di Mauro Baldrati
Ieri in autobus c’era uno spettro. Ho udito la sua voce, mentre boccheggiavo per il caldo, tra uno scossone e una frenata del baraccone. Si è alzata tonante, stizzosa, aggressiva: “INSOMMA, COSA VUOLE DA ME LEI? HO LE SPALLE LARGHE IO, DOVE MI DEVO METTERE?”. Gli rispondeva una vocina flebile femminile: “Potrebbe stare solo un po’ più contenuto, ecco. Mi viene addosso”. E lo spettro: “MA LA SMETTA! LEI E’ UNA MALEDUCATA! VADA A LAVARE DEI PIATTI CHE E’ MEGLIO! VADA A LAVARE DEI PAVIMENTI, CHE E’IL SUO MESTIERE!”. Era debordante la violenza del suo tono di voce, impressionante la veemenza. Lo spettro ha continuato a insultare la ragazza, che era di corporatura minuta, forse filippina, in grande contrasto con la corporatura dello spettro, che era un uomo massiccio, più largo che alto.
Ora, quando io vedo la tracotanza e la prepotenza esibita verso i deboli, non riesco a trattenermi. Mi scatta, fin da bambino, un sentimento di ribellione, vorrei disfare il prepotente con le mie mani. Così mi sono alzato e, mentre mi apprestavo a scendere, ho toccato lo spettro su una spalla, perché si era alzato in piedi per insultare la ragazza più comodamente che da seduto, la quale sembrava sprofondare nel sedile, probabilmente spaventata. “Ma la smette?” ho detto, “si vergogni, razza di prepotente. Sta insultando una ragazza che non le ha fatto nulla!” Lo spettro mi ha guardato furioso, ha detto: “E TU CHE CAZZO VUOI? FATTI CAZZI TUOI!” E io: “me li sto facendo, sta urlando insulti da mezz’ora, lei è un violento e un cafone”. Lo spettro si è infuriato oltre ogni limite, ha gridato: “RAZZA DI BUFFONE! SCENDI CHE TI SPACCO LA FACCIA! HO 71 ANNI MA LA FACCIA A UN BUFFONE COME TE LA SPACCO COME NIENTE!” Io l’ho valutato, memore della mia esperienza di pugile dilettante: configurazione torello, pericoloso nel corpo a corpo (Joe Frazier, per capirci); puoi colpirlo con mazzate a due mani, ma non va giù. Il torello incassa di tutto, perché il collo corto e forte scarica i colpi su tutta la struttura, guai farlo avvicinare. Va tenuto a distanza con frequenti colpi di assestamento e soprattutto al plesso solare, dove è particolarmente vulnerabile. Io, con la mia struttura, 1.88 per 90 kg, con un ottimo allungo, ero particolarmente adatto per affrontare i torelli.
Sono sceso, ma ero travolto da pensieri contrastanti: potevo mettermi a fare a botte in strada, con un uomo di 71 anni con gli occhiali? E la denuncia, immancabile, ai carabinieri, il pronto soccorso, il processo penale e la richiesta danni? Potevo reagire accecato dalla furia? Potevo lasciarmi andare a mia volta alla violenza ? E poi questo è il tempo degli omicidi assurdi: se cadeva sull’asfalto e si spaccava la testa?
Sono sceso, ma lo spettro è rimasto su, continuando a gridare: “ALLORA BUFFONE? DEVO SCENDERE A SPACCARTI LA FACCIA?” Fortissima la tentazione di rispondergli: “E scenda, no? Cosa fa lì?”. Ma ho dovuto essere ragionevole. Gli ho detto: “Le pare che mi metto nei pasticci legali per uno come lei? Se ne vada all’inferno”. Intanto lui ha continuato a insultarmi (da bordo dell’autobus), e i suoi epiteti, lo ammetto, mi bruciavano sulla schiena. Ma ormai so che la violenza non risolve mai nulla, mai. La violenza è come la droga pesante, come l’eroina, porta con sé solo la sventura, e non ci sono vincitori.
Così mi sono beccato un’altra selva di BUFFONE e lo spettro è ripartito per la sua terra spettrale.
(Per leggere un’altra storia di spettri metropolitani cliccare qui)

Sempre interessanti queste bus-story.
Ciao.
Devi darmi un pò di tempo, Mauro!
Quella specie di orco toro lassù mi spaventa alquanto!:-(
Forse più che essere dei mostri o degli spettri, sono, quegli “individui”, dei posseduti da demoni; esseri che hanno perduto (da quanto tempo?) la propria individualità e sono stati fatti prigionieri e più non sanno chi parla al posto loro. È questa la ripugnanza che provocano. In fondo non sono nemmeno dei “cattivi”, solo dei semplici imbecilli. Come scriveva il buon vecchio Bert Brecht è il sonno delle ragione a generare mostri. Con questo non “difendo” certo il posseduto: al contrario, ognuno è personalmente responsabile del sonno della propria coscienza o ragione -chi la tralascia sarà perduto, sopratutto nei confronti degli altri. Andarsene di fronte a simili personaggi, non accettare (come si diceva ai tempi) le provocazioni è sicuramente anche una prova di saggezza. Ma… non dovremmo scordarci il coraggio civile di opporci ai soprusi; di non farci paralizzare dalla nostra indignazione: ma questo è senz’altro un discorso culturale (e collettivo) che nella società tuttavia mi pare trovare sempre meno spazio.
Sarà pure vero che violenza genera violenza ma un bel paio di cazzottoni sul naso certe volte valgono più di fiumi di parole e discorsi buonisti… :o))
E poi più che il sonno della ragione ormai siamo al coma irreversibile.
pepe
Sì, i commenti rispecchiano proprio i sentimenti contrastanti che attraversano una persona alle prese con uno spettro come questo: rabbia, impotenza, riflessioni, buon senso, voglia di cazzottoni e molto altro ancora. Siamo invasi. “La città invasa” era il titolo di un libro del fotografo Roberto Salvitani. Grazie.
la tua scrittura, Mauro, sa entrare nelle pieghe e nelle piaghe della quotidianità. sono racconti-test che svolgono una funzione antica della letteratura: interrogarci sul come, più che sul cosa della vita.
grazie
fabrizio
Un racconto davvero efficace, dove nella routinaria realtà di una metropoli irrompe, rediviva la bestialità di uno “spettro” che imperversa e destabilizza: non sconfitta ma abbandonata.
Giovanni
gli spettri non esistono: c’è l’umano che è prisma