“Contro il ‘68” (Agenzia X) di Alessandro Bertante e “Per una sinistra reazionaria” (Guanda) di Bruno Arpaia. Due libri da leggere, ma assolutamente insieme.
Il primo parla del chi, il secondo del come. Chi ha agitato l’Italia rivendicando la scalata al cielo, e con il suo delirio narcisistico ha fatto terra bruciata della politica dopo di sè. Come ce lo spiega Arpaia, cioè con che tipo di legittimazione culturale: ammantandosi di un progressismo che in realtà è totale resa all’appello tecnocratico di un sistema, di cui il rivoluzionario di un tempo è oggi divenuto l’officiante.
Il libro di Bertante parla di gente che ha potere politico e culturale e, certo, trascura le anime belle. Cè chi è sempre stato troppo nobile per coltivare l’assillo del potere (lasciandolo al padre o al marito) come qualche signora passata direttamente dal salotto borghese di mammà all’onanismo spirituale della new age californiana. Per loro il sessantotto è stato libertà estetica: bella cosa, per chi non ha l’assillo della pagnotta.
Poi c’è il lato hard della questione: il terrorismo è stato narcisismo sessantottino oltre che guerra civile mai finita, e la componente decisiva non era il marxismo leninismo strategico di pochi, ma l’omertosa simpatia dei molti, il Vogliamo Tutto di odore Marcusiano che legittimava nei circoli giovanili i compagni che sbagliano.
Ma anche qui, una volta colpito il vero obiettivo (il PCI), è stato tutto un volemose bene con quelli dell’altra parte (socialisti onnipaganti a Milano, poi ufficio assunzioni reduci). A un certo punto, come dice il mio amico Zivago, abbiamo visto passare il nuovo panfilo del potere catodico e a poppa e a prua era pieno di ex direttori di Lotta Continua.
Infine, quando si parla del ’68, manca spesso il convitato di pietra: Leonardo Marino, il portatore d’acqua che l’ha preso in culo e si è fatto cattivo. E neanche di Rostagno, dei suoi molti amici e della sua strana morte, più nessuno parla…
Comunque il libro merita: è sanguigno e documentato, scritto da uno della generazione cui toccano le 800 precarie al mese, come ha detto sul muso Bertante durante una puntata di “8 e mezzo” a Merlo di Repubblica, che faceva il gran signore e storicizzava, tentando di farlo passare per esagitato.
La tesi di Bertante, che è antigenerazionale ma proprio per questo molto politica (perchè si parla di chi ha preso e di chi è stato espropriato), va a mio avviso capita alla luce di quello che scrive Arpaia, il quale si pone da un punto di vista diverso, più filosofico, ma in realtà parla dei sessantottini più di quanto non voglia.
Il narcisismo di quella generazione non è una deriva genetica, ha radici nelle idee che hanno distrutto l’anima popolare della sinistra e hanno lasciato marginalità becera e comitati d’affari o stanche burocrazie di partito. Queste idee, con leggero maquillage postmoderno, continuano a erodere quello che un tempo si chiamava il morale dell’uomo, la sua sanità sociale e mentale, e ci stanno distruggendo. E’ il peccato originale del marxismo, il suo dipendere dal concetto liberale dell’uomo che ne fa individuo o massa e ne ignora il radicamento comunitario: combattuto strenuamente quanto di esso restava nell’Italia cattolica, si è dissolto pian piano anche quanto vi era di concretamente popolare nei partiti comunisti fino agli anni Cinquanta. Perfetta illustrazione di uno dei più celebri concetti gramsciani: l’eterogenesi dei fini.
Con Arpaia, certo, si va oltre la critica al ’68.
Il progressismo come pura accelerazione, la sudditanza alla tecnica, la riduzione della politica a rivendicazione del diritto individuale, l’indifferenza etica. C’è un misto di pragmatismo e necessità tecnocratica che si è sostituito all’agire politico (la ricerca del bene comune da parte di liberi soggetti, dotati di vero potere decisionale), e non sarà la rimozione dei leader e dei manager di una generazione a cambiare le cose.
Ci vuole bisturi al proprio profilo culturale, e nuovo senso della forma sociale.
Arpaia ne ha: il suo è un libro coraggioso.

Mah, Valter, questi libri saranno anche validi come scrivi, io però mi chiedo da dove venga questa furia distruttiva – con l’alibi del “capire” – verso il 68, una stagione piena di contraddizioni, certo, di errori, di ingenuità e chissà quant’altro, ma anche di sogni, di ideali (ne abbiamo già parlato nei commenti a un precedente tuo post). Qualcuno ha detto che c’è un insaziabile desiderio di vendetta: vendicarsi di quei sogni, con un processo revisionistico di distruzione.
Nein.
Liquidare quelle pretese oniricamente totalitarie per tornare a sognare l’uomo incarnato.
Io, invece, vedo un “nuovo 68′” alle porte, forse ancora e realmente più distruttivo. Se qualcuno, oggi, cavalcasse “il difficile momento politico” arriverebbe all’obiettivo…
Marco
Ma basta dai! Il 68. Ancora! Ma pensiamo alla vita!
Un periodo terribile anche nell’arte: film inguardabili, invecchiati malissimo, letteratura ai minimi storici; intellettualizzazione del Tutto e Subito. La Nouvelle Vague impazzisce letteralmente. La moda: pantaloni a zampa d’elefante, eskimo da barbone collettivista. Si salvavano le minigonne, che avevano a che fare con i Beatles, piuttosto che con Cohn-Bendit, ecco. I Nuovi Filosofi, dei poveretti di giornalisti che avevano il loro unico punto di forza nell’essere dei bei ragazzi. Dài, state ancora qui con ste cazzate? L’unica cosa che rimane del 68 siete voi che vi chiedete ancora cosa è successo nel 68. Cosa è successo? Niente. O quasi.
Grande drugo Franz, come puoi dimenticare il “festival di Woodstock?”, consacrazione mediatica politico culturale di quegli anni?, ohibò? 😉
E le storie d’amore, d’amicizia, le poesie declamate nelle scuole occupate? Durante l’estate del 68 qualcuno – un qualcuno collettivo – riuscì anche ad essere felice. Forse questo rappresenta un’offesa intollerabile e scatena la furia distruttiva.
E Franz, credimi, se tu sei qui tra noi e scrivi in un certo modo, se sperimenti, e hai il coraggio della sperimentazione, lo devi anche a quei tempi. E non dire NO (non dire no…), perché non ne sei del tutto consapevole, usufruisci di un imprinting, come tutti.
Spesso penso al ’68 – io nato nel 1980, e provo un moto d’invidia. Mi dicono che ’68 voleva dire, condivisione sogno rabbia autocoscienza etc., tutte cose che ora francamente latitano. Però è innegabile che quella generazione seguì, in parte, la linea tracciata da Pasolini, che subodorava questo ed altro. Mi trovo spesso a scrivere di queste cose, tra cui questa poesia
Solo chi porta una carne segnata
può gridare civilmente: tutto il resto è,
tra l’altro, posa. Questo è capito, credo.
La reazione di oggi, se no, non si capirebbe,
perché ci siete voi, prima sulle barricate,
adesso in strenua difesa reattiva contro nulla (noi),
con la sindrome del perdente radicale, con la disillusione
marcata a fuoco, e che tra litote e litote
tirate a campà. E bravi figli.
Sono accadute molte cose nel Sessantotto, Franz, davvero molte. Già in un precedente thread abbiamo visto come sia difficile ragionare su un argomento che scatena ancora le passioni.
Personalmente, ritengo il Sessantotto un punto di svolta nella storia della coscienza occidentale, o, per meglio dire, del soggetto borghese. Allora si pose il fondamento per la sconfitta definitiva della classe operaia, proprio nel momento stesso in cui i giovani borghesi e proletari assumevano in massa il ribellismo alla Che Guevara come idolo (col codazzo di rock, erba, sesso facile). Il soggetto contemporaneo si foggia allora come soggetto desiderante, sempre più anarchicamente desiderante, e nello stesso tempo come soggetto consumatore (di musica, di erba, di tutto). E l’espressione più interessante della svolta è il leaderismo all’interno delle assemblee (i leader per lo più borghesi), col rifiuto della democrazia formale e l’apoteosi della democrazia diretta: il leader sessantottesco è esattamente l’incunabolo dell’anchorman televisivio alla Ferrara & Lerner… hic rodhus hic salta!
Io li leggerò, Valter, quei due libri. Spero di trovarci una risposta che non riesco ancora a darmi. In quegli anni ero nella culla, ma appena cresciuta ho creduto e sono rimasta affascinata. Ho letto e ho incontrato e mi son fatta raccontare e… non ho ancora capito come quasi tutti “quelli” del ’68 possano essersi trasformati in “questi” quasi tutti del presente. Rimane un oscuro mistero.
elisabetta
Io davvero non arrivo con la fantasy ai motivi che spingono personaggi come Brotto a sparare una sequela di sentenze gratuite tipo questa: “il leader sessantottesco è esattamente l’incunabolo dell’anchorman televisivio alla Ferrara & Lerner… hic rodhus hic salta!” Ma da dove le prendono? Se le inventano? Le hanno lette su “Chi” mentre aspettavano dal dentista? Ma soprattutto per dimostrtare cosa? Di essere dei “grossi”?
Io nel ’68 ci sono nata ed inutile dire che per me è stato un anno magnifico.
Mi fa piacere invece questo dibattito anche se non mi fa uscire dalla confusione: è stato bene o male? Concordo con Elisabetta e non capisco come quasi tutti “quelli” si siano trasformati in quasi tutti “questi”. Probabilmente leggere questi due libri mi aiuterebbe a far luce.
Forse la verità sta nel fatto che quando si è giovani si crede che con le “rivoluzioni” si può cambiare il mondo poi si cresce e si capisce che il mondo spesso cambia noi o quantomeno ci strumentalizza. Oggi sono convinta che con le “rivoluzioni” si cambia solo il nome all’oppressore e che invece con le piccole cose e il nostro agire quotidiano il mondo può cambiare. In fondo come dice P. Coelho “Lo staordinario risiede nel cammino delle persone comuni”
Stella
A me pare, dimenticando per un secondo tutto il bla bla bla che si è fatto nel corso degli anni, che il ’68 sia anzitutto un momento di consapevolezza. Mi spiego. Il ’68, visto oggi (per esempio da chi non c’era), appare come un potente faro che rischiarava un bivio in una giornata di nebbia fitta come quella di una volta, in Padania, che si poteva tagliare con il coltello: da una parte c’era il sogno di costruire una società nuova – fatta a misura d’uomo e “pacifica”: cacchio, non se ne poteva più di imperialismi, nazionalismi, genocidi, bombe atomiche… – e non già pianificata dai conti dei banchieri e dalle formule dei tecnocrati; dall’altra una società fondata sul “lavoro” – capitalistica o realmente socialista – in ambedue i casi repressiva, massificata e alienante (Franzk, va bene tutto ma il sig. Marcuse e il sig. Adorno li vogliamo buttare nel cesso?). Questo è il mio ’68 inteso come l’anno 1968. Che poi ci siano state delle derive, vuoi in termini rivoluzionari o di nuova guerra civile – senza trascurare l’intromissione di qualcuno particolarmente incline a strumentalizzare e utilizzare per i propri scopi neoimperialistici le pulsioni e i contrasti interni agli affari delle singole nazioni…–, vuoi nei termini camaleontici evidenziati dal post per cui “il rivoluzionario di un tempo è oggi divenuto l’officiante”… di questo possiamo discutere. Ma il 1968 non si può liquidare con due parole. È l’anno in cui abbiamo iniziato finalmente a capirci qualcosa… A ogni modo, io nel ’68 non c’ero e può darsi che la memoria mi tradisca…
Buona serata.
Pasquale
Che bestia! Quell’odioso Brotto sputasentenze! Scrive delle cose da neurodeliri, come “il leader sessantottesco è esattamente l’incunabolo dell’anchorman televisivio alla Ferrara & Lerner… hic rodhus hic salta!” : questa è una sentenza che appartiene ad una delirante sequenza di quel “personaggio” di Brotto. Il quale farebbe meglio sempre a tacere, onde non suscitare moti biliari nelle degne persone che scrivono qui, come Baldrati. E’ noto che la lettura preferita di Brotto è “Chi”, dove la sua anima rozza trova nutrimento, mentre gente come – che so? – Baldrati pasce il suo spirito in ben più alti luoghi, donde sortiscono affermazioni criticamente fondate e razionali, come “E le storie d’amore, d’amicizia, le poesie declamate nelle scuole occupate?”, affermazioni che fanno sognare le anime pensanti e belle.
Baldrati è una persona sensibile, non vorrei mai offenderlo. Perciò prometto a Fabrizio, Antonella ecc. di non rispondere a suoi probabili successivi post che mi riguardino.
nuovo organicismo, fondamento comunitario, dagli ai diritti individuali, il desiderio è il male, morale pubblica, primato delle idee sulle condizioni materiali nella lettura dei fenomeni storici…
il 68/77 sarà stata anche l’ultima rivoluzione borghese (oppure la prima dopo l’avvento – con piena legittimità – delle masse nello spazio del politico e del culturale), e magari ha prodotto anche un po’ di schifezze – difficilmente qualcosa non ne produce – ma la “sinistra reazionaria” esiste da un pezzo: si chiama destra
Sto leggendo al volo e non ho tempo di seguire tutta la discussione. Visto che in genere mi sono firmato Giorgio, volevo solo precisare che il Giorgio al commento n. 14 non è Giorgio Morale.
io, dell’epoca del Bertante, dico: se chiedete oggi a un venticinque-trentenne cosa pensa del 68, vi dirà che, potendo, pagherebbe di tasca propria i celerini di quell’epoca.
Ah, dunque il Brotto non si degna? Sorbole com’è sdegnoso il Brotto! Almeno qualcuno cerca di esprimere dei pensieri veri ogni tanto, come quello di Stella Maria: “Io nel ‘68 ci sono nata ed inutile dire che per me è stato un anno magnifico”. Questo è un pensiero, mica una sentenza gratuita come quelle sparate dallo sdegnoso Brotto.
Quello di Stella Maria non è un pensiero, è un dato di fatto: anche noi siamo contenti che lei esista e ami la vita, ma questo non aggiunge una virgola al giudizio storico su un’epoca, Quello di Britto invece – che Baldrati fa finta di non capire – è un pensiero e come. Dice che il narcisismo e il culto della personalità che abbiamo visto entrare in politica allora, hanno avuto un seguito nella società dello spettacolo, creato uno stile.
Merita rifletterci.
@Giorgio che non è Giorgio Morale
Sembri un vigile: ti accontenti di dirigera la circolazione. Per me il problema non è più da un pezzo destra o sinistra, ma lo spartiacque tra umano e disumano, che certo non coincide con quello.
68. Una volta una donna a me cara scrisse, a proposito: io sono nata nel 68 e oggi sono depressa.
Mi fece molta tenerezza. Un po’ come quello che scrive la soave Stella Maria (che saluto caramente). All’inverso, forse, ma alla fine sono estremi che si toccano. Il 68 siamo noi, sostanzialmente. Uomini e donne che vogliono uscire dalla propria spesso infelice condizione, che vogliono amare liberamente (non liberamente amare). E poi c’è il resto, la sovrastruttura dell’ideologia. C’è Marcuse, c’è Reich, sì, ci sono questi cattivi maestri. Li butto nel cesso, Pasquale, sì, perdonami.
Il 68 è stato sangue versato inutilmente. Balle spacciate per verità. Una rivoluzione abortita. Io sono figlio di quella libertà, grande Mauro? Sì, ma nella farcitura esterna. Se io sperimento lo devo al 68? Puo’ darsi. Ma cosa mi dà tutto questo? Gioco. Nulla più. Poi devo procurarmi da vivere.
Devo tornare agli anni del boom economico, per guadagnare. Il 68 perde su tutte le ruote. E’ finita. Siamo fottuti.
“Il leader sessantottesco” sarebbe “un pensiero” caro Valter? Guarda, io non so dov’eri tu in quegli anni (io brancolavo più o meno in giro, avevo 15 anni), però se anche tu eri in qualche modo presente o curioso dovresti sapere che non esisteva un “leader sessantottesco” così nettamente definito: questa è una banalizzazzione, una provincializzazione, una sentenza gratuita alla Brotto per l’appunto. Voi confondete il 68 – un movimento policentrico, con caratteri di spontaneismo, di sperimentalismo, rivolta ecc – coi movimenti marxisti-leninisti di orientamento maoista, che erano solo una componente minoritaria. Su di loro – identificati non so quanto in buona fede con l’intero movimento – si riversa la sete di vendetta dei nostri tempi furiosamente revisionisti.
Sottoscrivo l’intervento di Mauro al 20. Aggiungo che le manifestazioni, a cui partecipavo, e che, come ben sapete, erano quantitativamente “significative”, non erano popolate solo dai groppuscoli di stampo marxista-leninista o trozkista. A parte che questi sfilavano con le loro bandiere in manifestazioni separate. Vi siete dimenticati che all’inizio i media appoggiavano il 68? (e per media intendo il Corriere della sera. etc, etc…)
infattoi inizialmente fu ben valutato da commentatori come Silone, Umberto Segre, Aldo Capitini, Guido Calogero, di estrazione libertaria – poi la piega presa fu quella che sappiamo per la nostra italietta, cui è da sempre estranea proprio la cultura della ragione
buon per lei binaghi, ma decidere addirittura l’umano e il disumano è un po’ troppo eroico per me.
io da vigile mi limito a cose più terrene: giudico umano chi dice di esserlo non avendo motivo di dubitarne e osservo dove va.
constato quindi amichevolmente – sono vigile dopotutto – che una pretesa eroica come la sua va aggiunta al precedente catalogo, subito prima di “i diritti individuali sono decadenti”.
“tu sei un popolo vigile
i tuoi modi sono urbani
o popolo di vigli urbani!!!” (Totò)
ma da “liquidare quelle pretese oniricamente totalitarie” (giusto, concordo) … a “tornare a sognare l’uomo incarnato” non è sempre la solita nostalgia regressiva della comunità originaria?
@ FranzK
“C’è Marcuse, c’è Reich, sì, ci sono questi cattivi maestri. Li butto nel cesso, Pasquale, sì, perdonami.”
No FranzK, io non sono un buon cristiano dunque non ti perdono. A parte il fatto che avevo citato Adorno e non Reich… Metodo, signori, metodo! Nel modo di affrontare una discussione bisogna distinguere i “fatti” dalle “opinioni”. Quelle di Fabio (un nome a caso…) sono opinioni. Anche le tue, FranzK. Tranne questa: “Devo tornare agli anni del boom economico, per guadagnare”. Sono d’accordo. È un dato di fatto. Però stiamo attenti a non confondere le cause con gli effetti. È il ’68 che determina la fine di un’epoca di crescita vera (non quella dello 0,0…1 % che ci raccontano i politici di destra di sinistra o dei terzi poli [per chi crede ancora a tali differenze]), l’epoca della ricostruzione di un paese prostrato che ha consentito a tanti contadini del sud di emigrare, costruirsi una bella casa e far studiare i figli (e si può discutere di alienazione, catena di montaggio e tutto quello che si vuole con buona pace di Volponi, Guerrazzi e gli altri esponenti della letteratura proletaria ma queste cose allora le potevi fare, adesso col cavolo se non sei figlio di papà, e puoi anche laurearti con lode e parlare quattro o cinque lingue…)? O è piuttosto, il ’68, l’ultimo atto di un periodo irripetibile, frutto di una speranza alimentata negli anni del dopoguerra, quella di imprimere finalmente una svolta progressista a questo nostro paese che è geneticamente catto-conservatore (e non raccontatemi che l’Ulivo o l’Unione o il nascente Partito Democratico siano progressisti ché me la rido da qui a domani mattina)? Opinioni personali possiamo esprimerne a tonnellate, ma i fatti sono fatti e li viviamo sulla nostra pelle. Una intera generazione (la mia, per intenderci, quelli che nascevano quando i fasci e i rivoluzionari si accoppavano fra di loro mentre di là dall’oceano se la ridevano a crepapelle…) è stata estromessa da questa società fondata su baronati e nepotismi di ogni genere (altro che sul “lavoro”: sul lavoro dei fessi e sul guadagno dei furbi… io sono un ingegnere elettronico, cazzo, e da sette anni mi faccio un mazzo tanto per placare l’ingordigia dei miei padroni [quelli che si divertono a giocare in borsa…], ma se non fosse per il sostegno dei miei, due maestri elementari figli di contadini, andrei a chiedere l’elemosina in piazza Duomo… e non vi dico certi miei colleghi più giovani che lavorano a progetto per pochi spiccioli di stipendio che bastano sì e no a pagare l’affitto e a non morire di fame, senza contributi previdenziali, senza ferie, continuamente vessati e ricattati da capetti frustrati, a loro volta vittime dei loro superiori voraci di promozioni). E allora? Tutto ciò è colpa del ’68? O piuttosto non è stato il ’68 l’estremo tentativo di scongiurare questa deriva che ha scardinato le fondamenta dei governi nazionali in nome di una globalizzazione che serve solo a rimpinguare le tasche di oligarchici potentati multinazionali a danno di miliardi di uomini?: gli operai e gli ingegneri del far east sfruttati e mal pagati non solo dai loro padroni locali ma anche dai “civili” e “democratici” padroni occidentali paladini della delocalizzazione; gli operai e gli impiegati cinquantenni di casa nostra, presi a calci in culo dai loro “civili” e “democratici” padroni occidentali; i loro figli muniti di laurea, master e stage che non credono più a un cazzo perché gli hanno tolto il futuro! E allora, siamo pecore o intellettuali?
W il ’68!
@Delea
Aridaglie con la comunità originaria.
Io non ho alcuna simpatia per le robinsonate nè per rousseau.
L’unica comunità che conosco è quella naturale, cioè la famiglia, da cui hanno preso forma le comunità tribali fino al superamento del familismo nella polis. La distinzione tra politica (un patto tra gentiluomini) e comunità (dove vigono differenze e gerarchie fondate sulla naturale distinzione dei sessi e sulla naturale autorità degli adulti sui minori) è fondamentale. L’assorbimento della seconda nella prima, invece, opera del liberalismo e del suo rovesciamento collettivista, è risultata letale. Un uomo un voto: come se esperti e ignoranti, padri e figli, virtuosi e degenerati fossero il medesimo.
@Giorgio
Decidere l’umano e il disumano? No, mio caro.
Si tratta semplicemente di riconoscere. Capisco l’impotenza del giudizio che domina la cultura di oggi, ma distinguere il bene dal male è un dovere ineludibile, almeno per chi ha figli da educare e da attrezzare alla vita, e non crede che il mondo finirà dopo di lui.
“Cosa c’entra questo testo col Sessantotto?” si chiederà qualche spirito fine (ad esempio, che so?, Baldrati). Sarà uno dei soliti delirii brottiani. Invero, è uno scherzo.
Iperione (Brotto) a Bellarmino (Baldrati)
A volte si agitava ancora in me la forza dello spirito. Ma solo per distruggermi!
Cos’è l’uomo? potevo cominciare; come può succedere che esiste nel mondo qualcosa che fermenta, come un caos, oppure imputridisce, come un albero marcio, e non perviene mai a maturazione? Come può sopportare la natura quest’uva non matura accanto ai suoi grappoli dolci?
Alle piante egli dice: anch’io una volta ero come voi! e alle stelle incontaminate: diventerò come voi in un mondo diverso! Intanto va in pezzi e di quando in quando mette alla prova le sue abilità con se stesso, come se fosse capace, una volta che s’è dissolto, di ricomporre un essere vivente allo stesso modo un’opera muraria; ma nemmeno si scombussola se niente viene reso migliore pur con tutto il suo fare; rimane pur sempre artificioso ciò che attua.
Miseri voi che vi accorgete di tutto ciò, che non volete, nemmeno voi, parlare di fini umani, che siete anche voi da ogni parte afferrati dal nulla che governa su di noi, e perfettamente riconoscete che siamo nati per il nulla, che amiamo il nulla, crediamo nel nulla, ci logoriamo per nulla, per trapassare pian piano nel nulla – cosa ci posso fare se vi spezzate le ginocchia, quando ci pensate seriamente? Anch’io già mi sono spesso sprofondato in tali pensieri ed ho esclamato: perché mi affondi l’ascia fino alla radice, spirito spietato? Eppure sono ancora qui.
Oh, una volta, tristi fratelli, era diverso. Allora era così bello sopra di noi, così bello e gioioso davanti a noi; anche i nostri cuori riboccavano di fantasie remote e felici, e audacemente esultando i nostri spiriti si spingevano verso l’alto, rompendo le barriere, ma ahimè, quando si guardavano intorno, non c’era che un vuoto infinito.
In ginocchio mi potrei gettare, torcermi le mani ed implorare non so chi per avere pensieri diversi. Ma non lo soffoco il grido di verità. Non mi sono doppiamente persuaso? Se scruto dentro la verità, qual è l’estremo confine di tutto? Il nulla. Se mi elevo nello spirito, cos’è il massimo di tutto? Il nulla.
Ma sta’ calmo, mio cuore! Sono gli ultimi resti della tua energia che stai sprecando! Gli ultimi resti? E tu, vuoi tu dare l’assalto al cielo? Dove sono dunque le tue cento braccia, Titano, dove il tuo Pelio e Ossa, la tua scala, che porta su alla fortezza del padre degli dei, perché tu possa salire e buttare giù il dio ed il banchetto degli dei e tutte le cime immortali dell’Olimpo e predicare ai mortali: restate laggiù, figli dell’attimo! Non cercate di raggiungere queste altezze, poiché quassù non c’è nulla.
Puoi tralasciare di osservare tutto ciò che governa sugli altri. Per te ora vale la nuova dottrina. Sopra dite e davanti a te sicuramente c’è il vuoto e il deserto, perché è vuoto e deserto dentro di te.
Certo, se siete più ricchi di me, voialtri, potreste anche aiutarmi un pochino.
Se il vostro giardino è così ricolmo di fiori, perché il loro alito non allieta anche me? – Se siete così pieni del dio, consentite di bere anche a me. Alle feste a nessuno è lecito stentare, nemmeno al più povero. Ma uno solo fa festa in mezzo a voi, ed è la morte.
Miseria, paura e notte sono i vostri padroni. Essi vi dividono e a botte vi mettono in fila. La fame la chiamate amore, e dove non vedete più niente, là dimorano i vostri dei. Dei ed amore?
Oh, i poeti hanno ragione, non c’è niente di così piccolo ed insignificante da non poter suscitare entusiasmo.
Così pensavo. Come tutto ciò mi sia venuto in mente, ancora non lo comprendo.
urca, alla lista aggiungiamo anche: gerarchie fondate sulla naturale distinzione dei sessi :))
lei parla proprio come un de maistre de noatri. del resto dice proprio le stesse cose che dice er pecora. (prima del liberalismo, nell’ancièn regime, allora sì che i giovani venivano educati ai sani valori…)
a proposito, i tromboni marci suonano sabato sera, prevendite abituali
Capisco che la mia posizione sia un po’ complessa, e si possa errare nell’inquadrarmi. La cosa più facile è liquidarmi come fa Giorgio, addirittura avvicinando le mie idee a quelle (se ce l’ha) di un fascistoide romano (che peraltro con De Maistre c’entra come i cavoli a merenda).
Nei miei venti anni mi sono formato culturalmente sui testi di Adorno, Horkheimer, Canetti, Bloch, Arendt e sui testi dei teologi “progressivi” come Metz e Moltmann. Quindi ad una visione “critica”. Non ho mai rinunciato a quella base, cui ho aggiunto il pensiero di René Girard e di Eric Gans.
Vorrei che questo fosse chiaro: non ho alcun rimpianto per la società preborghese. E quando in un post ho parlato del Sessantotto come sconfitta della classe operaia io potevo essere accusato di sbagliare nel giudizio, ma certo non di simpatizzare per il capitale. Quando parlo dello scatenamento del desiderio, la mia non è una posizione moralistica, ma il risultato di una analisi del funzionamento dei meccanismi della società del libero mercato, la nostra. Il meccanismo economico-sociale della quale ha bisogno di incrementare continuamente i desideri.
Del resto, so bene che l’uomo è per essenza un essere desiderante, e questa sua natura è collegata alla violenza e al problema del suo controllo. Qui c’è da discutere – se possibile serenamente, e senza accuse personali, o reciproche vilificazioni.
Forse il Giorgio si rivolgeva a Binaghi, ma fa lo stesso, ne condivido le idee qui espresse.
la fate tanto lunga signori. il 68 è stato un anno orribile. l’anno dei capelloni, del disordine, di mal dei primitives (mi rubò la prima fidanzata al pipper di caulonia, sto zozzo), fu l’anno del contestar rincoglionir, ma basta là!
@Giorgio
Non me la prendo, mi tocca. Sono uno che ha messo in discussione tutto, a cominciare da sè e dalle proprie ideologie giovanili. Tu invece hai un attaccapanni rassicurante cui attaccarti: il tuo luogocomunismo.
Valterone,
mi piace questo tuo non prendertela anche se ti tocca!
Forza ’68!!!
in pista…vamos…