tu mi fai diventare matta, matta!”. Le sue parole, il suo tono, il suo sguardo sono come tante lame che mi tagliano a fette. Vorrei scappare, ma lei mi blocca l’uscita. So che non mi picchierà ma mi fa ugualmente paura, non sopporto quella voce gravida di furia compressa. “Mi farai morire sguanzita come un cane” dice “ne fai una dopo l’altra! Come quel lavoro delle biciclette che hai forato, fatto delinquente che sei!”. Io resto di sasso. Perché tira fuori questa vecchia storia? Tento di dire: “Mamma, ma la storia delle biciclette avevamo detto che…” ma lei mi interrompe. Quando è in queste condizioni non ha senso parlare, tentare di spiegare. “Anche Fausto però…” E lei, venendomi contro minacciosa: “Fausto è uno zingaro come te! Vattene via, vattene da me, sparisci!”. Mi insegue intorno alla tavola, riesco a guadagnare la porta e scappo fuori. Esco in cortile con gli occhi gonfi di lacrime, mi chiudo in garage, mi appiattisco contro la parete e prendo a pugni la macchina. Come ha potuto farmi questo? Quel giorno che ha ascoltato la mia confessione ha capito, mi ha perdonato, e adesso me la ritorce contro. Mia madre è inaffidabile! So già che stasera ci saranno altre urla, sguardi pieni d’odio, minacce. Voglio andarmene, e un giorno me ne andrò per sempre, sparirò nel nulla: andrò in giro per il mondo, come papà, e allora voglio vedere come starà, non le basteranno le lacrime per piangere!

7 pensieri su “Centosette / biciclette

  1. elena f.

    bel racconto,anche divertente ma con finale amaro. l’incomprensione fra le generazioni, il figlio che non comprende il perdono come luogo di crescita, atto di fiducia, ma lo pretende come qualcosa di dovuto, in una classifica di malestri che per una madre non ha molto senso, visto che in genere si tende ad esplodere per la classica goccia che fa traboccare un vaso già ricolmo…
    con tragica proiezione finale: mia madre è inaffidabile! detto da un inaffidabilissimo tabacchetto che medita oltretutto vendetta.

    che tristezza! purtroppo più che realistico, vero.

    saluto tutti

    elena f

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  2. lorpat

    Vi avviso che sto leggendo LE ANATRE SELVATICHE VOLANO AL CONTRARIO di Tom Robbins. Posso fare propaganda al più bel libro dell’anno e al più bravo scrittore vivente? Sì che posso. Facendo tesoro delle sue riflessioni sugli anni sesanta, stamattina mi è venuto voglia di catalogare tutto per decenni. Questo qui mi sta cantando gli anni ottanta, mentre questo qua non riesce a schiodarsi dagli anni cinquanta. Tom Robbins ci parla sempre di quell’età dell’oro che va dal neolitico alla summer of love, l’unica età ancora in anticipo sulla sua data di nascita. Mauro Baldrati mi sembra invece un maestro nell’arte di aggiustare orologi e di confezionare almanacchi. “Con l’aeroplano Jefferson arriverai sempre in orario”, diceva l’angelo grasso di Donovan. Credo che anche Baldrus ci grarantisca la stessa puntualità. Di questo nostro “bravo” e “giovane” autore mi è capitato di leggere molte storie stile anni ottanta, ma per la verità qualcuna anche più vicina ai novanta e al nuovo millennio. Il racconto che ho sotto al naso è sessanta che più sessanta non si può, quasi un Amarcord quarant’anni dopo quello di Fellini e Guerra. A me piacciono tanto queste storie e, se fosse per me, io le infilerei anche dentro alla colazione e alle preghierine del mattino. Secondo il luogo comune, tutti i bravi borghesi sono stati prima teppisti e poi rivoluzionari. Mentre quasi nessuno ha fatto il percorso inverso o ha imboccato una strada laterale. Ma ci pensi? Uno diventa teppista per colpa di una rivoluzione fallita. Chissà se le cose funzionano davvero così? Per fortuna tanti (a cominciare dal sottoscritto) la rivoluzione l’hanno fatta e l’hanno pure vinta con i Beatles. Spero anche l’eroe del racconto di Mauro Baldrati, anzi già lo vedo in cielo con tutti i diamanti, già me lo figuro sperduto nell’electric ladyland di una qualche metropoli balneare di tipo romagnolo. Ma perchè non chiederlo direttamente all’autore? Visto che si trova a portata di mouse, non sarebbe male chiedergli un qualche aggiornamento. Io ieri ho bucato centodiciotto biciclette. Non sarò mica il nuovo campione del mondo?

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  3. fabry2007

    te l’ho scritto già altre volte, Mauro: narrazione perfetta. in più, mi ricorda i tempi di mio cugino Michelino, e non è poco.
    fabrizio

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  4. mauro baldrati

    Ciao Lorpat, interessanti le tue considerazioni. Se capisco bene quello che mi chiedi: il nostro teppista diventerà, o può diventare una scheggia dell’Electric Ladyland (perché è vero, siamo nei primi anni 60, e l’Electric è del 69)? Non posso proprio giurarlo, però la risposta è sì. E’ altamente probabile. Anzi, è quasi sicuro.

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