Diluvio
Mi coglie lo scroscio dirotto
a mezzogiorno sul ponte:
dintorno la città – chiese e palazzi –
si scioglie in fumo e non si vede più.
Anche quell’ ultima cupola spare.
Rimasto solo è il ponte,
tagliato dalle sponde,
sospeso in alto in alto fra le nuvole
con le sue statue d’ angioli grondanti.
Ma mentre la città mi si cancella
nel fumante diluvio
dentro la nube uno spiraglio ride
verso uno sfondo di monti sereni:
e dietro un vetro limpido e sottile
l’ ultima pioggia un praticello splende
avvicinato in quell’ umida lente.
Fuori di porta è già tornato il sole.
Occidente
Al fuoco d’ occidente
popolosa declina
la via di festa; e filtra
a quel raggio d’ ebrezza
la folla che già fonde
in amorosa amalgama di membra.
A fiotti a fiotti il florido
fiume di carne scende;
si rigonfia sul ciglio
dell’ alta rampa, poi rovescia ombroso
e franto in ime gole
di tetri rioni e di chiese.
Mura
Mura ch’ io vidi in un sogno d’ infanzia
cadermi addosso a strapiombi di torri,
a blocchi d’ ocra fulva e di tufo
sulla silenziosa via del sonno,
vi ritrovo, passati tanti anni,
lungo la stessa strada sonnolenta,
altissime mura deserte di voci;
tremano al cielo pochi fili d’ erba.
Per miglia e miglia un sentiero solingo
circonda le altissime mura di sonno:
immobile il sole vi batte sul giallo
e ferma è l’ ora in un colore eterno.
Salmo
O miei piovosi inverni,
umidità delle mie strade antiche,
e voi, chiese grondanti,
cimiteri dentro le nuvole,
solo a sera una fiamma
d’ aperto cielo accende
il sanguigno mattone dei ruderi,
solitario sui prati spenti.
Mia vita, anche tu attendi
sui tuoi colori muti
il salmo dell’ ora serale.
La morte ci scioglie…
Guardavo le foglie
che il vento stacca dai rami
e via le trascina nei turbini
della pioggia e le macera e le stritola
fino a mutarle quasi
nel suo sibilo, nel suo grido stesso.
Allora m’è venuto il pensiero
della morte che noi pure ci stacca
così dal tronco della terra nero,
quando vecchiaia o fuoco
di febbri han consumato
la nostra foglia umana.
Un soffio appena più forte
il tremulo gambo recide:
e saremo così trascinati
dalla pioggia, mischiati
a nuvole d’ altre foglie.
La morte ci scioglie
nelle grida del vento.
Eppure chissà che senso
di felicità originaria
si proverà in quel momento,
quando le nostre corde
strappate dalla morte renderanno
un accento supremo
all’ unisono con l’ accordo
maggiore dell’ universo.
Forse l’ estrema gioia
inutilmente inseguita
per tutta la vita,
è quella che ci folgora al momento
di morire, nel grande mutamento.
Trasognato e felice
Trasognato e felice
per viucole antiche,
vagavo sotto un cielo
vicino alla pioggia. Leggero
ai passi m’ era il suolo
e vaniva la via sotto il piede
come un fiume di nuvole;
tanto mite scendeva
a specchio dei selciati
la dolce ora di sera fra le brune
case, e anche le persone ferme
nel vano buio delle porte avevano
non so quale perlata ombra sui volti.
Via Monserrato, via del Pellegrino,
Campo dei Fiori mi si aprì di gialli
meloni acceso e cocomeri rossi
nel grigio della sera senza lumi,
fin quando prese a cadere
una pioggia tiepida, lieve,
e le strade si fecero nere.
Gli schiavi
Come schiavi perduti
in crollate miniere,
i ricordi del cuore
scavano incontro alle speranze prime
che la vita lasciò dietro ai suoi mali;
disperati richiami
battono al buio e ascoltano se alcuno
risponda di lontano.
Talora un tocco lievissimo s’ ode
come vibrato da un martello d’ oro
e la montagna giubila a quel suono
alleggerita e pura;
ma subito il silenzio si rimura
sui paurosi giorni
orfani d’ ogni voce.
le mie speranze sono ormai cadute
dall’ altra parte della vita…
Fine di un giorno
Sono belle le sere
quando la luce scende di colore
e dall’ oro e dal viola
s’ immerge nel turchino.
Ma questa grigia fine
di giorno sotto il cenere d’ agosto
ha il pallore che scava il viso umano
un istante dopo la morte.
Dentro il cielo spettrale
i cipressi s’ infiggono più neri
e più livido sotto le loro ale
si rizza il travertino
della chiesa che altissima trasale
con un sobbalzo d’ ossa
gridato con un urlo senza voce
come quando nei sogni
si vorrebbe chiamare e non si può.
(da Giorgio Vigolo, Poesie scelte (1923-1966), a cura di Marco Ariani, Mondari, 1976)
Musicologo, filologo- critico commentatore, traduttore, scrittore e poeta, Giorgio Vigolo nasce a Roma il 3 dicembre 1894 da padre vicentino trasferitosi giovanissimo a Roma dove aveva sposato una donna romana. La sua formazione avviene nel periodo che va sotto il nome di belle époque, caratterizzato dal progresso in ogni campo e da euforiche condizioni di prosperità in Europa e nel mondo, periodo in cui il predominio del buonsenso borghese è già incrinato dalla voce dei ” novatori “, gli esordi
futuristici del 1909, la Voce prezzoliniana del 1908. Giorgio Vigolo compie studi umanistici e si dedica con passione alla musica. A soli 19 anni pubblica il suo primo ” poemetto in prosa “: Ecce ego adducam aquas, sulla rivista ” Lirica ” diretta da Arturo Onofri. Il suo primo libro è La città dell’ anima, dove, espresso in un linguaggio arioso, l’ amore del poeta per Roma si manifesta in una serie di poetici ” itinerari “
autobiografici. Gli anni della prima guerra mondiale lo portano al fronte,
senza però impedirgli di collaborare alla Voce di De Robertis.
Conseguenze determinanti sullo sviluppo del suo mondo interiore ha la scoperta dei Sonetti di Giuseppe Gioachino Belli: nel maggiore poeta romanesco, Vigolo sa riconoscere le potenzialità espressive e ne avverte il senso tragico dell’ esistere.
Nel 1931 cura una prima antologia dei Sonetti, con note. Pubblica Canto fermo e Il silenzio creato, poemi in prosa, dove la prosa soggiace alla tensione del ritmo e alla scansione del verso: il mondo è ancora Roma, ma il poeta rivela un deciso affinarsi del modo espressivo. In Conclave dei sogni, scritto dopo la morte dei genitori, il tono cambia, la parola si isola, rivela l’ angoscia, riconosce il senso del perituro, del finito, acquisendo insieme forza fino ad illuminare l’ esistenza miticamente. Non è
un caso che Vigolo sia sempre più affascinato da Holderlin, della cui opera inizia la traduzione dopo il 1930, arrivando all’ edizione con testo a fronte del 1958. Il richiamo alle armi durante la II guerra mondiale, accentua in lui un desolato pessimismo esistenziale evidenziato nella produzione legata a quel periodo, in particolare nelle poesie che compaiono in Linea della vita. A guerra finita diviene critico musicale (Epoca di Repaci, Risorgimento liberale, Mondo). Nella raccolta Canto del destino si accentua l’ inclinazione ad abbandonarsi ” alla iniziativa compositrice degli elementi viventi ” per penetrare nei meandri del reale fino a
cogliere il senso della destinazione ultima delle creature, dello squilibrio tra ricordo e presagio, parvenza ed effimero.
Fu poeta e prosatore ” limpido e sconcertante, musicale e plastico, concreto e surreale che, sotto un gusto barocco educato all’ incandescente incisività del Belli e coltivato…dal raffinato magistero tecnico e melodico dannunziano, svela in filigrana, una goethiana olimpicità fecondata dal fuoco della Begeisterung di Holderlin, in una allucinante animazione di corpi e di ombre, di superstizioni e di memorie, d’ incubi ed
estasi, che hanno fatto chiamare in causa…Baudelaire e Kafka. ” (Alberto
Frattini).
di Daniela Manzini
(tratta da: http://www.club.it/autori/grandi/giorgio.vigolo/indice-i.html)

Novità per me, felice, questa lettura del poeta Vigolo,ceh da atmosfere liberty trapassa al tragico, e sognante, via Holderlin, ma soprattutto tramite i poemi in prosa,(anche qui ponti, fiumi e città incombenti,fumi e mura di infanzia, etc..)
Ora poi, che abbiamo riparato gli inediti di China, con Luca, leggere poemetti interi è più gioioso.
Spero lo diventi anche di là, in CHINA.
Maria Pia Q.
Luca colpisce ancora !
Io mi ero praticamente dimenticato – colpevolmente – di questo poeta, ed ecco che lui lo fa rinascere dal suo cilindro magico. Veramente magico il suo, non come quello di certi maghetti da strapazzo di mia conoscenza.
@Grazie Berto, sono contento di averti riportato alla memoria un poeta dimenticato come Vigolo. Di lui rimarrà a lungo l’analisi critica dei Sonetti del Belli ancora presente nel Meridiano al poeta romano dedicato.
@Sì Maria Pia sono passato anche nell’altro post. Bene per Vigolo!Sono contento tu lo abbia riletto.
Un caro saluto
Di Vigolo, che in un tempo lontano ho sentito fraterno, ho amato “I fantasmi di pietra”. E poesie come questa.
CERCO NELL’OMBRA
Io perseguo fantasmi irraggiungibili
in fondo ai labirinti più segreti
della memoria d’una vita spenta.
Cerco nell’ombra come chi si attenta
in una stanza buia ove invisibili
stanno ammassate cose a tutti ignote
fuor che al fanciullo magico che s’ebbe
in dono immemorabile la chiave
ch’apre i colmi forzieri e ignaro crebbe
di tenerla con sé nel suo segreto
chiusa dentro al cassetto che non s’apre
se non con quella medesima chiave.
Grazie Fabio per la tua testimonianza d’amore per Vigolo e per questa intensa poesia!
Un caro saluto
‘Campo dei Fiori mi si aprì di gialli’
che meraviglia!
mi ricorda una canzone di Fabrizio De Andrè
e un quadro di Van Gog
Grazie Carla per i tuoi commenti sempre delicati e dolci. Sono sempre molto contento quando qualche poeta “obliato” entra nel cuore di qualcuno che, o lo conosceva poco, o lo aveva dimenticato.
Un caro saluto
Bè, è una delle tue peculiarità, caro Luca.
E’come se li salvassi, uno a uno..se ci pensi, è molto bello.
Thank you, Maria Pia