Pasquale di Palmo, MARINE E ALTRI SORTILEGI, Il ponte del sale 2006
Mi colpisce, nell’introduzione all’ultima sezione della raccolta, la descrizione di due modi diversi di trapassare nell’acqua: il primo, quello della lotta, subito dopo l’errore o il pentimento, che causa nel corpo “livida la faccia, la lingua tumefatta (…) i grossi vasi distesi da un’enorme quantità di sangue nerastro…”. Il secondo, quello della resa istantanea, “il colorito quasi naturale, nessuna tumefazione nella lingua, pochissima spuma nella bocca…”, (p.61). Sono, a ben vedere, le forze contrarie che animano questa poesia.
Come conseguenza di questa lotta sempre accesa tra istinto di morte e resistenza umana, il poeta prova a immaginare uno stato intermedio in cui, pur non vivendo, si possa non essere. Lo dice citando Marina Cvetaeva, ma anche in molti suoi versi: “(…)penso di essere qualcosa di inanimato,/sasso nuvola bottiglia/che qualcuno ha lasciato sulla battigia”, (p.11). “Essere quella pietra, quel trifoglio,/che spunta controsole lungo l’argine”, (p. 15). “La vita che dimentica la vita/con il tonfo sinistro di un’accetta”, (p. 36).
Ogni linguaggio si regge su un’ossessione, reiterata, nelle varianti di una giaculatoria che ci accompagna fino alla fine. Qui è l’utopia di una vita sensitiva, pacificata, fatta di pura percezione sensoriale, senza il dolore del pensiero, in particolare del pensiero che pensa, “<>”, (p17).
Così Pasquale di Palmo sintetizza e ribadisce in questo libro alcune direttive della sua scrittura. Per esempio l’utilizzo di una parola scarna, tuttavia a lungo meditata, filtrata da sottili e volubili complessità sensoriali: “Per non dimenticarle/scrivo queste parole/che si diramano nell’aria/sottili come fildiferro”, (p. 22); la tendenza a togliere fino a far apparire lo scheletro delle cose, ridotto a pura essenza, a puro esistere. Ne deriva una tavolozza di colori ridotta all’essenziale, senza chiaroscuri, piuttosto alla tonalità delle giornate di pioggia e nebbia o dell’estate forte, che brucia tutto. Sono considerazioni già fatte a proposito di Ritorno a Sovana, ma che qui risultano essenziali. Questi testi, in effetti, non raccontano, piuttosto ripetono il vuoto che abita le cose, la loro inconsistenza materiale e spirituale. Il poeta nomina ossessivamente il sole, una luce che colpisce la faccia, pallida, ma precisa come una lama che prende di mira i lobi. “Nel sole azzurro si sfalda/la luce funerea del pomeriggio”, (p. 36). “Qui viviamo estate/e inverno, spiritati,/con il sole che ci batte sempre in fronte”, (p. 35). “Il sole ostenta lo scheletro/calafatato di una barca capovolta”, (p. 32). Siamo in presenza di una metafora della luce, svelata a pagina 33: “Talora mi chiedo se la luce/provi pietà per le rovine”.
La luce, dunque, mostra le cose e le fa vivere di un eccesso di vita. Questa insistenza nel ripetere e ribadire il lato malato della realtà, si basa sull’esperienza dolorosa del corpo pensato – casa vuota, casematta – in cui, forse, l’anima ha finito per coincidere col pensiero, il quale l’ha infine uccisa. La parola, allora, annaspa tra chiarezza e ricerca di immagini assolute, che tuttavia non diventano mai metafore. E’ un procedimento compositivo che può essere accostato alla prosa di Michaux, autore che DI Palmo ha tradotto, con in più la malinconia di Reverdy. Malinconia, come miele amaro, filtro tra la realtà e le parole.
Se in Michaux abbiamo la descrizione del mostruoso, e forse, la ricerca di una Bellezza nell’oltremondo – non inteso come realtà metafisica, ma come possibilità altra della letteratura – in di Palmo assistiamo al tentativo di descrivere l’assenza della Bellezza. Valga il testo di pagina 48.
Grande sole di scisto,
indovino nel cielo delle ciglia
i biondi riccioli
come una foglia crivellata
dalla grandine.
Scendi di sangue in sangue
Verso gli inghiottitoi,
grande sole barbuto
che incombi sul volto dei passanti
come una mano screziata a lutto
sul vento martoriato del confine.
Questa descrizione del male, rintanato nella natura intima delle cose – un sole che invece di scaldare e illuminare incombe sul volto dei passanti come una mano screziata a lutto – è possibile solo usando le parole più strettamente necessarie. La precarietà che abita le cose è la stessa che abita l’essere, il suo involucro. Ciò che è diario di un male oscuro, si trasforma, nell’ultima sezione del libro “Gli annegati”, in verbale giudiziario, cronaca giornalistica e referto medico; anatomia di ciò che rimane. L’assenza registrata nelle cose, ora è l’assenza della casa dell’Essere. Mentre Michaux descrive lucidamente apparizioni, tanto da farle sembrare reali, qui abbiamo la descrizione del corpo “sbattezzato” dalla pietà dell’acqua che ne mostra il lato grottesco e comico, l’assenza di anima. Il poeta, qui, si ritrae il più possibile; fa parlare la cronaca, costruisce, indirettamente, una grande metafora della condizione umana.
Tutti questi morti ci richiamano al compito di proclamare l’assenza, la mancanza di senso. Mancanza di pietas che vuol dire, forse, prendere atto di una pura esistenza non toccata dal pensiero che, pensando le cose, le uccide. Piuttosto, allora, esistenza pura, animalesca, dopo la minaccia di questi annegati, che per un momento si sono specchiati nello sguardo del poeta come a volerlo chiamare.
Ecco allora un gruppo di testi scritti in funzione scaramantica per controllare il male, mostrandolo, descrivendolo, perché non ci assalga. “Esercizi di esorcismo”, s’intitola la penultima sezione. E’ la forza della parola come strumento che ci lega al confine, che ci vieta il salto. La parola che ci chiama a un sentimento di appartenenza. Queste immagini della vita frammentata, percepita per brevi istanti, per rimanere ancora qui, malgrado tutto, ancorati alla terra proprio al confine con l’acqua – bilanciano le forze del libro e allontanano in qualche modo, la lucida parusìa bekettiana: niente vale e la parola può solo descrivere il vuoto e l’attesa.
Sono, forse, pulsioni minori, ma come già nel libro precedente, parlano della fioritura contrapposta alla vecchiaia; il mare blu cobalto, minaccioso e potente, all’azzurro del cielo e alla possibilità di fuga nei cieli alti.
“io perdermi vorrei come il falchetto/che incombe nel cielo d’agata/percosso dall’ombra delle vele/laggiù, verso il candore azzurrino del mondo.”, (p. 20).
Sebastiano Aglieco

Un altro tuo “saggio”, Sebastiano, su come si imposta e si scrive una recensione: soprattutto quando si analizza un libro di tale levatura. Complimenti ad entrambi.
fm