IL REGIME DELLA VISIBILITA’ E LA “POESIA-PROBLEMA” – Parte II
di Giampiero MARANO
3. Marco Giovenale
Alla radice dell’esperienza poetica di Marco Giovenale non troviamo alcuna pienezza o ridondanza dell’io (il che non comporta la mancata assunzione di una responsabilità anche etica nei confronti del mondo) ma l’accertamento di lacune mai colmate, di un buio prenatale: «Mi è stata sottratta» si legge in una prosa di Il segno meno (1), «una primissima forma che non ricordo, o una serie di forme, non so definire, e subito dopo mia madre». Se la scaturigine e la natura stessa del Dichten viene esplicitamente riconosciuta dall’autore come una «voce che dice di mancare», si spiega allora perché la percezione delle cose che ne deriva risulti così frammentaria («il guasto intermittente dell’insegna / reality»), così pervasa dal senso di un irrimediabile «non ricostruirete», come avverte un testo della silloge Altre ombre (2). È vero che si è ormai spento «il filamento grande» (cioè le grandi “narrazioni” affermative dell’era moderna, ammettendo la legittimità di un’interpretazione macrostorica di versi che possono spesso riferirsi, piuttosto, a situazioni personali), è vero che nulla «splende più su pelle degli / amanti, della stanza»; nonostante ciò, continua a darsi un’eventualità di attrito generativo, di vita e contrasto con lo status quo: «Una riga un picco voltaico / del lume fa però perplessi ancora / pochi oggetti bianchi». Questa “perplessità” delle cose illumina forse una delle ragioni per cui Giovenale concentra la sua ricerca poetica sul suono, o meglio sull’assonanza, che diventa la chiave d’accesso a significati nascosti o inesplorati, comunque “dimenticati” proprio dai récit egemoni. Si veda ad es. la raccolta Raggi incidenti, con quell’avvio così sintomatico: «ne è rimasta / linea della voce – / spessori inferiori dei suoni». È come se Giovenale sentisse di dover ripartire dalla materia elementare, di ricapitolare la genesi cosmica, per poter afferrare il senso, o i sensi, degli oggetti, dispersi, occultati «oltre l’eco». Si tratta in sostanza di un ritorno alle articolazioni linguistiche primarie, che sono (leggiamo sempre nel testo iniziale) “marmi-mare”, solide e liquide nello stesso tempo, e dunque pressoché indefinibili. Questa indagine sul suono-senso, pervenendo a esiti di grande suggestione che si aprono alla dimensione dell’oralità, si esprime attraverso la figura morfologica della paronomasia. Alcuni esempi fra i molti possibili: “Tossendo: torcendo”; “Règolano: regàlano”; “Anima: anonima: animale” e “atonale: ateniese”; “curvano: curano”; “assente: sete”; “colpa: colpo”. La paronomasia, nella poesia di Giovenale, si presenta come la modalità di manifestazione della realtà nascosta, anteriore, cioè dello «svestirsi doppio / che ruota nelle cose», un’ambiguità sfuggente che ha sempre l’ultima impronunciabile parola, che agonisticamente interroga chi la interroga: l’«ultimo» di cui «non si può scrivere / essendo coincidente».
4. Carlo Dentali
Fra i poeti presi qui in esame, Carlo Dentali appare il più “estrovertito”, il più attento all’eventualità di declinazioni direttamente politico-sociali del bios e dell’oralità. Basterebbe uno sguardo ai titoli dei suoi lavori (Emerodromi (3), Cronache (4), L’oscillazione elettorale (5)) per intuire in che termini e fino a quale livello Dentali estenda la sfera d’azione della parola problematica, della poesia-ostacolo: da una parte, affidando all’allusività del testo il compito di veicolare la protesta o i segnali di disagio per i molteplici traumi causati dalla società del controllo («una legge vieta / più di quanto possano immaginare», leggiamo in Emerodromi); dall’altra sciogliendo questa stessa trasversalità in mimesi del gergo politico-giornalistico, come a volte avviene nei testi di L’oscillazione elettorale (si vedano quindi locuzioni quali «astensionismo / dilagante», «inasprimento dei parametri», «transazioni illegali», ecc.). Nonostante le “schiarite”, Dentali muove da un atteggiamento di totale diffidenza nei riguardi della visibilità e della frontalità, del quale possiamo forse considerare una perentoria esplicazione documentale questo testo di Cronache (dove, peraltro, viene consapevolmente registrato l’estinguersi delle macro-narrazioni moderne, con il susseguente déreglement): «Di certo c’è che non avremo / regale facilità, / e così, anziché grandi fondazioni, / dovremo sembrare / un’escogitazione astuta / sullo sfondo, / all’altezza dello striscione / indicante / come navigare senza più rotta, / con ritmi così frenetici e spettrali».
5. Alessandro Broggi
La poesia di Alessandro Broggi ospita la percezione di una precarietà ancipite, che investe contemporaneamente la fenomenologia e l’ontologia. Al bradisismo degli oggetti («il tempo degli avvenimenti / è ancora del tutto provvisorio» (6)) corrisponde infatti l’evidente caduta della polarità soggettiva, di cui Broggi coglie con forte senso critico il disincanto e l’ammutolimento, e tuttavia senza chiamarsi fuori dal processo in atto: «Passiamo la vita a evitare le situazioni di tensione, non siamo mai stati tanto occupati. // Spariscono gli spazi aperti; gelosia della perdita. // Il frinire dei grilli si commenta da solo. // Si impone una bellezza irrilevante» (7). Ne deriva sì una tagliente frammentazione ritmica che può costeggiare il nichilismo espressivo (così nella plaquette Inezie (8): «a perdita di mietitura / vallo a sapere / delle tue precessioni // acquate // …Polinesia») ma anche quella lucidità, quella provvidenziale diffidenza nei riguardi dell’io e delle sue (dubbie) apoteosi grazie alle quali è dato recuperare un dialogo più disteso con l’utopia («La rivoluzione sostanziale era una gigantesca tartaruga che attraversava il sentiero» (9)) e con la dimensione della corporeità, dell’interiore finalmente risolto nell’esteriore: «un’epoca intera di occhiate – niente idee se non negli sguardi» (10).
6. Angelo Rendo
La medietà (11), opera prima di Angelo Rendo, chiama espressamente in causa la responsabilità antagonista del trobar clus: «ci vuole una parola chiara / ed angelo è il suo contrario». Contro i miti dell’alta definizione e della comunicazione, contro la perspicuità disciplinata e senza sbavature della parola-immagine, Rendo si affida a un’eresia promiscua e da sempre incompiuta: «resto a turbinare fuori / dalla significazione, mi sconsolo / lucido quel che c’è da lucidare / chiamo il fresco a riposare / il pesce a puzzarmi / negli interstizi, fra i denti». Mentre i codici comportamentali della cultura contemporanea impongono il volo a bassa quota, un’energia d’urto che ricorda per certi effetti dirompenti l’”esordire” di Antonio Moresco chiede alla poesia l’assunzione di un ruolo tragico, autoriale, generativo e non neutralmente testimoniale: «perché non sondiamo l’eroe, / il governo esploso?» (12). L’aggressività e gli eccessi intemperanti del gai saber («bastare», cioè rimanere giudiziosamente entro i confini prestabiliti dai poteri politico-culturali, «sarebbe come credersi in empio / disegno») trovano completamento nell’interferenza di un vedere metafisico (ma nell’accezione non dualistica conferita al termine da Artaud) che consente a Rendo di raggiungere appunto la medietà: allora è proprio in questa chiave che possono essere letti i riferimenti al doppio che ci abita osservandoci in silenzio («come il tuo corpo contiene tuo / fratello, accucciato nell’estasi / dormiente, che ti fa scavo e / non senti…»), all’illusorietà del tempo fluente in uno spazio «fermo fermo», alla sola parmenidea realtà della stasi «compiuta».
Note:
1) M. Giovenale, Il segno meno, Manni, Lecce 2003.
2) M. Giovenale, Altre ombre, La Camera Verde, Roma 2004, con una postfazione di R.3) C. Dentali, Emerodromi, Lietocolle, Faloppio 2003.
4) C. Dentali, Cronache, «Dissidenze» – www.dissidenze.com, 6.10.2004.
5) C. Dentali, L’oscillazione elettorale, «Poesia da fare – IV Quaderno» – www.cepollaro.splinder.com, dicembre 2004, pp. 22-28.
6) A. Broggi, Dieci quartine da «Serate socievoli», ex_04.splinder.com, 24.10.2004.
7) A. Broggi, Manuale per avventure quotidiane (Tre finzioni del soggetto in forma di sentenza ironica), «Nabanassar» – www.nabanassar.com, 15.6.2004.
8) A. Broggi, Inezie, Lietocolle, Faloppio 2002.
9) A. Broggi, Manuale per avventure quotidiane, cit.
10) A. Broggi, Quaderni aperti, «bina», 23, 11.5.2004; poi in «Poesia da fare – IV Quaderno» -www.cepollaro.splinder.com, dicembre 2004, pp. 17-20.
11) A. Rendo, La medietà, Nuova Editrice Magenta, Varese 2004.
12) Il corsivo è dell’autore. Probabilmente anche il riferimento alla figura dell’eroe non va dissociato dall’attuale comparsa di fenomeni riconducibili all’affermazione dell’«oralità secondaria»: sul rapporto fra culture orali e tradizione eroica si veda di nuovo W. J. Ong., cit., pp. 103-104.
Testi
1) Massimo Sannelli
(Da, Due sequenze, 2002)
pane della serie; il testo solo; l’augurio con le mani –
e la parte improvviso, a novembre pieno, e
un più trastullo: ospitàle cuore: luce l’
albóre chiaro o il suo colore di grazia felice,
e grazia. quello che si rinnova è con più miracolo:
gennaio pieno e ricco, e
gennaio coinvolto e legato,
e arioso: e la verzura, e il
verde, l’occhio e l’occhio
luminoso, grandi accoglienze
in fuori…
*
poi l’uscita dalla mandorla
con l’arte, e il suo bisogno, e
il legame – il sistro in Italia,
la cicala –, tutto serenamente:
e il suo battere intorno, bestia
dura, ariete, animale, ariete,
Figlio e Madre, uno e una: e
l’arte
furente, l’atto naturale in s-
fiorare i capelli incosì, già opera
e erba e aria, aria, aria
(Da Lo schermo, 2005)
si sente simulare seta piana
e raso, per il tatto piano: l’odore
quotidiano e la pace con spegnere,
ridere, slegare, sacra: «fammi bere», per
elezione, come a una tazza, e beve.
il simile è in chi ama te,
teneramente: ombra di un’ombra,
a cui è seconda.
*
come la manna, così la lamiera
è diffusa: i vezzi in gesti, la pratica
di giorno in giorno che seduce,
con la violenza; guarda come.
una dice giaccio sola, ha sete, è notte, come
la manna del vero cielo, è notte:
e chi rimpiange, sorella, il fratello…
chi aggiunge il selvaggio al selvaggio,
perché ama la vita… Qui è il calore
bianco, che sembra gelo: il non-finito
cangia stile, tende ad altro.
*
il superfluo spaventa forte, un nido
dell’ovatta, bruno, si mostra scuro: per
esso si vaneggia e attrae l’uomo: la vista
lo raccoglie, pronta, che ricerca
la vita solitaria, di colpo. Così
ali e penne non salvano chi vola, chi
può.
Chi intende il superfluo, il cotone
si mostra nero, per contrasto con
un brutto; non chi sa la pittura
ut poesis. I due sono nemici. Dal primo
miracolo il secondo piove. Ma: il brutale
precede un soave, che è grande sui sensi, che
lo ricevono. Così la voce suona
fioca, una «trista dissociazione», e
dagli occhi le onde.
*
Nella sequela è un
principio vago: l’interno spremuto,
la stanza con il massacro, no, e un oh
di tremore, in nome della lingua
diffusa, il suo séguito latino o inglese.
Un’ora lava il piano. Un’ora, sul verde,
lo asciuga. Altri sono gli zitti. Per una
contestazione, a caldo, senza verbo: onda, piano,
onda e piano, le mani e il caldo, che
le salva: se no, no. Lo schermo
presenta bronchi (rami): è la leggiadria.
*
potenza delle reti, introduzione
assoluta: come il nervo; al piede – ma è
carne – di una colonna, o un ramo; ma è
la società degli amici, l’umanità
fremere, nei suoi rapporti. Al senso
basta una misura
ondulante, nei suoi rapporti, e l’orecchio
ne vive. Tale è lo stato, per voi: una specie
di ricamo, ripetuta. L’altro estremo è più
duro: perché non segue.
2) Marco Giovenale
(Da Curvature, 2002)
Lei non si vede più con lei.
Si alza dove il bastione di Passetto entra
nel muro esterno di Castello, alle cinque
arcate, nella differenza
di vento, così di suono,
i passi interni
impostano la voce per soffiare
(dunque non avere
voce) il vuoto
dove non vuole.
(Voce che dice di mancare)
*
Nel suo sogno appena fuori del negozio
lei abbraccia il fratello suicida, piange in una mano
per minuti fissi, e che la fissano.
La cosa è come la visione di santa Chiara
c’è uno specchio, il freddarsi flesso
dei neon. Si accendono di colpo sotto
la fine del mese, un fascio nero di denaro
passa dalle prime alle seconde tasche
tutto rimanendo rapido quasi
invariato quasi
(Da Il segno meno, 2003)
*
Dagli ossi dei lati,
dalle rasure sui muri
di mattone e noce
selce argento
quella non la scavi
serve per scavare
lei, sceverare
*
Il discorso tenuto all’ala non tiene il volo
lui. Hanno pensiero per la parola, ma non è questo
legato necessario, non è il resto.
Un cane con più veleno abbaia al muro chiuso
battuto dai motivi dell’acquata.
Il vaso nel vano del gelso scivola e trascina
la sopravveste via, che aveva lasciato lei.
Tutto quello che è muto si appoggia all’uso
che dà verbo, ragione scarsa reggia, lima
che tanto lede chi lei era, chi poi sei
*
Sotto il granire del treno, che sfila
nel suo orario, altre cose poi covano
fra altri rumori, meno scavati
vestite e scandite, al muro, filth
di tempo: riaddensato, tese in guardia
«come passerà il rimpianto – degli anni?»
quando sarà finito, chiasmo chiuso
il pozzo, arriveranno i creditori
con i fogli dentellati, l’aguzzo
nell’estro, di chi ha già quello che guarda
(Da Altre ombre, 2004)
Matrum proprium est
impeto a schermare
luce – spezza da vetro
le forme nella stanza come sempre
dovessero rischiare madri a vuoto
la vista allora
no – tradotto dentro
tenuto giù – il feto –
con gli scuri
*
Cielo del cieco polvere, forse è
Bramante a tagliare il travertino
del Lazio, alla Cancelleria.
Aracne su corso Vittorio
spende pigolii fatti parole
a bugnato compatto, bianco – contro
i fòrnici, voci di Campo,
un po’ indietro. Il mercato
e il palazzo si parlano,
una severità tra fiere
*
Si compone il morto mentre
un disco gira saputo e no –
la canfora abbaglia
i canditi del centrino
i bambini della famiglia
ridono dei nostri
nodi nel patio per
fortuna fa buio.
Durante la veglia pare
che sputi l’anima
dallo sterno, una cosa bianca
che gli rotola sul petto e – no
era solo scivolata la dentiera.
Guy tira un sospiro –
materia di racconto
3) Carlo Dentali
(Da Cronache, 2004)
I
Passa il principio che non
toccano automaticamente,
e la legge è ancora lì,
ferma da qualche parte.
Fateci caso.
II
E non innescherà
una provvidenziale dinamite –
l’estetica non può essere
processata –
ma quel trionfo è stato,
intellettualmente e fisicamente,
un totem, l’agnello sacrificale,
proprio per le aree costiere.
Non lo ricordava il sindaco,
il “divino”?
III
S’indovinano solo del seno,
e terribilmente,
le telecamere – vigili,
e questo non c’entra niente
con la desertificazione,
ultimo ostacolo.
IV
Si tratta di aree di commercio.
V
Direttiva che dev’essere recepita,
autobiografica,giocata sui
toni tenui per un breve tratto
in vantaggio: l’uno come velista
e l’altro come regatista,
sorta di commistione moderna
a questo appuntamento.
Ma è ancora troppo poco.
Tanti tacciono la più bella gara:
il ballo, il loro approdo.
VI
E apre un futuro luminoso,
con le dovute eccezioni,
in politica estera e in materia
di responsabilità.
Rispondo con una domanda:
vada come vada.
VII
Di certo c’è che non avremo
regale facilità,
e così, anziché grandi fondazioni,
dovremo sembrare
un’escogitazione astuta
sullo sfondo,
all’altezza dello striscione
indicante
come navigare senza più rotta,
con ritmi così frenetici e spettrali.
4) Alessandro Broggi
(Da Manuale per avventure quotidiane, 2004)
I.
I miei oggetti preziosi sono tutti in un territorio di conquista carico di esperienza umana, il vero
tempo che è contro l’oscurità incombente, a corpo aperto.
Sono sessualmente assorte tra le gambe, con un gran desiderio di pace da parte di tutti.
In piena estate, si sente, non mi intendo di vini.
Le guerre, i complotti e i massacri; non mi dispiace affatto averlo messo a parte delle nostre
questioni. Tra le rotaie attraversava il giardino.
La produzione di tutti, si domandò, oscurità, fulgore. Sapeva fare sesso.
Un locale del genere, di tanto in tanto, non riesce più a contenere.
Mi venne accanto a bisbigliare (una volta sola) il fiore rosso che cresceva nell’humus.
Non disegno mai: è troppo pericoloso.
“Chi?” Questa domanda fu quella per cui aveva una risposta a ogni obiezione.
Quando inselvatichiscono i gatti, questo stato di cose continua.
***
Tutto ciò che accentuano è soltanto lingua posseduta.
Il nostro colore più bello per distruggere, per raggiungere il mucchio.
Ciò che gli uomini chiamano, a causa della scarsa compagnia, i “maestri”.
Nella mia attività in volo a poco a poco strinsi le mascelle, quasi a far capire.
Salta fuori la contemplazione che porta alla morte, finché il mondo ne sia certo.
***
Ho passato il resto della giornata.
II.
Alla stessa maniera lo seducono e lo manipolano gli altri.
Ad ogni buon conto, l’onore maggiore spetta sempre a un dato di fatto.
Credo che la stancasse allettare a bassa voce. La merda, le aveva sempre risposto.
Sapevo della mia assenza, purtroppo la più breve che conosca.
Un viaggio, o almeno: sospendere uno degli sforzi maggiori sostenuti da una forza.
Disse lui: quando, adesso? Può essere stato qualcosa della sua vita?
Vedo, all’occorrenza, dei limiti nella giusta interpretazione.
***
L’effetto risultava diretto e completamente privo di importanza.
“La storia sarà presto fatta”. Un’accorata illazione.
Non ero sincero, confondevo i ricordi.
Si trattava solo di stabilire un giro di stanze.
Volere è piuttosto naturale; volere diventa interessante.
In extremis i particolari, diversi.
Si è liberi di elaborare le proprie idee a riguardo.
***
Mentre le rappresentazioni lo deformavano, gli facevano rabbia.
Il tempo è scaduto, va da sé.
Macchine da cucire: è il confronto più diretto.
Imboccavo strade più lunghe, non solo per l’aspetto esteriore.
Scegliersi chi accogliere: con telecamere nascoste.
Forti punti di interesse, e così via.
La rivoluzione sostanziale era una gigantesca tartaruga che attraversava il sentiero.
5) Angelo Rendo
(Da La medietà, 2004)
dopo la strettura,
un liquido e l’erranza significherà
pure
che non sarai remato:
scivolo di cartapesta e barriera
remota.
**
come ci si debba comportare
quando il nome comune si fa strada
ed essere faccia prova che il tanto
non vale se è lungo e ipotetico
questo appesantirsi vale stare
a casa – nemmeno la paralisi
nemmeno può portare a chiudere
i battenti (il caldo) la testa –
e tutto fugge sul più bello
via via e lascialo stare.
**
ovvero se fosse inenarrabile l’atto:
giungere al colmo di forze
e confluenze di scarti, hai visto
hai detto che non è fatto
fattibile insiste sulla nenia
il fondo
**
fusa col sorriso in un baleno
ha preso il giro sulla lingua
e dimostratosi saputo
il fastidio si rigira
in fede.
**
fuochi dell’aperta campagna, alluminio
di due stagioni far apparire l’età
come presente come dato altrimenti
la possibilità, che è pesante, si carica
dell’indocile, spinta, chiedere
fluidità al Padrone, quello grande
sua misura, mio rispetto.
mia misura, suo rispetto.

mi ha divorato due volte i commenti…
vediamo ora
in attesa che compaiano i commenti di Luigi, vorrei dire che questi testi di Marano e quelli di Marotta potrebbero e dovrebbero, se possibile, essere inseriti permanentemente in pdf in questo sito, come esempio di critica rigorosa e libera da condizionamenti di correnti e politiche ambigue.
fabrizio
Concordo con quanto scrive Fabry!Sarebbe un peccato se si perdessero…Complimenti per qeusta seconda parte del post!
Un caro saluto
alto spessore per questi versi tutti da …centellinare….
io ho sentito leggere Marco Giovenale, recentemente alla palazzina liberty a Milano, (e l’accurata presentazione che di lui ha riportato Cecilia) mi complimento ora con lui per l’intensità delle emozioni che ho provato ascoltando la sua poesia.
e naturalmente mi complimento con gli altri!
Alessandro Broggi è stato molto simpatico a leggere una poesia particolarmente intima….
ma ora non voglio dilungarmi…
alla prossima!