Orfismo incivile: su Trovatori di Gianni D’Elia

trovatori.jpg

Qualche critico letterario prima o poi dovrà accorgersi, ammettere e scrivere che non ci troviamo di fronte a un semplice libro di poesia. Questo è un libro di “teatro in versi” e più precisamente è un libro di “teatro di parola” in versi. Le origini sono chiare e basterebbe tornare sull’idea abbozzata del coro di voci in Bestia da stile di Pasolini per riconoscerne l’imprinting (si torni soprattutto sulla conclusione del II episodio). D’Elia naturalmente sviluppa questa intuizione-base
con la maestria formale del suo poema in fieri e con la forza delle eredità raccolte ed incarnate: Baudelaire, Leopardi, Dante, Penna, Saba, Caproni (si torni qui sul tema della “tradizione come eresia” in Gianluca Pulsoni, Scorie contemporanee, pp.30-34). Dove prima c’era un seme, adesso un albero. Un campo di rose che costeggia l’orizzonte, in cui le terzine sono corolle che si schiudono e le voci movimenti del poema naturale. Si tratta in verità di un ritorno, se si pensa come dovrebbe essere al Dialogo della vecchia gioventù (1978) come vero esordio, teatrale, del poeta marchigiano. Ma c’è una novità, perché qui i protagonisti delle tragedie pasoliniane (Julian, Jan…) svaniscono come orfei smembrati e sciolti nell’armonia fluviale del cosmo. Quel che resta è un coro eretico, non ufficiale, pan-umanistico: un concerto di voci senza nome e senza corpo, il fruscio dei pensieri del mondo di cui parlavano già Agamben per Caproni e Mandel’stam per Blok. L’io dissolto sotto forma di “io-mondo” plurivocale e armonico. E anche nei testi in cui il soggetto lirico è presente, con le sue memorie personali e le sue opinioni, esso confluisce nel colloquio continuo con tutte le altre, più o meno indefinite, presenze reali e interiori.

La prospettiva orale e teatrale dell’opera è inequivocabile anche perchè ce la indica lo stesso autore a pag.12 con riferimento diretto a Shakespeare e a Carmelo Bene («Cantate l’oratorio come fosse / in voi la voce di Carmelo Bene…») mentre sin dal testo d’apertura si delinea la struttura polifonica del coro («Se varie voci parlano in un sogno / o nelle stanze del reale mondo…») così come poco dopo lo scioglimento dell’io lirico nel flusso pan-umanistico («Questa perdita in atto della vita / nel dolce naufragare dentro al mare»). Sin dal titolo, Trovatori, ci si richiama esplicitamente a un genere di poesia, la trobadorica, non solo specificatamente finalizzata all’esecuzione orale ma “parlante” di “valori condivisi” («Tra morte e guerra, l’amicizia e il bene…») che qui rivivono svincolati dalla fedeltà politica e signorile («Valore e cortesia, e la rivolta…»). È un canto corale d’amicizia, di fedeltà all’uomo e al mondo, una «cena d’amore», un inno alla salvezza («dobbiamo uscire vivi dalla gabbia!») dall’irreale sociale («argini di lamiera, ferme braccia…»; «meccanismo a difesa della merce»), culturale («la decadenza, luccica di sciocchi») e naturale («La tempesta in cui siamo ha il nostro nome…»). Si passerà presto, in questo utopico convivio di anime, dall’evocazione della scenografia, il contesto storico-geografico, ad una riflessione proustiana sulla “memoria” («Chissà perché torniamo come morti, / sui luoghi che ci videro vissuti, / dove pare rubata ora la vita…»). A lampi affioreranno le immagini sepolte del passato, come dono miracoloso della nominazione poetica: dai luoghi dell’infanzia al tema della “scomparsa”. E saranno proprio gli scomparsi, nelle voci dei cari defunti, ad aprire il discorso principale dell’opera: «la religione del mistero», la scoperta del “passato contemporaneo” e dell’assenza come “vera presenza”. Solo a questo punto le porte del poema si spalancheranno totalmente alla “pratica dell’ignoto”, alla convivenza impossibile di amici del presente e maestri del passato, in un continuo e musicato dialogo sopra la “natura” e la “storia” del mondo.

Un libro enorme: polifonico, filosofico, popolare. Dalla memoria personale al canto del mistero. Anche il tema politico e civile si fa qui cifra della riflessione filosofica e religiosa sopra la condizione “assoluta” dell’uomo. Ecco, dopo tanto consolatorio neo-orfismo, un vero grande libro “orfico” e incivile.

2 pensieri su “Orfismo incivile: su Trovatori di Gianni D’Elia

  1. Gianluca Pulsoni

    Davide: non solo hai scritto un gran pezzo sul libro ma ne sono oltremodo contento e felice di averlo letto, qui, da te e in filigrana averci visto tutto il “fiore” di un bellissmo lavoro, che volenti o nolenti, ci portiamo accanto.
    I critici li apostrofò ben bene Verdi, “cortigiani, vil razza dannata”… L’Italia è stata spesso, nel bene e nel male, “un paese di banditi” – per rubare l’espressione a un sommo.

    La poesia dovrebbe poter essere il più possibile vicina alla “vita vivente”… più o meno in una conversazione con D’Elia – molto bella, molto partecipe e dibattuta che ebbi al telefono in Febbraio – ci dicemmo questo. Orfismo e incività (la pratica politica del “negativo”, se vogliamo) sono armi che servono a questa vita vivente: ce ne saranno altre, ora noi grazie anche a D’Elia abbiamo queste.

    Per poi avallare il legame teatro-poesia, che non è una cosa scontata perché anzi, spesso è molto antitetica, vorrei farvi partecipe anche di alcune suggestioni che un grande attore, che ho conosciuto in questi giorni, Mario Barzaghi, mi ha “regalato”… a proposito della poesia che lavora “in levare”, in cui l’io è il risultato di scosse telluriche o di un funambolismo su una corda che tende nel vuoto – e questo è il “senso della terra”, l’umiltà, l’humus… il “canto della terra”.
    Barzaghi mi diceva del ritmo: dell’importanza del ritmo, di come esso leghi poesia, “assenza” somma e presenza scenica. Il ritmo… lui ha trovato conferma, nel suo percorso, in Mandel’stam… nel Mandel’stam che legge Dante… che scopre il ritmo come “traccia viva della voce”…

    Come ben dici tu, presenza e assenza… assieme… la parola è trascesa nel verso, nel rimbalzo del verso che fa da contropelo a ogni storia… E il ritmo oltremodo va, non solo prima, ma anche dopo il linguaggio… perché ha attraversato il bosco sacro… così come ora anche il “deserto è un miraggio”…

    […]

    Quando detta una riga, il sentimento
    manda uno schiavo sulla scena
    e qui l’arte vien meno
    qui respirano la terra e il fato

    BORIS PASTERNAK, da OH, S’IO AVESSI ALLORA PRESAGITO (trad. di A. M. Ripellino)

    Gianluca

    Rispondi
  2. Giovanni Nuscis

    Grazie. Leggerò senz’altro questo libro.

    (Segnalo sul blog UniversoPoesia un’interessante intervista al poeta: “Gianni D’Elia: «Aiutiamo la politica con il fiore “inutile” della poesia» di Flavio Santi, uscita su Liberazione nel 2006

    Giovanni

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *