Isella legge Alborghetti

Gilberto Isella legge Fabiano Alborghetti
su Il Giornale del Popolo – quotidiano della Svizzera Italiana
Edizione del Sabato 26 maggio 2007

“L’opposta riva” del milanese Fabiano Alborghetti

Le acque calme della poesia rifugio di storie clandestine

Emarginati, fuggitivi, “sans papier”. Disperati che raggiungono clandestinamente le coste italiane in cerca di una vita. L’autore li ha incontrati e ha vissuto con loro per un lungo periodo: ne è nata un’opera poetica di grande intensità.

di Gilberto Isella

Sembra giusto che le peripezie dei lavoratori clandestini trovino eco in una poesia che voglia farsi specchio del presente. Viaggi a rischio dai paesi di provenienza, che le immagini televisive ci hanno reso tristemente familiari, tribolazioni a non finire sul lavoro e nei rapporti sociali una volta giunti a destinazione: non sono forse questi i contrassegni moderni e desacralizzati dell’eterna Odissea?
Merito del poeta milanese Fabiano Alborghetti (Milano, 1970) l’aver affrontato senza retorica e con notevole sensibilità analitica ed espressiva questa dolente materia (“impoetica” solo per qualche attardato benpensante) nella raccolta L’opposta riva (LietoColle, Faloppio, 2006).
Voltando la schiena alle tendenze in auge, in diversi modi improntati alla centralità dell’io, l’autore si richiama ad un genere che senza difficoltà definiremmo epico-narrativo, dove la rappresentazione temporale di una vicenda collettiva si carica indubbiamente di valenze epiche.

L’esperienza personale che ha preceduto la stesura del libro e di cui occorre dare dar riscontro non è di quelle che lasciano indifferenti. L’autore dichiara di aver vissuto per un lungo periodo, con l’assillo iniziale di trovare i mediatori giusti, a contatto con un gruppo di clandestini di stanza in Italia, condividendone vita quotidiana e disagi. Lo ha fatto per approdare ad una conoscenza più veritiera della situazione, per rimediare all’insufficienza del dato sociologico o statistico: “la sola risposta possibile per arrivare adilà del conosciuto e sfruttato, per arrivare a quella zona d’ombra che non è il dato statistico ma il sentimento dell’uomo che ha deciso di trapiantarsi altrove lasciando la propria terra, è stato il decidere di viverci”.

Conformemente al percorso narrativo scelto il libro è suddiviso in sezioni, ognuna delle quali segna una fase significativa della vicenda: l’abbandono dei luoghi d’origine, il viaggio, la vita di stenti in Italia. La nuova condizione (o non-condizione) di clandestinità aliena ugualmente il corpo e la psiche; “Da una riva all’altra separa solo/ la paura dell’inizio una mancanza di traccia:/ cosa lascio indietro// se vado diceva che memoria trovo?”. Le umiliazioni corporali subite a causa del lavoro stressante, della promiscuità, del cibo inadeguato o del sesso a pagamento si ripercuotono profondamente sulla vita interiore. Se la “nuova riva” non permette identificazioni autentiche, la vecchia offre soltanto grumi di nostalgia poveri d’immagini. Il conflitto tra somiglianza e diversità, su cui a lungo ci si interroga, non potrà non sfociare allora che in un amaro senso (o non-senso) d’inappartenenza: “Chiedo poco giusto il giusto/ per campare ma non basta. Altro non ricordo ripeteva// per avere le parole: dammi altro che il denaro, dammi un senso…”. O ancora: “Metà vive/ riposto oltremare metà viene lasciato // a se stesso nel tuo mondo”. Un sentimento che finirà per contagiare lo stesso scrittore, incrinandone abitudini e certezze, scombussolandone il modo di relazionarsi con l’altro.

A questo punto si presenta un ulteriore nodo problematico. Come riprodurre con fedeltà quel vissuto pur mantenendo nei suoi confronti la necessaria distanza? Quale lingua adottare, esiste forse una lingua franca dell’ospitalità? L’io poetico è consapevole che il proprio saldo organismo linguistico rischia di prevaricare il dire “imperfetto” dell’interlocutore; bisogna trovare un mezzo per garantire l’equilibrio tra i due diversi registri espressivi: “Non dovevo cancellare la loro voce o la mia, ma unirle come era stato durante i tre anni passati assieme” Una soluzione, che ricorda le strategie del verismo verghiano ma anche lo Spoon River di Lee Masters, è l’inserimento del discorso indiretto libero : lacerti di un italiano imparato approsimativamente nei corsi del dopolavoro, e sentito come lingua di dominio, con cui la lingua materna stenta a coabitare. Quelle cadenze genuine del malessere, quei moti d’animo esternati spesso con giustificata diffidenza non si devono mascherare, ma al contrario accompagnare e potenziare con il mordente del proprio idioma.
Si arriverà cosi ad una sintesti compromissoria tra le opposte rive linguistiche dell’io e dei clandestini, a un eloquio composito, dove a tratti sono ancora visibilii faticosi punti di giunzione, affiorano le reticenze, le incertezze del comunicare: “Ho imparato/ la tua lingua e comporto come devo. Mi rivesto travestendo/ ma non serve mi ripete, troppo fermo il tuo rifiuto// pur non detto quanto ammetti che con me qui al tuo fianco/ è disagio e quanto fermi il dialogare?”. Un rivestire-travestire psicologicamente dispendioso e che trova simmetrie e accordi nelle costruzioni sintattiche di Alborghetti. +
Queste infatti, e non solo nell’ultimo esempio riportato, tendono a sottometere l’ordine lineare alla sismografia del dislocamento-spaesamento richiesto dal tema.
L’impegno a rimanere nell’insidiosa area espressiva “mediana”, piena di insidie, tra la dizione dell’altro e la propria, crea singolari effetti prospettici che riguardano i luoghi e il tempo della narrazione. Effetti di straniamento che coinvolgono il lettore, tenendolo in uno stato d’apprensione e invitandolo a riflettere su quell’universo clandestino cui la società dello spettacolo nega sguardo e attenzione, o che il moralismo di parte censura.

Fabiano Alborghetti, “L’opposta riva” , LietoColle, Faloppio, 2006

Un pensiero su “Isella legge Alborghetti

  1. mariapia

    Credo che Isella colga nel segno indicando la principale difficoltà essere poi quella linguistica, la vera fatica dell’autore; ho pensato, per inciso, ad altre scelte, di temibile coraggio, nel secolo scorso, quale quella di Simone Weil, di condivisione della condizione operaia, o di più diluito apprendistato,di Erri De Luca, di fare la vita del muratore, etc.
    Certo, il prerequisito è l’abitare altrove: da sé, dal proprio nucleo indigesto dell’io quotidiano, e mentitore, e la ricerca di verità è pur sempre la ricerca di un altro/i, pronti a fare rivivere, spossessandolo o navigando al largo, lo spazio interiore..
    POi, dal mimetismo al rirealismo, al meticciato o ai sosia dell’io, la strada non è agevole, credo bene!
    Maria Pia Q.

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