Giosuè Carducci (1835-1907)

Un piccolo omaggio per i cento anni della morte di Carducci.

Davanti a San Guido

I cipressi che a Bòlgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardar.
Mi riconobbero, e “Ben torni omai”
Bisbigliaron vèr’ me co ‘l capo chino
“Perché non scendi? Perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.
Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d’una volta: oh non facean già male!
Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido così?
Le passere la sera intreccian voli
A noi d’intorno ancora. Oh resta qui!”
“Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d’un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei”
Guardando lor rispondeva, “oh di che cuore!
Ma, cipressetti miei, lasciatem’ire:
Or non è più quel tempo e quell’età.
Se voi sapeste!… Via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità.
E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtù:
Non son più, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro più.
E massime a le piante”. Un mormorio
Pe’ dubitanti vertici ondeggiò
E il dì cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò.
Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fe’ parole:
“Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’.
Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir.
A le querce ed a noi qui puoi contare
L’umana tua tristezza e il vostro duol.
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol!
E come questo occaso è pien di voli,
Com’è allegro de’ passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;
I rei fantasmi che da’ fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.
Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l’ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l’ardente pian,
Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co ‘l lor bianco velo;
E Pan l’eterno che su l’erme alture
A quell’ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà”.
Ed io: “Lontano, oltre Apennin, m’aspetta
La Tittì” rispondea; “Lasciatem’ire.
È la Tittì come una passeretta,
Ma non ha penne per il suo vestire.
E mangia altro che bacche di cipresso;
Né io sono per anche un manzoniano
Che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio, cipressi! addio, dolce mio piano!”.
“Che vuoi che diciam dunque al cimitero
Dove la nonna tua sepolta sta?”
E fuggìano, e pareano un corteo nero
Che brontolando in fretta in fretta va.
Di cima al poggio allor, dal cimitero,
Giù de’ cipressi per la verde via,
Alta, solenne, vestita di nero
Parvemi riveder nonna Lucia:
La signora Lucia, da la cui bocca,
Tra l’ondeggiar de i candidi capelli,
La favella toscana, ch’è sì sciocca
Nel manzonismo de gli stenterelli,
Canora discendea, co ‘l mesto accento
De la Versilia che nel cuor mi sta,
Come da un sirventese del trecento,
Piena di forza e di soavità.
O nonna, o nonna! Deh com’era bella
Quand’ero bimbo! Ditemela ancor,
Ditela a quest’uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!
“Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:
Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare”.
Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio così.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,
Sotto questi cipressi, ove non spero,
Ove non penso di posarmi più:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su.
Ansimando fuggìa la vaporiera
Mentr’io così piangeva entro il mio cuore;
E di polledri una leggiadra schiera
Annitrendo correa lieta al rumore.
Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo
E a brucar serio e lento seguitò.

(tratta da Tutte le poesie, Newton & Compton, 1998.)

11 pensieri su “Giosuè Carducci (1835-1907)

  1. mariapia

    Oh quanti bei ricordi galoppanti nel rombo che il tonante maestro fa scatenar!dal solenne incipit al divenire preghiera nel cosmo..steso; e mi sovviene, caro Luca, quando mi feci prendere dai dei versi barbari, forse a scuoletta, e da quella sanguigna e fumante immaginazione,come un gran coro regale e terreno, ed una volta, per omaggio li ho citati persino ne le mie Moradas (“sette fila di scarpe ho consumato, sette grandi bottiglie che ho versato.. )
    C’ è un piede grave che affonda ad ogni passo, una andatura che merita trionfi, o d’essere riconosciuta, orecchiata, un canto. di voce paterna (anche -listica), ma toscanamente, non guasta. EH? Siamo a cavallo del secolo otto-nove- cento).
    Anche se mai tradirei il secondo che lessi (e assai più amato), Pascoli!Ma è un’altra storia, sempre legata alla prima formazione..
    Maria Pia Quintavalla

    Rispondi
  2. Marco Simonelli

    Questa poesia, al di là del fatto che illo tempore la imparai a memoria (e non era obbligatorio), è una di quelle del repertorio scolastico che più m’incanta. Il pezzo della nonna è ancora in grado di commuovermi.

    Rispondi
  3. Carla

    quanti ricordi si, e non solo dei tempi della scuola, anche di una parte importante della nostra infanzia,
    e quei cipressi, maestosi e fieri, così tanto presenti in questo mio paese…sembra quasi che vegliano sul lago.
    Grazie Luca.

    Rispondi
  4. lucaariano

    Grazie Maria Pia, Marco e Carla. Io di questa poesia ho un ricordo dell’infanzia quando mia madre mi leggeva poesie di Carducci, Pascoli, Leopardi. Davanti a San Guido poi l’ho ripresa ed imparata a memoria a scuola ed ogni volta che la leggo è un piacevole ricordo e questa poesia nella nonna mi commuove sempre…
    Un caro saluto

    Rispondi
  5. paola castagna

    Grazie Luca
    tutte le volte che leggo
    …I cipressi che a Bòlgheri alti e schietti
    Mi rivedo anni fa davanti a quei cipressi col sorriso fiero.

    Rispondi
  6. lorenzo durante

    se volete omaggi carducciani, salvo inciampi stampatorii nelle prossime 48 ore, in occasione salone del libro di torino, dovrebbero uscire per ZONA le mie VIOLAZIONI CARDUCCI (stretching & morphing joshua), con prefazione di Giuliano Mesa e postfazione di Federico Scaramuccia…

    Rispondi
  7. a.

    non ricordavo che fosse così lunga! ricordo che ce la fecero imparare a memoria, ora ricordo solo i primi due versi i cipressi che a bolgheri alti e schietti van da san guido in duplice filare. oh, anche i sepolcri ci facevano imparare a memoria, altri tempi. a.

    Rispondi
  8. Enrico Cerquiglini

    Non amo molto il Carducci ma questa poesia è una pietra miliare della mia infanzia.
    Ma “Alla stazione in una mattina d’autunno” ritengo che sia quanto di più “moderno” sia stato scritto in Italia.

    Oh quei fanali come s’inseguono
    accidïosi là dietro gli alberi,
    tra i rami stillanti di pioggia
    sbadigliando la luce su ‘l fango!

    Flebile, acuta, stridula fischia
    la vaporiera da presso. Plumbeo
    il cielo e il mattino d’autunno
    come un grande fantasma n’è intorno.

    Dove e a che move questa, che affrettasi
    a’ carri foschi, ravvolta e tacita
    gente? a che ignoti dolori
    o tormenti di speme lontana?

    Tu pur pensosa, Lidia, la tessera
    al secco taglio dài de la guardia,
    e al tempo incalzante i begli anni
    dài, gl’istanti gioiti e i ricordi.

    Van lungo il nero convoglio e vengono
    incappucciati di nero i vigili,
    com’ombre; una fioca lanterna
    hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei

    freni tentati rendono un lugubre
    rintocco lungo: di fondo a l’anima
    un’eco di tedio risponde
    doloroso, che spasimo pare.

    E gli sportelli sbattuti al chiudere
    paion oltraggi: scherno par l’ultimo
    appello che rapido suona:
    grossa scroscia su’ vetri la pioggia.

    Già il mostro, conscio di sua metallica
    anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei
    occhi sbarra; immane pe ‘l buio
    gitta il fischio che sfida lo spazio.

    Va l’empio mostro; con traino orribile
    sbattendo l’ale gli amor miei portasi.
    Ahi, la bianca faccia e ‘l bel velo
    salutando scompar ne la tènebra.

    O viso dolce di pallor roseo,
    o stellanti occhi di pace, o candida
    tra’ floridi ricci inchinata
    pura fronte con atto soave!

    Fremea la vita nel tepid’aere,
    fremea l’estate quando mi arrisero;
    e il giovine sole di giugno
    si piacea di baciar luminoso

    in tra i riflessi del crin castanei
    la molle guancia: come un’aureola
    piú belli del sole i miei sogni
    ricingean la persona gentile.

    Sotto la pioggia, tra la caligine
    torno ora, e ad esse vorrei confondermi;
    barcollo com’ebro, e mi tócco,
    non anch’io fossi dunque un fantasma.

    Oh qual caduta di foglie, gelida,
    continua, muta, greve, su l’anima!
    io credo che solo, che eterno,
    che per tutto nel mondo è novembre.

    Meglio a chi ‘l senso smarrí de l’essere,
    meglio quest’ombra, questa caligine:
    io voglio io voglio adagiarmi
    in un tedio che duri infinito.

    Rispondi
  9. lorenzo durante

    posso (forse) condivedere che “Alla stazione in una mattina d’autunno” sia quanto di più moderno scritto *nel diciannovesimo secolo*…

    Rispondi
  10. lucaariano

    @ Grazie Lorenzo, mi procurerò il vostro saggio sicuramente!

    @Anche io Enrico non amo particolarmente Carducci, un certo Carducci diciamo, ma ho bei ricordi legati a lui. Hai ragione è molto moderna la poesia da te proposta, aprì nuovi squarci.

    @A. è vero: anche io la imparai a memoria. Ho 27 anni, eppure mi sembra di aver frequentato la scuola un secolo fa…. 😉

    Un caro saluto

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *