Riporto dall’inserto culturale “Domenica” de “Il sole 24 ore” (3 giugno 2007) la discussione successiva all’articolo di Alfonso Berardinelli Togliamo la poesia dal ghetto, pubblicato in precedenza nel nostro sito. Ringrazio Elena F. Ricciardi per aver copiato sia questo testo sia l’altro.
Caro Alfonso Belardinelli,
ho letto con entusiasmo il suo “Togliamo la poesia dal ghetto”. Colgo un solo “neo” nel testo, che può ridurre la comprensione delle questioni segnalate. Voglio schematizzare qualche esempio delle cause di disaffezione del pubblico e della “chiusura” dell’editoria maggiore.
1- Nella più favorita (da pole position) delle antologie di fine-secolo scorso, il “Meridiano” Mondadori Poeti del secondo novecento-1945/1995, uno dei due curatori ha antologizzato se stesso, inaugurando o rinvigorendo il malcostume del poeta-critico in plateale conflitto di interessi; ha poi incluso un autore di romanzi della medesima editrice ed altre sillogi mediocri; ha escluso dal volume Giacomo Noventa ( che pubblicò e fu conosciuto solo nel 1960).
2- Il far versi in numerosi circoli e corporazioni, laddove ci si parla addosso, si scrive senza leggere, si evitano “i maestri” italiani e non; e ancora in riviste locali da rabbrividire o in riviste letterarie “nazionali” chiuse alla discussione e al confronto; in concorsi o premi atti a celebrare le istituzioni d’appoggio (talora universitarie) o se stessi in quanto giudici – o anche a far soldi alle spalle degli inesperti – invece che a scoprire buona poesia e nuovi talenti.
3- Scrittori e poeti nel ruolo che fu dei critici – specie questa in via di sparizione – accarezzano generalmente i nomi noti nei grandi quotidiani per captatio benevolentiae; altri addormentano il lettore con genericità e senza mai sbilanciarsi, in riviste letterarie, settimanali e inserti culturali.
4- La sua lettura dei caratteri della poesia moderna (da metà Ottocento a metà Novecento) -“Niente poesia senza shock” – è vera approssimativamente: ma Tessa e Caproni, Bousquets e Prévert, A. Machado e Borges, Dickinson e Yeats (a titolo di esempio) ci invitano a leggerli senza traumi e a recitarli, magari a memoria.
Infine, i numeri che lei fa – cento italiani in grado di valutare poesia brutta o inesistente, venti di essi disposti a parlarne e solo cinque a scriverne – ridicolizzano i centomila (o più) sedicenti poeti che inflazionano con mediocrità e ritualità le residuali areole di “mercato del verso”.
Sandro Boato -Trento
Caro Signor Boato,
grazie per l’attenzione che ha dedicato al mio articolo di domenica scorsa. Con parole più severe e sferzanti, Lei si dichiara sostanzialmente d’accordo con me. Il punto di disaccordo non mi è del tutto chiaro e sembra riguardare un possibile malinteso a proposito di una mia affermazione.
So bene anch’io che dalla metà dell’Ottocento alla metà del Novecento non esistono solo poeti oscuri e nemici della comunicazione.
Al di là delle poetiche e teorie dominanti nella modernità (simbolista, postsimbolista, ermetica, variamente avanguardista), ci sono stati grandi poeti del tutto diversi.
Personalmente amo molto sia Machado che Benn, sia Kavafis che Eliot, sia Saba che César Vallejo e Brecht che Apollinaire, William Carlos Williams e Auden. Lei forse ha letto solo il mio articolo di qualche giorno fa, ma ho ripetutamente scritto nel corso degli anni tentando di far capire che la modernità non è monolitica, non coincide con le avanguardie e che la poesia moderna ha parlato con molte voci e stili diversi senza obbedire a nessun dogma sulla comunicazione o sull’oscurità.
Ma per quanto riguarda il presente, vorrei essere più preciso evitando malintesi. Far uscire la poesia italiana dal suo “ghetto” non solo non sarà facile , ma potrebbe perfino essere un rimedio peggiore del male.
E’ vero che per vent’anni e più i nostri poeti (se tali erano) hanno scritto versi che non erano versi e nella maggior parte dei casi non si capiva che cosa immaginavano di dire. Alla carenza tecnica si aggiungeva una nebbiolina mentale considerata (per equivoco) la più corretta precondizione allo scrivere poesie. Difetti come questi si trovano in molti poeti pubblicati dalle più prestigiose case editrici.
Più recentemente c’è stata una svolta . Da un lato si leggono molti versi regolari rimati e dall’altro una specie di blanda prosa con qualche “a capo”. Alla mania del magma indecifrabile si è sostituito il giochetto metrico e una chiarezza di enunciati lineari che fanno cascare le braccia (anche se hanno il merito innegabile di rivelare quali modesti pensieri riescano a concepire gli autori).
Inoltre, l’uscita della poesia dal “Ghetto autoreferenziale” potrebbe essere interpretata come un ” parlare alla folla”, trasmettere emozioni forti, diffondere messaggi retorico-ideologici, confessarsi in pubblico a piena voce, attuare ingegnose performance promozionali in cui il testo conta poco e la messinscena è tutto.
Non vorrei che dopo aver creduto di rifare Mallarmè o Pound ora ci si mettesse a rifare a vuoto Withman e Foscolo o a imitare (l’inimitabile) Oscar Wilde.
Alfonso Berardinelli

…l’uscita della poesia dal “Ghetto autoreferenziale” potrebbe essere interpretata come un ” parlare alla folla”, trasmettere emozioni forti, diffondere messaggi retorico-ideologici, confessarsi in pubblico a piena voce, attuare ingegnose performance promozionali …
“… la vera Arte esige che l’Artista tenti di mostrarsi. nessuno può convivere da solo con la bellezza che è capace di percepire.
…. I grandi poeti del passato si abbandonavano sempre alla Vita. Non cercavano una cosa precisa, nè tentavano di svelare segreti: semplicemente permettevano alla propria anima di essere governata, guidata, sospinta dall’Esistenza. …
E’ una dimostrazione del Sacro desiderio di incontrare il Mondo. E, una volta incontratolo, di attendere che si metta a nudo. Così è l’anima dei poeti della vita.
Poeti non sono quelli che scrivono poesia, ma tutti coloro che hanno il cuore pieno di questo spirito sacro.”
(K. Gibran, Lettere d’amore del Profeta a cura di Paolo Coelho)
Stella
davvero interessante la discussione – e condivisibile, dopo tanti se e tanti ma, la conclusione di Berardinelli…
Il mistero c’è, è in noi. Basta non dimenticarcene. Il mistero c’è , e col mistero, di pari passo, la misura; ma non la misura del mistero,cosa umanamente insensata; ma di qualche cosa che in un certo senso al mistero s’opponga, pure essendone per noi la menifestazione più alta: questo mondo terreno considerato come continua invenzione dell’uomo. Il punto d’appoggio sarà il mistero e il mistero è il soffio che circola in noi e ci anima; ma noi siamo portati a preoccuparci di quegli sviluppi cha danno situazione magari a un albero in un paesaggio; di quella trama di rapporti che non tollera gli spostamenti se non subendo un cambiamento di carattere. Perciò per noi l’arte avrà sempre un fondamento di predestinazione e di naturalezza; ma insieme avrà un carattere razionale, ammesse tutte le probabilità e le combinazioni del calcolo; se avessi quattro invece che tre elementi, se capovolgessi l’ordine, se soffiasse un gran vento, ecc… e se avessi un quinto fattore, succederebbe… il finimondo, forse, ma resteremmo sempre in un campo di precisioni inesorabili.
( G. Ungaretti,Ragioni d’una poesia, i Meridiani Mondadori, p LXIX)
“l’oggettività della ragione ci stringe in un assedio non meno letale dell’oggettività dell’assurdo. Nel teatro che da decenni si attarda a spiegarci il contrasto fra ciò che si dice e, ciò che è, ora[…] non resta che l’intreccio delle parole dette e ridette senza più possibilità di contrasto con nulla.A completare il quadro non mancava che una critica letteraria che ponesse il suo ideale non in un criterio normativo o in una scala di valori, ma nella descrizione, addirittura nella mimesi dell’opera creativa[…] Ma la funzione della critica [così] teorizzata è aliena da ogni scatto attivo, è esornativa, pleonastica. Il mondo della letteratura[così]vagheggiato è prio di tensione storica, non ha direzione neppur provvioria, non ha passione etico-culturale se non come in un disincantato assaporar di aromi. […] Tale critica vuole esser a sua volta carta della totalità attraverso lo schermo del libro, descrizione di quel paesaggio compiuta facendo capolino sopra le spalle del poeta. Ma tenendo accuratamente scostato da sè ogni criterio storico o classificatorio o ideologico o comunque di propria scelta e proposta e pressione etica o poetica, [tale]operazione si trasforma in operazione mistica , di rivelazione, di comunione cosmica. Anche qui è il mare del tutto che dilaga e la poesia non può che essere mimesi extrasoggettiva della totalità come la critica mimesi della poesia. se il tutto diventa metro e ragione dell’uno, se la ragione dell’universo trionfa su quella dell’uomo, è la fina del fare, della storia. Il barbaglio della ragione dell’universo è luce quando giunge a illuminare la vicenda limitata e ostinata del fare umano; ma se si sostituisce ad essa è ritorno all’indistinto crogiuolo originario”
(I.Calvino, Il mare dell’oggettività, in Una pietra sopra, mondadori, p 51-52)
riporto questi stralci da testi di due “mostri sacri” della letteratura, che, sebbene datati, credo possano offrire ancora oggi ottimi spunti per una riflessione sull’argomento.
saluto tutti
elena f
Dalla risposta di Berardinelli si vede tutto il suo odio per la poesia.
grazie agli intervenuti, anche per i testi d’appoggio. la questione è di quelle complesse: quale poesia e quale comunicazione? come coniugare l’arte con l’industria culturale, con i giochi e le manovre che inevitabilmente si producono ogni volta che ci sono di mezzo “il potere e la gloria”? lo stile è qualcosa che si sceglie? o è una specie di destino? quest’ultima domanda credo che abbia a che fare anche con l’osservazione di Claudio.
fabrizio
“la modernità non è monolitica, non coincide con le avanguardie e che la poesia moderna ha parlato con molte voci e stili diversi senza obbedire a nessun dogma sulla comunicazione o sull’oscurità.”
Condivido questa apertura di Berardinelli che, ovviamente, non è illimitata: “versi che non erano versi e nella maggior parte dei casi non si capiva che cosa immaginavano di dire.” Oppure: “Alla mania del magma indecifrabile si è sostituito il giochetto metrico e una chiarezza di enunciati lineari”.
Bisognerebbe capire meglio cosa intende, B (ad es. “…versi che non erano versi…”), ma è pur vero che si tratta di cose dette nel contesto di una replica ad un commento.
Le risposte alle domande nevralgiche formulate da Fabrizio credo che riassumerebbero identità e futuro della forma-poesia.
Grazie, Fabrizio ed Elena.
Giovanni
e grazie a te, Giovanni.
tra molte assenze, cerchiamo di esserci anche noi.
fabrizio