Un nuovo limbo?

Sono passati quasi dieci anni dalla pubblicazione dell’Opera comune (Atelier, 1998): operazione antologica che ha avuto il merito, più organizzativo che teorico, di imporre all’attenzione della critica letteraria la questione della “nuova poesia italiana”. L’operazione non può dirsi che riuscita e una produzione poetica qualitativamente notevole ma relegata al mondo della piccolissima editoria e della distribuzione amatoriale oggi non solo ha raggiunto, in taluni fortunosi casi, la grande editoria (Andrea Temporelli per Einaudi, Flavio Santi per Rizzoli, Mario Desiati per Mondadori, l’antologia “Nuovissima poesia italiana” sempre per Mondadori; “Parola plurale” per Sossella) ma ha in ogni caso rinnovato tout court l’idea di una produzione poetica nazionale vivace e vegeta ed ha investito la piccola editoria di un compito essenziale, quello della promozione della qualità poetica, affinandone il senso critico e dilatandone gli orizzonti.

Bene dunque… missione conclusa?
Se così fosse i cosiddetti “poeti di (un tempo) vent’anni”, ora trentenni, conquistata l’attenzione reclamata ormai dieci anni or sono, lascerebbero di nuovo chiudere i portoni della critica letteraria ai propri fratelli minori, ai quali così appassionatamente ed idealmente si rivolgevano, relegandoli ad una sorta di nuovo “limbo” (cfr. Marco Merlin, Poeti nel limbo, Interlinea).

Vengo al dunque: iniziamo a parlare anche dei poeti nati negli anni ’80.
Sì, certo… lo so: una simile definizione oltre che essere inesatta è anche molto banale, soprattutto ad una manciata di anni dalla già contestata etichetta dei “trentenni”.
Ma la utilizzo per pura esigenza pratica, volendo con questa intendere quelle esperienze poetiche che, per ovvie ragioni anagrafiche, non sono potute emergere che dal duemila in poi.
Dunque ribadisco: iniziamo a parlare dei poeti nati negli anni ’80.

Inizio proponendo otto nomi, secondo me tra le novità più interessanti dell’ultimo lustro.
Potrete facilmente trovare notizie e testi in rete. Buone letture…

Stefano Lorefice (1977)

Danni Antonello (1978)

Adriano Padua (1979)

Matteo Zattoni (1980)

Daniele De Angelis (1981)

Raimondo Iemma (1982)

Simone Lago (1983)

Claudio Chianese (1984)

93 pensieri su “Un nuovo limbo?

  1. lucaariano

    Però Santi e Desiati sono giunti con la prosa in Rizzoli e Mondadori. Alla fine solo Merlin (Temporelli) e Biagini sono giunti in Einaudi con una raccolta di poesia. Per quanto mi riguarda non credo alla poesia come discorso generazionale. Non vorrei che qui si finisse (io sono nato nel 1979) che ogni generazione vuole il suo posticino al sole cercando di far fuori quelli più vecchi e poi una volta arrivata (si fa per dire, oggi è tutto relativo) tanti saluti…La poesia è oggi un limbo di per se: quanta visibilità ha nella società un poeta italiano che giunge ad un grosso editore? Marco (Merlin) tu che hai pubblicato presso un grosso editore hai forse avuto un cambiamento nella tua vita? Ti hanno fermato per strada le persone? Sei stato invitato a scrivere editoriali sul Corriere come accadeva a Pasolini o Testori o a Volponi e Bertolucci su Repubblica? Non lo dico con scherno sia ben chiaro, solo oggi la poesia è talmente ai margini…Penso che forse tu abbia avuto più attenzione presso le riviste (ma non so quanto visto il maremagnum) e, cosa non da poco, non hai pagato…
    Un caro saluto

    Rispondi
  2. davidenota

    Sì Luca, hai davvero ragione. Dunque specifico: io NON credo all’esistenza di linee generazionali. Credo nelle linee parallele e abbraccio la proposta di Filippo Davoli di parlare delle età delle pubblicazioni e non tanto degli autori. Il discorso qui proposto è esclusivamente pratico e non teorico e può essere così riassunto: non permettiamo che si creino nuovi “limbi” e continuiamo l’opera comune.

    Rispondi
  3. luigi nacci

    essere nati nel ’77, ’78 e ’79 significa essere nati negli anni ’80? mah, come inizio non ci siamo proprio…
    a che, a chi servono queste scommesse? piuttosto parla (parliamo) di cosa hanno scritto in questi anni i giovani di allora, cosa scrivono adesso (se scrivono), se hanno mantenuto le promesse, come si è trasformato la lingua, lo stile, la poetica, etc. etc. etc.

    Rispondi
  4. davidenota

    Luigi, parlare di quel che proponi è importantissimo, per non dire essenziale, ma non è l’orizzonte di questo intervento, che ho già ben “dimensionato”. Ne potremmo e se vuoi dovremmo parlare altrove, quando vuoi tu ed anche subito. “Qui” parlo dell’Opera comune non come “libro” ma come “atteggiamento”. Perchè lo spirito del ’96-’98 non sia (stato) solo strumento di contingente auto-promozione ma l’inizio di un nuovo e duraturo metodo. E qui non c’entra solo Atelier, con i suoi meriti, ma tutta la “comunità”.

    Rispondi
  5. marcomerlin

    Caro Davide, sai che a questi problemi sono sensibile, a partire da una necessaria NON “ontologizzazione” (più che “antologizzazione”) della generazione, ma dall’USO di questi termini (come di tutti gli altri eventuali: sarebbe stato anche bello parlare di linee e accorpare autori di diverse generazioni, catene di padri-figli-nipoti, ma ci sono, che arrivino fino a noi? Per me hanno persino meno senso dell’ipotesi generazionale, e sarebbero più pericolose – ma anche chi critica l’uso della “generazione” non ha alternative se non l’anarchia, l’individualismo, insomma l’abolizione di qualsiasi discorso “generale”, con il caos la frustrazione i giochi di potere che ne derivano). Quindi ribadisco un paio di cose: 1) l’Opera comune NON aveva come fine la promozione editoriale di certi autori, cosa che semmai poteva essere accessoria (ma non ne è mai stato il fine: altrimenti avremmo agito diversamente, credimi! A partire da una maggiore selettività, ad altre strategie di promozione, ecc.); l’Opera comune aveva come fine quello di creare una tensione orizzontale liberante, una rete di rapporti e di lettura virtuoso, che avrebbe stimolato la ricerca poetica di ciascuno, liberato dal suo solipsismo, reso ormai consapevole di scrivere dentro una linea di tenue ma indubitabile ascolto, messo insomma innanzi se non a una reale comunità a una sua ipotesi “generativa” (“generazione” come atto di nascita). Insomma, per dirla in modo personale, l’Opera comune non mi è servita per arrivare a Einaudi (avrei piuttosto fatto antologie più furbine di gente che contava qualcosina in più, non ti pare? o meglio non avrei fatto nessuna antologia e scritto critica diversa nei toni e nei giudizi…: stiamo a contare quanti arrivano o arriveranno alla Mondadori poesia senza aver in curriculum qualche bel pezzo critico, “positivo” ovviamente, su Cucchi…), ma mi è servita per scrivere “Il cielo di Marte”, come del resto si intende leggendone molte sue parti; 2) è bene che si parli sempre dei “nuovi”, dei più “giovani”, cui si deve sempre attenzione (perché questo è indice di una società sana, “generativa”, procreativa, tesa al proprio continuo superamento) ma con tutte le cautele, ovvero secondo i modi e i tempi più giusti, a vantaggio di tutti, e soprattutto dei giovani anzitutto: non esposti prematuramente e pretestuosamente. Per quel che mi riguarda, in questo senso sto per varare una nuova collezione di poesia che seguirà ai Parsifal, e spero di ospitarvi anche, se non soprattutto, opere prime di “nati negli Ottanta” o giù di lì: ma questo non deve diventare un “dovere”, deve restare un auspicio. Se fosse programmatico, sarebbe pericoloso, in questo caso anche per me e per il mio piccolo, futile “esercizio di potere”, mentre a me interessa agire con il “non potere” (:-D). Ciò significa anche che è giusto che a lavorare sulla “tua” generazione siate anzitutto voi: perché non veniate plasmati-plagiati-addomesticati. La speranza è che possiate farlo non con l’ansia di avere la vostra occasione, con il subdolo desiderio di approdare all'”editoria che conta”, ma con la sana voglia di conoscervi, annusarvi, trasmettervi energie facendo circolare esperienze formative per voi… QUESTO è il fuoco del discorso, altrimenti sempre equivocato. Quindi, bene per il tuo articolo, ma prima di proporre a tutti degli autori, stringete i rapporti tra di voi, datevi un’anima, aiutatevi a farvi le ossa, avvantaggiandovi delle reciproche differenze. Vi siete, vi state leggendo tra di voi le bozze di raccolta? Ve le annotate vicendevolmente, senza lesinare critiche (vi leggete insomma DAVVERO, non auotocompiacendovi?)? Avete aperto le vostre officine, il vostro “atelier”?
    Per Luca Ariano: no, Einaudi non mi ha cambiato la vita, ma non mi aspettavo certo che lo facesse: sarei stato davvero un illuso. Del resto scrivere sui giornali non mi interessa, ma ho imparato a vivere in modo da trasformare questo limbo come una zona sottile e strategica da cui ogni volta si può esordire. Insomma, non ci sono rinunce, non c’è rassegnazioen, ma fiducia e lavoro. Pur non contando niente nella società letteraria e nei suoi castelli, io non mi sento assolutamente marginale e inascoltato.
    E questo è l’augurio che giro anche ai nuovi “nuovi”: che il margine sia per voi punto di penetrazione; che la povertà sia forza disarmante. Che nel vostro cuore pulsi il sogno non di pubblicare da un grande editore, ma di scrivere qualcosa di grande, sentendo che, a prescindere dalla visibilità mediatica, mette radici in qualcuno, in una ipotesi di comunità: che non cadrà insomma nel vuoto, nella solitudine di ciascuno.
    Perché la nostra solitudine è il punto di partenza e il punto di arrivo di ogni nostro viaggio, ma in mezzo ci sono gli altri. C’è un’opera comune.

    Rispondi
  6. mauro ferrari

    Cari amici, a me i discorsi “generazionali” appassionano sempre. Il problema non è tanto quello di avere accesso alla supposta grande editoria (che propone spesso titoli… improponibili), ma FARE POESIA. E la poesia si fa a partire dalle idee. Il problema delle idee, in poesia, è che tendono ad essere raggruppate in linee e cose simili, magari a priori. Così abbiamo manifesti che non producono poesia. Al contrario, un discorso critico serio è quello di portare alla luce linee e posizioni comuni a partire da ciò che i poeti hanno fatto o stanno facendo (non ciò che stanno dicendo). Le antologie non sono in sé un male, a meno che non tendano a proporre gruppi. Il punto è che ci sono troppi gruppi, troppe antologie, troppi proclami – e troppo poca critiuca seria che parli dei testi, cioè DELLE IDEE. E di idee in giro ce ne sono poche. Tanti poeti, della mia generazioni (sono del 59) o di quelle successive, si sono messi a fare i Cucchi, i De Angelis, i Giudici e i Buffoni in sedicesimo. Epigoni, spesso di epigoni. E questo è ciò che ci passa la Grossa editoria, nel 90% dei casi, più un po’ di post-post-sperimentazione e di aldonoveria.
    Quindi si pesta acqua nel mortaio.
    Non so quanto sia utile parlare di generazioni… so però che serve parlare di poesia, di testi e di idee, piuttosto che di posizioni, gruppi e roba del genere.
    A partire da tanti discorsi magari sotterranei, via e mail ad esempio, e dal lavoro di varie riviste, depositato ad esempio negli Atti del Convegno tenuto alla Fondazione il Fiore (Lietocolle), si è sviluppato un dibattito serio, che mi sembra basato su queste idee. Ecco perché alla Fiera di Pozzolo ho proposto “Il Canone” come tema del Convegno e della tavola rotonda delle riviste: ed ecco perché, mettendo insieme i nomi che sono stati avanzati dalla maggioranza dei partecipanti al dibattito, la sera prima, il 22, si sarà un Vernissage di Musica e Poesia in cui si parla di POESIE (una ventina) di poeti fra i 40 e i 50. Poesie importanti, forse belle, di quelle che prima si mandavano a memoria). Col che rispondo forse anche qui:
    http://letteratitudine.blog.kataweb.it/letteratitudine/2007/06/la_poesia_speci.html

    E poi, è sotto gli occhi di tutti quanto faccia male alla poesia il parlare o della Poesia in astratto, o di linee (inesistenti) o di gruppi (aleatori).

    Mauro Ferrari

    Rispondi
  7. Raimondo Iemma

    Condivido l’intento, un po’ meno le modalità. In un contesto per lo più “gerontocratico”, trovo paradossale invocare un avvicendamento generazionale così a stretto giro.
    I nomi che citi, Davide, pur essendo accomunati dalla vicinanza anagrafica, hanno “anzianità” poetiche piuttosto diverse, in termini di pubblicazioni e “presenza” sulla (presunta) scena. E fare una lista (in cui mi includi, e di questo non posso che ringraziarti) è sempre pericoloso, specie se non corroborata da un’analisi che spieghi perché quei nomi valgono più di altri…
    Mi trovo d’accordo sull’esigenza di parlare ANCHE dei nati negli anni ’80, i quali hanno raggiunto la “maggiore età poetica”. Ma per farlo è necessario partire da una pagina bianca.

    Rispondi
  8. davidenota

    Caro Raimondo,
    le modalità non le condivido neppure io ma a volte bisogna tentare di fare il punto, a costo di ricevere qualche critica.
    La tendenza in atto è, secondo me, questa: dopo la sbronza giovanilista del decennio ’96-’06 e la moda della nuova generazione, individuata bene o male nei nati nella prima metà degli anni ’70, si sta tornando, senza mezze misure, a quel che Merlin chiamava, a proposito dei “quarantenni”, il “limbo”: «dispersione editoriale, […] moltiplicazione degli autori, […] latitanza della critica, […] perdita d’autorevolezza di tutte le istituzioni […] che teoricamente dovrebbero tenere il polso della situazione e promuovere la cultura contemporanea» (Poeti nel limbo).
    Questo, secondo me, non è affatto un bene, perché porta, come sta portando, un ritorno al locale, alle linee regionali, e in definitiva al rinnovato controllo, padre e patrigno, degli “affermati” su molte delle attività “giovanili”.
    Non deve essere permesso, anche se non ci riguarda direttamente.
    E questo non è un appello alla “generazione”, a cui non credo, ma alla “comunità”.
    Perché la “tensione orizzontale liberante” non resti solo una “buona intenzione”.

    La mia lista di nomi è ipoteticamente infinita e aperta ai vostri consigli, alle vostre proposte… Io aggiungo altri nomi, a cui pensavo questa mattina: Augusto Amabili (1976), Cristina Babino (1976), Emiliano Michelini (1977), Chiara Daino (1981), Franca Mancinelli (1981).
    Non sono naturalmente “solo” nomi: da questa lista “aperta” (open source era il metodo del bazar di Linux contro la cattedrale di Microsoft) potrebbe partire un serio lavoro di lettura e confronto.

    Rispondi
  9. lucaariano

    Se proseguiamo col giochino dei nomi io metterei: Stefano Sanchini (1976), Loris Ferri(1978), Carmine De Falco(1980), Mimmo Cangiano(1981), Matteo Fantuzzi (1979), Mariarita Stefanini (1977?), Davide Nota (1981). Non vorrei però che divenisse un giochino lezioso e sembrasse la rosa del calciomercato dei giovani che la Juventus ha in prestito per l’Italia. Concordo con la riflessione di Iemma.

    Rispondi
  10. davidenota

    Caro Luca,
    invece secondo me può essere utile, perchè ad esempio Mariarita Stefanini non la conoscevo ed ora la andrò a cercare e, se troverò qualcosa, la leggerò, mi farò un’idea: avrò qualcosa da dire al riguardo.
    Certo che è una cosa stupida e ridicola se a farlo siamo solo in due attraverso i commenti di un post che nel giro di una settimana scomparirà dalla home page.
    Questo è un sassolino nel lago, nel giro di qualche secondo i cerchi nell’acqua scompariranno assieme ai nostri commenti.
    In questi pochi secondi provo a dire due cose. All’ambiente letterario: la poesia italiana non finisce con l’esperienza dei trentenni, c’è un panorama sommerso e fertile di nuova poesia, accorgetevene. Occupatevene.
    A noi: incontriamoci, leggiamoci. Mischiamo il terreno dei nostri percorsi. Conosciamoci, fermiamoci un secondo e chiediamoci l’un l’altro: dove stai andando? perchè?

    Rispondi
  11. lucaariano

    Caro Davide,
    io a questo mi riferivo!Il discorso di Marco Merlin però secondo me è molto sensato e centrato. Ci leggiamo tra noi? Ci appuntiamo le raccolte? Ci facciamo editing e ci diamo consigli? Abbiamo il coraggio di accantore testi o addiritura raccolte non riuscite? Per quanto mi rigurda sì…non so poi se posso estendere tutto ciò ad altri nostri coetanei-contemporanei!

    Caro Marco,
    ho letto il tuo saggio appena uscito per Fara (“Mosse per la guerra dei talenti”). L’ho molto apprezzato (sai che sono schietto nei miei pareri nel bene e nel male) e consiglio di leggerlo a noi ventenni così come secondo me è interessante l’articolo alla fine di Matteo Fantuzzi sulle opere seconde. Ma questa è un’altra storia…
    Un caro saluto

    Rispondi
  12. Pasquale Giannino

    Ma ragazzi!… Davide, non sarai mica di quelli che vogliono tutto e subito? I problemi sociologici della poesia li conosciamo e sappiamo come il dirsi poeta oggi possa offrire il destro a scherni e risolini: “Oh poverino, scrive poesie: che sfigato!…”. La battaglia va condotta in maniera diversa, e non solo per i giovani poeti ma per tutti gli autori meritevoli senza nome e di ogni età (ché ce n’è di bravi così come ce n’è di illusi…). Occorre essere pragmatici. Preparate una tabella di due colonne, fatta in questo modo per esempio:

    Editori seri Editori truffaldini
    … …

    E voglio precisare che per editori truffaldini non intendo tutti quelli che chiedono un contributo, per quanto mi riguarda il contributo può essere onesto o disonesto… Purtroppo bisogna prendere atto della realtà e scendere dal piedistallo: “Ahimè, sono un genio e nessuno mi capisce…”.

    Potete approntare tabelle analoghe per le agenzie letterarie, le riviste, le rassegne, i premi…

    Dopodiché invitate gli utenti del blog a riempire tali colonne secondo la loro personale esperienza. Fabrizio, se sei in ascolto, tu potresti fare da collettore (e mi riallaccio anche a un recente confronto che abbiamo avuto sull’argomento…). Penso che sia opportuno offrire la possibilità di rimanere anonimi a chi lo desideri, però almeno tu dovresti conoscere le fonti. Che ne dici?

    Ecco, è questo il modo di procedere, affinché possano avere qualche opportunità “onesta”i nati negli Ottanta, nei Settanta, nei Novanta… (non ho mai creduto agli schematismi da “oroscopo” pur avendo partecipato quale poeta occasionale a una delle innumerevoli antologie degli ultimi anni dove mi hanno inserito nel capitolo dei Settanta… ma poteva anche essere quello dei Trenta…). È questo il punto, lasciate perdere le liste di autori ché sono sterili e parziali e non vi portano da nessuna parte.

    Buon fine settimana.
    Pasquale

    Rispondi
  13. lucaariano

    In proposito Pasquale (riferita ad una certa smania) mi è venuta in mente una frase di Cancogni pronunciata durante un intervista al Giornale di giovedì del 6 luglio 2006: “I poeti per un bel verso darebbero la vita. Che Dio li perdoni.”
    Un caro saluto

    Rispondi
  14. Riccardo Ielmini

    caro davide,
    marco ha già detto molto. sinceramente avrei poco altro da aggiungere se non che a me interessano quelli nati dopo di me a patto che non si mettano a fare giochini di parole. oggi abbiamo tutti bisogno di poesia forte, potente, di respiro: e francamente il panorama delle grandi case editrici è desolante. uno che a 50-60 anni si mette a fare versicoli perchinonsisa, be’, non ha niente da insegnare a uno di trenta, o vent’anni. e invece questo servirebbe: chi ha benzina, pigi l’acceleratore. scaricando oggi la posta di atelier (avevo in arretrato un mucchio di testi dei lettori: come vedi, vi leggo) ho letto roba di ventenni (classe 79, ’80, ’84 ’82) e sono rimasto un po’ perplesso perchè c’è poca voglia di osare, mi sembra. spero che fra i nomi che avete fatto tiri aria migliore. io scrivo poco – ho poco tempo, e sto cercando la voce forte e potente che vorrei essere: finchè non la trovo, nada – ma come vedi sono curioso: il mio sogno – prima di lettore di poesia che di scrittore di poesia – è che saltino fuori voci vere, autentiche, che non si lascino tirar dentro dal blabla dei festival di poesia o dalle padrinate di qualche supposto grande vecchio delle patrie lettere.
    tu per esempio di benzina ne hai: se non ti metti a fare il sociologo del precariato, il pasolinidenoantri, avrai roba buona da tirare fuori. perciò faccio a te e a tutti i miei fratelli minori tanti auguri, riccardo ielmini

    Rispondi
  15. lorenzo carlucci

    “Vi siete, vi state leggendo tra di voi le bozze di raccolta? Ve le annotate vicendevolmente, senza lesinare critiche (vi leggete insomma DAVVERO, non auotocompiacendovi?)?”

    se posso azzardare un’ipotesi personale, la risposta è: no.

    lorenzo

    Rispondi
  16. fabry2007

    Pasquale, io ho una mia idea: mai pagare per pubblicare. preferisco la scelta di Alessandro Zannoni, che si autoproduce. poi si sa che ci sono editori onesti. ne cito solo uno, che conosco come persona ottima, sotto ogni punto di vista: Alessandro Ramberti, di Fara.
    la rete, oggi, offre la possibilità di leggere e farsi leggere quasi gratis. sì, la carta è bella, rimane; vuoi mettere stare in libreria piuttosto che in un blog? ma chi ci sta in libreria, di quelli che pagano? vogliamo fare un’indagine seria? qui abbiamo 1300-1500 visite al giorno: non sarà che hai più possibilità di essere letto, di comunicare? se poi uno sguardo pietoso ti nota e ti mette su Poesia, sarai conosciuto da 25000 persone. poche, troppo poche, rispetto al web. se ragionassimo in termini pratici, come dici tu, ci compreremmo un computer migliore, e avremmo fatto un affare. ma in rete si perdono i dati, non passi alla storia! se la poeisa non vale, non passa alla storia comunque. ma la storia la scrivono i potenti! questa non è una novità. proviamo a scrivere una storia diversa, chissà, magari ci riusciamo pure.
    ciao
    fabrizio

    Rispondi
  17. luigi nacci

    Caro Davide,
    è difficile dialogare quando non ci troviamo sul postulato di partenza che, per te, è l’OPERA COMUNE (nata, lo dice l’introduzione, “dalla necessità di rendere visibile l’impegno della rivista”) come “spartiacque”. Per me quell’antologia, insieme a tutto il buon lavoro di “Atelier” e la collana Parisfal (di cui apprezzai soprattutto I capitoli della commedia di Baldi e Nome e soprannome di Cattaneo), non è un apice della nostra storia letteraria. Se ha avuto l’indubbio merito di aprire uno squarcio nuovo nel panorama invecchiato della poesia nostrana, allo stesso tempo ha corso il serio rischio di farsi leggere da fuori come “riserva protetta”. Non parlo più di oggi, perché mi sembra che la spinta iniziale si sia esaurita, ma proprio di 10 anni fa: c’era la legittima (sottolineo: legittima) voglia di un gruppo di affermare prima di tutto se stesso. Ma come dici nel prologo del tuo intervento si è trattato più che altro di un “merito ogranizzativo” più che sforzo teorico. Merlin ad esempio: a differenza di altri coetanei, ha letto in larga parte la poesia del secolo scorso, anche nei suoi angoli più bui, come in Poeti nel limbo, ma credo che spesso si sia abbandonato in modo troppo compiaciuto alla boutade, alla provocazione o al giudizio sommario – in fondo stroncare è anche un modo per attirare l’attenzione, e si sa che nell’ambito della critica letteraria ritagliarsi una certa visibilità è forse più difficile che farlo nell’ambito della scrittura “creativa”. Dette tali perplesità e riserve, stimo Merlin per il suo impegno: occupare gran parte del proprio tempo per leggere gli altri non è cosa frequente oggi come oggi.
    Ma, Davide, non cadrei nell’errore di proporre altre liste della spesa. Se devi farlo motivalo criticamente, spiega le ragioni dell’inclusione e dell’esclusione, e che i dati angrafici siano conseguenti. Ad esempio mi dovresti spiegare che cos’hanno in comune i nomi che hai fatto e in che cosa differiscono (cfr: Padua e Iemma che c’azzeccano?). Inoltre dovresti rapportarli ad alcuni poeti che hai escluso e ad alcuni poeti del passato, per far comprendere meglio, nel gioco dialettico, i punti nevralgici (e i limiti, che devono secondo me sempre essere dichiarati) della tua proposta.
    Mi piacerebbe chiederti e chiedere: che fine faranno le antologie sui giovani uscite negli utlimi anni? L’anno scorso ne contai almeno 19 dal 1999 al 2006 (l’articolo è qui: http://www.fucine.com/network/fucinemute/core/index.php?url=redir.php?articleid=1382), a cui bisognerà aggiungere quelle che usciranno prossimamente, perché ne usciranno delle altre, sicuramente. Tutti questi libri cosa diranno ai nostri nipoti? Queste tassonomie rimarranno reperti archeologici o saranno materiale di scavo, di indagine?

    Rispondi
  18. Martino

    Sottoscrivo quanto scritto da Riccardo (che saluto volentieri dopo tanto tempo). E aggiungo che mi sembra pericoloso iniziare a fare il gioco delle liste… che ha rovinato già la crescita della generazione precedente, per cui mi attendo purtroppo una grande caduta di “potenza” a partire dalle opere seconde o terze, ovvero dalla brusca estinzione di un clima favorevole che si era costituito a metà del decennio precedente: l’orizzontalità di cui parla Marco. Ormai – è chiaro purtroppo – troppi di noi sono entrati in quel mondo adulto in cui, per dirla con quell’avvocato piemontese, si sbaglia da professionisti. Niente è lasciato al caso. Il sistema è diventato politico e non estetico, grazie soprattutto al ruolo della critica che non ha saputo sostituirsi come centro di attenzione al lavoro interno fatto dalla generazione ai suoi albori. L’universo si è così scisso tra chi continuia a credere nella virtuosità di quel sistema allargato orizzontale e chi sta pian piano preferendo “salvarsi da solo”, affidandosi ai Noé di turno. Naturalmente l’opinione più facile è che le chiavi dell’arca ce l’abbiano i Noè e i posti siano contati. Da qui l’esigenza di strappare al più presto il bigliettino numerato per arrivare primi all’imbarco. A me, francamente, viene in mente quel personaggio di Durrenmatt che, in uno dei suoi romanzi più belli (ma sono tutti “i più belli”), dice qualcosa del genere: “nella nave che ci sta trascinando verso l’abisso, ci sono cabine di lusso”.

    Devo riconoscere a questo sito che sta facendo un lavoro, in questo senso, controcorrente e molto prezioso. Non mi riconosco nei suoi presupposti, per cui declinai a suo tempo (e declinerei tuttora, a scanso di equivoci) l’invito di Orgiazzi a prenderne parte ma vorrei cogliere l’occasione per rendervene merito (per quel che possa valere il mio parere).

    A Carlucci rispondo un retrospettivo “sì”. Con Marco Merlin (in qualità di editore) e gli altri a cui ho chiesto aiuto nell’elaborare una visione autocritica del mio libro ,quando era in via di pubblicazione, quello che dici è stato fatto. Senza autocompiacimento o fiancheggiamenti; per cui non finirò mai di ringraziare chi mi ha concesso una attenzione critica e onesta, a volte anche particolarmente “onesta”. Per me Marco è stato il più perfetto degli editori: critico senza essere insistente, autorevole e non autoritario.

    Su Parsifal e Atelier tutti sanno come la penso e non ha senso che mi esprima estesamente, in quanto parte in causa e portatore di una visione che potrebbe essere considerata interessata. Sinteticamente comunque, da mezzo esterno, cioè non redattore di Atelier (e quindi non membro del “gruppo”) ma autore pubblicato da Parsifal, non condivido le impressioni di Luigi Nacci.

    Cordiali saluti. Martino

    Rispondi
  19. matteo fantuzzi

    alcuni punti anche io:

    innanzitutto non “chi”, ma “perchè”: ricordo che ad esempio prima de L’opera comune Atelier fece coi primi numeri della rivista molto “lavoro sporco” per ragionare sulle nuove generazioni, e lo continua a fare anche adesso. Ma lo stesso percorso fu fatto da “I cercatori d’oro” e clanDestino, e un percorso simile ha fatto Manzoni in Diabasis. ecc. La rete a mio modestissimo parere avrà dato un segno di maturità quando avrà smesso a) di fare le liste della spesa b) quando avrà smesso di citare cifre manco fosse l’a.d. di una multinazionale.
    A me sta bene che Nacci non condivida un certo percorso, perchè ha potuto appurare la teoria che sta dietro al nome proposto. Ognuno deve potere portare le proprie idee, possiamo anche prenderci a insulti o rigarci l’auto per questo o quell’altro autore, ma ne dobbiamo spiegare i motivi.
    E vanno spiegati anche i motivi per i quali prendi in analisi questi autori, motivi generazionali ? motivi sostanziali ? temi ? strutture ? o è solo anagrafe. e l’anagrafe da sola basta a fare una generazione ? esiste una generazione 68/77 come individuata da RomaPoesia a suo tempo ? e quindi bisogna per forza “tirarne fuori” una 78/86 a priori ? oppure c’è quella dei Settanta e quindi ci vuole quella degli Ottanta.
    ma che senso ha catalogare senza avere in mano il catalogato. la rete ci ha consegnato “opere fatte” ? perchè un pallonetto nel sette non lo si nega a nessuno (nel nostro caso un testo azzeccato), ma non dovremmo guardare le opere ? e allora sinceramente se devo guardare un’analisi in rete guardo l’approccio di gianfranco fabbri, tra parentesi non un approccio buonista. anzi.
    quindi, ribadisco: il gesto di maturità è uscire dalla rete e andare su carta, fare un lavoro ragionato di cui si pagheranno le conseguenze o si godranno i meriti.
    perchè tra parentesi la domanda iniziale può essere “c’è bisogno e semmai ci sono i presupposti per una nuova opera comune ?”

    Rispondi
  20. Marco Saya

    “c’è bisogno e semmai ci sono i presupposti per una nuova opera comune ?”

    Assolutamente no, a mio avviso.

    E’ un delirio parlare di fascie generazionali come se si parlasse di un vino “più o meno” di origine controllata!

    Rispondi
  21. davidenota

    Ciao a tutti,
    innanzitutto vorrei chiarire alcune cose:

    1) Non credo all’esistenza di linee generazionali né tantomeno di una generazione degli anni ‘70 e una degli anni ’80 “anche se” credo sianno indubbi “caratteri culturali” simili “indotti” dalle influenze televisive o musicali pop.
    In definitiva l’unica differenza “generazionale” con le sue “sfumature” ha, secondo me, come data di cesura il 1977/78, lo scioglimento del movimento studentesco e 1979/1980 operazione piduista tv commerciali e corsa alla banalizzazione dei palinsesti Rai.
    La differenza generazionale consiste nell’aver vissuto questo processo di “popizzazione” con consapevolezza critica o, per chiare ragioni anagrafiche, no.

    2) Dall’opera comune (che come ho detto è per me una pubblicazione imperfetta ma molto importante a livello simbolico) ad oggi, passando per Lavori di scavo (che invece, non vorrei esagerare con la difesa della direzione Ladolfi-Merlin, ma credo sia il lavoro antologico più completo ad oggi pubblicato), ad oggi, cioè a quelli che ho “banalmente” e “provocatoriamente” chiamato “i poeti nati negli anni 80”, vi è una tendenza secondo me a “sporcare” la parola e la metrica da una predominanza “lirica” ad una “narrativa”. Voglio dire che la linea “trasversale” Baldi-Cattaneo-Santi si è “estesa”.

    Tra parentesi. Questo accade anche nei singoli autori (si pensi al primo Sissa pubblicato su rivista a confronto con Manuale d’insonnia), dunque è una tendenza “trasversale” e di cui non voglio più farne bandiera (anzi, a dirla tutta, a livello di estetica personale, penso che questa esigenza si sia già esaurita e che occorra un nuovo scarto). Chiusa parentesi.

    Tornando alle, sbagliate ma necessarie, macro-categorie. Dalla “lirica del quotidiano” (egemone, anche grazie a ClanDestino-Rondoni, nella poesia giovanile degli anni ‘90) al poemetto magmatico, neo-espressionista e a volte pluri-vocale (alcune prove di Chianese-Lago-Ferri): lavoro pittorico, nel senso che si dà materia e lingua.
    Parallelamente un rinnovato lavoro “scultoreo”, “solingo”, “doloroso” sulla parola-pietra: due autori come De Angelis e Iemma, che scavano, a levare, la parola.

    In entrambe le tendenze noto una disperata “ricerca” espressiva “individuale”, onnivora nel senso che può nutrirsi di ogni stile e tradizione, dallo scavo del settenario al getto poematico; dal collage neo-dada alla sfumatura lirica, e lo fa “personalmente”. Eclettismo? No, primo utilizzo “sano” del novecento, penso.

    Così come nell’evoluzione ritmica della parola-basso in Padua, dai primi testi che pubblicò Lello Voce su Absolute alle ultime ricerche “elettroniche”: penso alle bellissime Radiazioni.
    Dall’endecasillabo al ritmo elettronico.
    Non vi è “concetto” e “manifesto” ma “sperimentazione” come esigenza espressiva individuale.
    Come a dire: la teoria non conta più, a quella penseremo dopo, o ci penseranno altri.
    Noi “abbiamo” altro a cui pensare, e la poesia “non è” per noi una faccenda culturale né letteraria, ma strettamente legata alla “sopravvivenza”.

    La variazione di fondo, dall’Opera comune del 1998 alle esperienze del 2007 è in questa, crescente e diffusa, “inquietudine”.
    (Per questo, rispondendo a Riccardo Ielmini (che saluto e ringrazio di essere intervenuto): sì, secondo me c’è tanto fuoco. Torna a leggere cosa sta succedendo.)

    *

    Tornando all’Opera comune. La domanda che si è posta è inesatta. Io non ho mai proposto di fare una “nuova Opera comune” su una “nuova generazione” e non ho di certo vocazioni al remake: io ho detto, utilizzando le parole sbagliate e necessarie per starne a parlare ora qui, di “CONTINUARE” l’Opera comune, o sarebbe meglio dire i “LAVORI DI SCAVO”, perché la “generazione” non si è spenta e anzi, se i fratelli maggiori, come dice Riccardo e più sotto Martino, corrono il rischio di “normalizzarsi” e tacere o “tradire il bambino con l’uomo” (De Andrè)… credo che altrove, ai margini della “nuova attenzione critico-letteraria”, dal pantano del web, dalle oramai tanto derise e criticate realtà dei blog (il nuovo perbenismo dei trentenni), altre braci ardano…

    Davide

    Rispondi
  22. davidenota

    P.s.

    Chiarisco, a scanso di equivoci: quel che ho appena descritto come riflessione attorno agli “otto nomi” proposti è una mia personale e limitata “percezione” della realtà poetica.

    Ben vengano interventi a spalancare questa fotografia parziale.
    Open source vuol dire mettere assime parti del mosaico. Che i punti di vista non facciano la guerra tra di loro ma cerchino di “incastrarsi” sinteticamente completandosi a vicenda.

    Sulle liste: avete ragione e chiedo scusa.

    Rispondi
  23. lorenzo carlucci

    ho una curiosità da chiedere a luigi (nacci), che scrive:

    “Mi piacerebbe chiederti e chiedere: che fine faranno le antologie sui giovani uscite negli utlimi anni? […] Tutti questi libri cosa diranno ai nostri nipoti? Queste tassonomie rimarranno reperti archeologici o saranno materiale di scavo, di indagine?”

    ho notato che questo tipo di quesiti ricorre frequentemente nei tuoi interventi, mi piacerebbe chiederti se la ritieni una tua ossessione personale (spes humana vita vana valde transitoria) oppure una domanda realmente importante per tutti oppure una provocazione il cui scopo è stimolare gli altri a pensare o giudicare “in grande”. perché fermarsi ai nipoti? cosa possiamo trarre da una previsione di questo tipo? esprimere pareri (rapsodici o sistematici) sulle opere dei contemporanei non è sempre e comunque una risposta implicita alle tue domande?

    ciao,
    lorenzo

    Rispondi
  24. davidenota

    La mia prima conclusione dovrebbe essere questa: i nati (più o meno) negli anni ’70 e ’80, se volessimo fare un discorso generazionale, cioè legato alle identità antropologico-culturali di un popolo, appartengono alla stessa generazione, dunque i “lavori di scavo” devono essere continuati e aggiornati (alle seconde e terze opere, alle nuove prime).

    Sulle letture incrociate: hanno ragione sia Lorenzo che Martino. Ha ragione Lorenzo perchè in generale non ci si confronta molto, e pubblicamente ci si scambiano un po’ troppe pacche sulle spalle.

    Ma ha ragione anche Martino perchè a livello più privato (e-mail, frequentazioni reali) anch’io non posso che testimoniare un fitto lavoro di confronto e scambio, a volte anche molto duro, sui testi e sui singoli versi.

    Io non amo affatto la polemica e detesto – detesto – l’irrisione snob, la critica ironica, che davvero mi fa saltare i nervi: ma il confronto tra “poeti” è necessario, la volontà di capire, di domandare, di esprimere dubbi e di ascoltare legittime risposte, oppure di accoglierli e mettersi in discussione.
    Io tutto questo l’ho trovato negli amici de La gru, Carta sporca e dintorni, oltre che nei fratelli maggiori che non hanno mai risparmiato critiche, alcune accolte altre no, e che ringrazio: Massimo Gezzi, Marco Merlin, Riccardo Ielmini, Gabriel Del Sarto etc…

    Ma sarebbe il caso, e questa è la mia seconda conclusione, di organizzarsi in modo da rendere questa possibilità “pratica quotidiana”: quella della riflessione pubblica, critico-letteraria, sui nuovi testi.
    Si potrebbe aprire uno spazio in rete dove pubblicare esclusivamente studi, letture e proposte critiche, recensioni (non pubblicitarie). Senza commenti, in modo che qualunque contraddittorio sarebbe costretto a svilupparsi sistematicamente in articoli argomentati, e senza la possibilità di pubblicare boutade e provocazioni, e soprattutto: uno spazio “aperto” e “trasversale”, cioè senza nessuna “identità” teorica nè influenza diretta o indiretta.

    Qualcuno per caso è daccordo?

    Rispondi
  25. lorenzo carlucci

    davide, quanto a “contenuto” io sono d’accordo. da vari mesi sto cercando (pigramente, sì) di fare una rivista del genere (contributi critici su poesia contemporanea) su carta. se fallisco pensavo di farla elettronica. oltre a quello che descrivi tu c’è nel mio progetto un altro elemento, ossia quello di basarla non su una redazione scrivente ma sul “peer-reviewing” (come accade nelle riviste scientifiche) ossia su una redazione (estesa) che vaglia i contributi, garantisce una risposta (con relazione dettagliata e motivata) tanto in caso negativo quanto in caso positivo a tutti gli autori entro termini brevi (tre mesi al massimo) per qualunque articolo proposto.

    ciao,
    lorenzo

    Rispondi
  26. Christian Sinicco

    La domanda di Lorenzo è ben posta, ma più che ossessione personale di Nacci, la domanda su cui si gira e rigira è “Quali sono i presupposti metodologici per selezionare una grande poesia, oggi?” Da questo punto di vista, l’orizzontalità non serve a nulla se poi non c’è selezione e metodo, e ciò ha a che fare con la critica e con il tentativo di questa di essere innovativa. Leggendo molti materiali, non ultimo lo scritto di Nota su imperfetta ellisse, mi pare che ci sia troppo interesse verso il passato, da cui poi si individuano le linee per il presente: il problema è che se il motore della poesia girasse solo grazie a ciò che è passato, verrebbe meno l’arte e il tentativo di alcuni di innovarne le opzioni, singolarmente e come sistema. Insomma io noto che c’è una visione insieme deterministica della storia della letteratura e, a tratti, forzatamente idealista (vedi la creazione di orizzonte di attesa, come è pure l’opzione generazionale… ci sono certamente altri, che propongono trucchetti e mezzucci ben peggiori di questo). In tutto questo, volenti o nolenti, molti si invischiano, perché magari si reagisce senza accorgersi a processi e modi di fare prestabiliti – la stessa cosa vale per molte riviste – invece di essere dalla parte del contemporaneo. Mi spiego: prima di decidere cosa ordinare a cena, devo poter osservare il listino, e per poter consigliare qualcosa a qualcuno, devo magari aver frequentato quel ristorante più volte. La stessa cosa vale per la critica: non basta farsi scudieri dei giovani o di una supposta generazione, per essere autorevoli, anzi, come operazione è facilmente codificabile tra tutte quelle marxiste – nemmeno le avanguardie si configuravano così, appunto perché c’avevano un programma; ora il programma non c’è, e rimane un guscio vuoto fatto di tante buone intenzioni, ma è illusorio… uno mi porta a cena, mi dice che quello è il migliore ristorante che ci sia, e pure il listino lo nasconde, o me ne cita una parte a seconda di come gli gira…
    Io credo siano andati in crisi prima i meccanismi di promozione e selezione della letteratura, che sono da costruire nuovamente, pure i modi di impostare le riviste, e non è detto che i blog rispondano appieno alle esigenze della poesia.
    Quindi l’opera comune è un’antologia, che informa di alcuni noi, e a distanza di tot anni possiamo valutare uno per uno il lavoro di alcuni autori. Di comune, oggi, c’è la possibilità di osservare, confrontarsi, cercando di proporre un nuovo, non come riproposizione di categorie o modi di fare del passato.

    Rispondi
  27. lorenzo carlucci

    christian, non ti pare che si facciano un po’ troppi “metadiscorsi” (anche il tuo qui lo è) invece di rassegnarsi alla propria finitezza e di proporre un discorso critico senza restare sempre e solo a preoccuparsi del suo essere assoluto, a prova di nipoti etc? ogni opera umana è destinata all’oblio e a cosa serve concentrare tutta la riflessione sui fondamenti di una cosa che si fa e si prova a fare sempre meno, di fatto?

    lorenzo

    Rispondi
  28. Christian Sinicco

    Non so se la tua è una provocazione, Lorenzo, anche se devo dirti che mi provocherei di più facendo finta di nulla e considerando questo mondo bellissimo e a_problematico… che vuoi che ti dica, ci tento, cerco di affinare quello che ho scritto, lo rivedo, penso, propongo un approccio che non sia la ripetizione di cose già viste o sentite, mi rendo conto di tutta una serie di limiti del lavoro, e la società rimane sempre lo sfondo, anche perché da molte analisi e poetiche sembra sia scomparsa. Allora, sai, vai dove il sentiero non ti pare battuto. Se devo puntare il dito su qualcosa di assolutamente drammatico rispetto la critica (?) vigente, mi pare evidente che la riflessione sulla società di questa area ariosa della poesia, sulla comunicazione in particolare (aspetto che abbraccia oramai ogni cosa), sia veramente carente…. oltre il problema di credere troppo alle proprie diavolerie apriori – vedi le linee di Nota, ma pure le esagerazioni merliniane degli editoriali di atelier, che pare quasi che una rivista che ha 300 abbonati stia cambiando il corso della storia umana o fondando una civiltà o rimediando ad una mancanza, quando basta dire che sta lavorando come altri per dare delle possibilità di pubblicare, farsi vedere -, oltre questi aspetti fondamentalmente ridicoli (che non mi preoccupano, essendo ingenui tutto sommato), che riflessione sulla società?
    Mi pare quasi stia iniziando a fare un discorso etico, dopo la spicciola epistemologia… In ogni caso l’essere assoluto, la “grande” poesia se vuoi, la si estrae solamente applicandosi con metodo e proponendo approcci innovativi, collegando più cose rispetto il cortocircuitino letterario + vari metodi per fare proselitismi… Altrimenti, non potresti cogliere questi aspetti nelle poetiche. Se – te lo dico per me stesso Lorenzo – attribuisco importanza alla poesia di Carlucci, è perché non ci vedo la presenza di un solo aspetto da cui emerge la poesia assoluta (a questo proposito, tra poco la suprema finzione di Wallace Stevens su Ap), ma ci vedo tantissimo lavoro e la voglia di affrontare tantissimi temi di questa società in modi diversi. Allora, forse, spero in Carlucci, perché non sa girare solamente i pollici in un verso (ma spererei anche in Nota) che possa affinare la sua poesia, e lo seguo. Le stronzate delle linee e delle categorie, non eccitano il mio bisogno di intelligenza.
    Comunque, metadiscorsi o meno, buon week-end.

    Rispondi
  29. lorenzo carlucci

    christian ti giuro sul modem che non ho capito cosa vuoi dire (specie la parte sulla mia poesia e i pollici), mapperò ho una domanda, tu dici “la critica vigente” e poi citi Nota e Merlin e a me è venuta una curiosità la curiosità di sapere che cosa denoti tu con “la critica vigente” ossia che cosa e quanto leggi di critica letteraria chi consideri i rappresentanti di questa “critica vigente” che critichi naturalmente mi farebbe piacere lo stesso anche da parte degli altri che passano di qua non vorrei fare un’ennesimo sondaggio ma tant’è.

    stammi bene
    lorenzo

    Rispondi
  30. lorenzo carlucci

    uh volevo scrivere un’ennesima statistica e aggio scritto un’ennesimo sondaggio soryyyy…

    lorenzo

    Rispondi
  31. davidenota

    Ciao Christian,
    vorrei correggere una tua affermazione. Io non ho mai parlato di linee: nel testo pubblicato su Imperfetta Elisse ho negato con forza la possibilità di delineare nuove “linee regionali” e qui ho più di una volta affermato che non credo nelle “linee generazionali”. In entrambi i blog ho parlato di “linee parallele” cioè di tendenze trasversali legate all’individualità del poeta che si sceglie il proprio ramo genealogico (o da cui è scelto… ma restiamo al dunque). Ho parlato di “poeti nati negli anni ’80”, ma:
    1) le GENERAZIONI non implicano LINEE GENERAZIONALI, almeno come le REGIONI non implicano linee regionali
    2) l’unica “generazione” di cui ho parlato ha identità ideologico-culturale caratterizzante, vale a dire che è figlia di un periodo a sè (io propongo queste due date: 1977-2001).

    Per il resto credo che il tuo intervento sbagli la dimensione delle mie intenzioni, nel senso che io non mi sogno minimamente di fare un discorso teorico “orizzontale”, nè mi sogno di credere nel “metodo democratico” come costruzione di un’identità poetica generazionale. Parlo di uno spazio auto-organizzato e trasversale che accolga tutta la pluralità dei percorsi paralleli in atto, finalizzato al confronto, allo scambio di letture e dibattito sui testi. Non una “redazione” insomma ma una “piazza” di individui.

    Ma era solo una proposta lanciata nel dibattito, se nessuno raccoglie l’appello cade da sè.

    Ciao a tutti, buona domenica
    Davide

    Rispondi
  32. Christian Sinicco

    Prima rispondo a Davide – spesso, quando scrivi, parti da alcune considerazioni tipo “Bisognerebbe davvero aprire un Nuovo Politecnico on line, con molte sfumature ma una precisa direzione, quella dell’umanesimo impuro, da Saba a Pasolini, da Campana a Santi, della voce poetica sporca come forma di resistenza all’inautentico sociale, contro ogni idea di post-umano e naturalmente contro ogni tentazione neo-cruschiana.” – cito l’intervista su absolute. Se questa fosse una considerazione che riguarda esclusivamente la tua di poetica (e magari tu sai cosa vuoi dire, esattamente, perché ti preoccupi di farlo, più che di parlarne), a me sta bene; altrimenti, la precisa direzione che evochi mi va in conflitto con le pacchianate che poi spari, anzi, che spesso spari, non ultimo l’ermetismo di Brancale. Questo per dirti che sei meglio come poeta, molto meglio.
    Le generazioni sono modelli utilizzabili, ma non sono gli unici. Il prob. (e qui rispondo a Carlucci) è che senza un discorso sulla società non puoi nemmeno delineare una generazione – che è la pecca del discorso sospinto da Atelier. Senza un discorso sulla società non puoi fare critica. Io trovo che ci sia una carenza enorme, da questo punto di vista.
    Dopo la fisica del senso di Cortellessa, il cui discorso introduttivo per molti versi era interessante – per quanto anche lì la critica non era minimamente corredata da un’analisi sulla società (letteratura che gira solo su se stessa) -anche se il tutto poi si tramutava purtroppo in un collage di articoli, non ho letto più nulla. Ora però sto leggendo un libro, Il narcisismo di Bela Grumberger: “I pre-oggetti che rappresentano la pulsione o gli oggetti interni idealizzati, con i quali l’Io si identifica narcisisticamente, sembrano le figure stesse del narcisismo, ciò che si staglia sul suo sfondo, o ciò che viene assunto secondariamente dal Sé per mantenere un’onnipotenza originaria.”
    Che sia la stessa onnipotenza dei maghi della letteratura?
    La critica vigente? In effetti, hai ragione, non c’è.

    Rispondi
  33. davidenota

    Per Christian: su Brancale ho parlato di una funzione ermetico-elitaria del “dialetto” e non di una “poesia ermetica” tout court, anche perchè le etichette vagamente valide cinquant’anni fa, come dici, non possono esserlo ora: le tendenze si sporcano, innestano, sciolgono. Però tra le tante credo davvero che ci sia in Brancale questa tendenza ermetica, o se vogliamo chiamarla “tensione regressiva”: magari nei prossimi giorni chiederemo a Domenico stesso di rispondere a questa definizione, anche per riaprire la questione dialettale. Il mio discorso è questo: il dialetto è da considerare una lingua morta, non appartenente più alla geografia nè alla storia. Chiunque lo utilizza lo “decide” di “utilizzare concettualmente”, vale a dire che lo “impara”. Chiaramente non per volontà comunicativa o pedagogica (come il volgare di Dante o l’italiano di Manzoni) nè per una scelta identitaria locale come nella poesia dialettale-popolare italiana fino alla generazione dei nati nei primi decenni del novecento. Qualunque dialetto oggi equivale al latino di Arthur Rimbaud o al provenzale di Carmelo Bene (o al greco di Pasolini). Il suo utilizzo può essere una forma “provocatoria” di abbandono politico della storia, della geografia e della lingua nazionale (e mi pare che nel Santi di Aset avvenga questa “operazione”) oppure una forma di regressione magico-ermetica nella “mitologia popolare” e in taluni thopoi espressionisti-materici (e mi sembra che in Brancale avvenga quest’altra operazione, e un po’ anche nel Rimis te sachete di Santi).
    Sono queste delle considerazioni che faccio in tutta umiltà, quasi delle domande offerte, delle proposte interpretative che attendono di essere confermate o contraddette dagli interlocutori.
    Anche il tuo contributo, Christian, è il benvenuto.

    P.s.
    Non ho però capito il motivo per cui hai estrapolato quella frase dalla mia intervista. La costituzione di un luogo di incontro trasversale non mi preclude mica la possibilità di sviluppare un mio progetto più personale e una ipotetica rivista di linea…

    *

    Caro Lorenzo,
    sì, avevo letto… scusami per non averti risposto prima.
    Il tuo progetto è interessante ma non ho capito se stai proponendo la tua “rivista” come il “luogo di incontro da me ipotizzato” (e in tal caso parliamone più nei dettagli) oppure se i due progetti, uno gestito da te e l’altro a cui dai la disponibilità, sono separati.

    Rispondi
  34. lorenzo carlucci

    caro davide, semplicemente mi sembrava che i due progetti avessero un intento simile e che quindi era forse utile confrontarli e parlarne, così tanto per. la differenza essenziale c’è pure: ossia il funzionamento. lo spazio che dici tu come diventa “un luogo d’incontro”? semplicemente coinvolgendo nell’organizzazione redattori con idee diverse? non accade più o meno già qui e altrove questo? la mia idea di rivista aveva la caratteristica essenziale d’essere modellata sull’esempio delle riviste accademiche (scientifiche perlomeno) ossia una redazione (larga, allargabile etc.) che vaglia contributi critici e offre un servizio di reviewing. nel tuo “spazio comune” cosa verrà pubblicato, di preciso? tutto? pezzi su invito? solo pezzi di redattori? i maggiori scogli che ho trovato io finora (ma ti ripeto, non c’ho messo tutto me stesso, ancora) sono questi:

    – i critici o aspiranti tali ma comunque “accademici” (dottorandi, ricercatori etc.) non manderanno mai un paper a una rivista del genere se è elettronica e non ha in redazione un paio di professori.

    – io volevo farla in inglese ma ho scoperto che – a quanto pare – pochissimi critici di professione o ricercatori o dottorandi sarebbero capaci di scrivere un paper in inglese (dunque ci vorrebbe un servizio di traduzione).

    spiega meglio la tua idea per farci capire in cosa sarebbe diversa da ciò che già esiste in rete, please.

    saluti,

    lorenzo

    Rispondi
  35. Christian Sinicco

    Qui il nocciolo della questione, Davide: gli intenti organizzativi li separi dalle teorizzazioni: in un ambiente, pur piccolo come quello letterario, ciò è assurdo. Le teorizzazioni – pure quelle che mancano di alcuni aspetti fondamentali – sono già veicolo nella società attuale, come le stendi entrano nel sistema, pure non essendo pensate per la comunicazione, sono operative. Emergono dunque tutta una serie di criticità, a questo proposito, e non si può che fare un discorso unico.

    Rispondi
  36. Christian Sinicco

    Scusa, ultime note: grazie per aver specificato ciò che intendevi su Brancale. Sul dialetto non sono per nulla d’accordo su ciò che dici, perché proprio stai togliendo al dialetto la sua funzione comunicativa, direi sempre più forte. Non sono convinto che un sistema linguistico usato da più persone sia più pesante rispetto ad un altro, visto che poi ci sono pure le traduzioni oggi, e che l’utilizzo del dialetto sia possibile esclusivamente in opposizione a, cioè in senso politico. Questa è una tua convinzione smentiti proprio dall’abitudine, ad esempio Maurizio Mattiuzza che alle letture in Friuli parla in friulano, scrive in friulano, ma anch’io dalle mie parti, spesso, prima presento in triestino le mie poesie, quelle in italiano e in triestino. Mi pare che proprio questo tuo intervento, sottrae al dialetto la sua funzione comunicativa.

    Rispondi
  37. Pasquale Giannino

    Fabrizio, io ho iniziato a scrivere per caso alla soglia dei trent’anni e per caso, un giorno, nella efficiente e produttiva Milano, ho letto un’inserzione che non poteva lasciarmi indifferente: “L’Editrice Nuovi Autori è nata nel 1979 con lo scopo di offrire possibilità di pubblicazione a scrittori inediti o non ancora affermati. L’ha fondata Fulvio Aglieri, milanese, giornalista pubblicista, per oltre quarant’anni operante nel campo dell’informazione, della cultura, dell’editoria; oggi la dirige la figlia Alessandra: dalla valutazione di un dattiloscritto, alla produzione del libro, alla recensione libraria, al marketing, alla distribuzione. Con Aglieri, allora direttore editoriale de “L’Alfiere Editrice” pubblicarono tra gli altri Enzo Tortora, Paolo Mosca, Giuseppe Grazzini, Pier Carpi, Giuseppe Marotta jr., Walter Chiari […]”. Ci sono cascato come un fesso. E potete anche darmi del coglione, però smettetela con la storia che l’omertà è dei terroni… Frattanto ho continuato a riempire i miei cassetti di manoscritti in “prosa” che periodicamente propongo a case editrici di ogni genere, dalle piccolissime a quelle industriali. Con una clausola piccola piccola: non sono disposto a pagare… Risultato: tranne l’opera prima che ho regalato all’ “editore degli sconosciuti” – oltre a un anno di risparmi – non sono più riuscito a pubblicare neanche un rigo. E allora, signori miei, quando si dice APS (Autore a Proprie Spese), vanity press e compagnia bella bisogna stare attenti. Perché non c’è solo il professore di lettere di mezza età che dopo una vita di frustrazioni piccolo-borghesi, a un certo momento vuole vedere a tutti i costi il suo nome su un oggetto stampato per fare bella figura coi colleghi e col preside, che magari poi lo prenderanno anche per il culo… Ci sono anche i fessi come il sottoscritto che sono entrati nel tunnel della tossicodipendenza… da quella droga mostruosa che è la scrittura, c’è il ragazzino di diciott’anni che anziché rincoglionirsi davanti ai programmi della De Filippi scrive poesie e suo padre ne è orgoglioso, ma ingenuamente pensa: ve beh, nel mondo della cultura saranno più onesti della gente comune, sono persone sensibili… e allora va da uno dei tanti editori degli sconosciuti sparsi per lo stivale e gli consegna tutto ciò che è riuscito a mettere da parte dopo un anno di fatica e sudore. E non finisce qui… Ci sono gli autori con un curriculum di tutto rispetto ma che sono caduti in disgrazia, vuoi perché non si piegano alle leggi del mercato (“Mi spiace direttore, ma io le scene porno nel mio romanzo non le metto…”), vuoi perché sono degli autori scomodi (emblematico il caso di Vincenzo Guerrazzi, boicottato ed emarginato per circa vent’anni dall’editoria che conta…). Ne conosco uno di cui non faccio il nome che, edito da marchi altisonanti e con un passato di premi e ambiti riconoscimenti, da vecchio dovette sborsare parecchi milioni per avere ancora un po’ di spazio nelle librerie e non finire i suoi ultimi giorni solo e abbandonato in uno squallido ospizio di periferia. E qualcuno piange perché i giovani poeti non hanno la visibilità che meriterebbero… Direbbe Totò: “Mi faccia il piacere!…”.

    Coraggio!

    Pasquale

    Rispondi
  38. lorenzo

    non so, a me sembra che il problema l’hai tu… qual’è il succo del tuo messaggio? che la prosa essendo più importante della poesia e l’editoria di prosa essendo mascalzona, il poeta non deve lamentarsi? non vedevo l’attinenza con il post, tutto qui, scusami.

    lorenzo

    Rispondi
  39. Pasquale Giannino

    Carlucci stai attento alle offese ché ho un brutto carattere… Se non sbaglio sei un logico, questo deduci dal mio dire? Rileggi il # 12, non è difficile…

    Rispondi
  40. davidenota

    Per Christian: il mio concetto-base sulla nuova questione dialettale è questo: il dialetto ha cessato di essere una lingua orale. Tra le diverse lingue del presente storico la dialettale è forse la più letteraria. Il dialetto è oggettivamente una lingua morta, dunque una lingua scritta, tramandata da una tradizione letteraria estinta, rinnovabile nella scrittura piuttosto che nella pronuncia. Chi fa del dialetto una questione di “nuova oralità” secondo me sbaglia. L’utilizzo poetico del dialetto, anche nel reading, è una scelta non lirica: un’operazione concettuale.
    So bene che ancora sussistano scorie di “dialetto sopravvissuto”, brandelli linguistici tramandati per via diretta e naturale.
    A proposito del lucano di Domenico Brancale (che a proposito: non è in Italia e prima di Luglio non riusciremo ad avere un suo contributo sulla questione) il ramo paterno della mia famiglia è di Accettura, un paesino in cima ad una montagna in provincia di Matera (il paese del noir “Non si sevizia un Paperino” di Fulci) dove il “dialetto stretto” era ancora prima lingua, fino al decennio scorso.
    Ne ho esperienza da quando son nato, anche forse per questo il dialetto mi “commuove”: quello che dico non vuole essere quindi una faciloneria di un provinciale “insensibile al tema”, anche perchè sono anni che mi nutro di teorie sull’oralità dialettale, da Pasolini a tutta l’esperienza di (appunto) Lengua.
    Ma nel giro di dieci anni, anche in questo micro-cosmo linguistico del profondo Sud protetto dalla Selva, è cambiato tutto. Morta la terza età (morta mia nonna) rimane solo uno slang post-dialettale (negli accenti, in qualche errore grammaticale) innestato all’italiano televisivo e ai nuovi inglesismi. Io penso che sia questo gergo post-dialettale, nelle sue variazioni territoriali, la nuova lingua orale.
    I dialetti stretti, continuo a pensare, sono lingue della tradizione scritta, in qualche modo alta, colta.
    Per questo dico: o funzione politica, o funzione ermetica, o funzione regressiva.
    Leggo il tuo commento su Absolute: non conosco il lavoro di Baldus sul dialetto, se ci scrivi qualcosa a proposito o se ripubblicate qualche intervento, informami.

    *

    Per Lorenzo: la differenza sostanziale tra i blog e portali in circolazione (Absolute, Nazione indiana, La poesia e lo spirito, Universo poesia) e quello di cui parlavo, è che quest’ultimo non sarebbe un blog redazionale (con una pur vaga ma necessariamente esistente identità, cultura etc…), dunque non sarebbe un “nuovo” blog “alternativo” agli altri (insomma… nessuna identità redazionale) ma una sorta di portale trasversalmente utilizzabile (il modo per non farlo implodere qualitativamente si trova, un filtro…) ed esclusivamente dedicato allo scambio di opinioni strutturate e “giustificate” (studi, articoli, recensioni) sulle “opere”, con un occhio di riguardo e di attenzione alle “novità” o anche al sotto-bosco delle plaquette.
    Ma la mia, ripeto… era una proposta “nuda” lanciata a seguito del commento di Marco e alla risposta di Raimondo… una proposta aperta che attendeva (e che in fondo un po’ si aspettava) un anche piccolo seguito, da parte soprattutto dei più giovani, seguito che invece non ha avuto. E va be’…

    Rispondi
  41. lorenzo

    pasquale, non ti arrabbiare eh. a me pare che anche al #12 ti concentri su una tua ossessione personale, perché il “fuoco” del post non mi pareva essere la “visibilità” negata ai poeti anni ’80. comunque se tu lo hai letto così, liberissimo.

    tanti auguri,
    lorenzo

    Rispondi
  42. fabry2007

    Pasquale, credo che quello che cerchi debba nascere dal basso. una cooperativa autogestita che cresca sempre più e sempre meglio. potremmo anche metterla su noi.
    fabrizio

    Rispondi
  43. Raimondo Iemma

    Davide,

    trovo indispensabile, anche per ciò che riguarda l’ultima generazione, parlare delle opere. Di quelle che sono uscite e di quelle che si dovranno fare. E’ forse l’unico maniera per evitare la trappola anagrafica.

    Rispondi
  44. Pasquale Giannino

    Lorenzo a te può parere qualsiasi cosa, sappi però che io non mi arrabbio: mi incazzo… e non è lo stesso. Io di ossessioni personali ne ho tante, ma quella a cui pensi francamente mi manca. Cercherò di essere più chiaro, anche se mi sembra di non essere stato poi così ermetico. Ragazzi, voi siete bravi e forse avete studiato più di me. Quello che vi manca è il senso pratico, lasciatevelo dire. Tutte le belle parole che avete speso nei vari commenti mi stanno benissimo. Ma qual è la conclusione. Qual è la strategia che avete in mente? Mi spiego. Avete concordato un action plan? Intendo dire, avete stabilito qual è l’obiettivo che vi prefiggete di centrare? In quali tempi e in che modo? Avete stabilito gli owner delle azioni, in altre parole chi fa che cosa? Ecco, nel mio # 12 ho solo cercato di offrirvi qualche spunto in tal senso e ho chiamato in causa Fabrizio perché un argomento analogo era stato da lui proposto e dibattuto di recente. Bisogna anche cercare una continuità rispetto a ciò che si è già detto e sviluppato, se no diciamo una volta per tutte che ‘sto blog è soltanto una valvola di sfogo per gente logorroica e fine della questione. Ma non mi pare che siano queste le potenzialità. Dicevo, io ho cercato di darvi il La. Ora Fabrizio propone “una cooperativa autogestita che cresca sempre più e sempre meglio”. Bene, più che bene. Ma allora dobbiamo darci delle linee da seguire. Il primo punto che vi propongo è: informare informare informare… Se ci tenete alle nuovissime generazioni, informatele anzitutto sui rischi che corrono in questo mondo di mafiosi travestiti da mecenati, di mercenari che si trastullano a fare i critici letterari, per di più boriosi e arroganti… di virtuosi del lecchinaggio. Questa è la realtà ragazzi, che vi piaccia o no. E mi pare che nel corso del dibattito qualche dato sia emerso, un altro lo aggiungo io:

    Editori seri Editori truffaldini
    Fara Editore Editrice Nuovi Autori
    Edizioni Progetto Cultura 2003 ***

    Allora, ne conoscete altri? Fabrizio, ci provo ancora: proponiti come collettore di testimonianze in merito alle case editrici agenzie riviste rassegne premi etc. – ma anche riguardo a mille altri episodi ed esperienze in cui può imbattersi chi decide di intraprendere a un certo punto del suo percorso il difficile e nebbioso cammino della scrittura – allo scopo di raccogliere finalmente dati concreti e fare un po’ di chiarezza in questo mondo che non è fatto solo di gente per bene… Naturalmente occorre verificarne la fondatezza, ma coi mezzi che ci offre il web non dovrebbe essere così arduo. Il valore aggiunto del nostro lavoro sarebbe quello di organizzare il tutto in maniera sistematica, e vi pare poco? Detto questo, cos’altro proponete? Letture incrociate? Commissioni pseudoscientifiche per valutare i testi? Censimenti dei poeti e degli scrittori sparsi per la rete? Va benissimo. Però venite al sodo per favore: organizzatevi!

    E se qualcuno dice ancora che mi concentro su una mia ossessione personale quando lo vedo gli do un cazzotto.

    Un caro saluto.
    Pasquale

    Rispondi
  45. fabry2007

    Pasquale, un unico appunto: perché dici organizzatevi? caso mai, organizziamoci. io sono convinto che se sostituissimo alcune pippe mentali a un’azione concertata, potremmo benissimo raggiungere l’obiettivo di fondare una cooperativa in campo editoriale. ci vogliono esperti, naturalmente: sia in campo giuridico sia in campo editoriale. nel nostro blog, ad esempio, abbiamo gli uni e gli altri. ma se unissimo le forze dei vari spazi in rete, invece di menarla con gli snobismi di vario grado e natura, a quest’ora la cooperativa sarebbe già in funzione.
    fabrizio

    Rispondi
  46. davidenota

    Credo che più o meno dal commento #24 in poi siamo scivolati lentamente e gradualmente fuori tema.
    Forse è fisiologico, non so.
    Io sento però la necessità di tornare sui punti sostanziali del discorso, e con questi chiudere:

    1)
    La tendenza in atto è, secondo me, questa: dopo la sbronza giovanilista del decennio ’96-’06 e la moda della nuova generazione, individuata bene o male nei nati nella prima metà degli anni ’70, si sta tornando, senza mezze misure, a quel che Merlin chiamava, a proposito dei “quarantenni”, il “limbo”: «dispersione editoriale, […] moltiplicazione degli autori, […] latitanza della critica, […] perdita d’autorevolezza di tutte le istituzioni […] che teoricamente dovrebbero tenere il polso della situazione e promuovere la cultura contemporanea» (Poeti nel limbo). Questo, secondo me, non è affatto un bene, perché porta, come sta portando, un ritorno al locale, alle linee regionali, e in definitiva al rinnovato controllo, padre e patrigno, degli “affermati” su molte delle attività “giovanili”. Non deve essere permesso, anche se non ci riguarda direttamente. E questo non è un appello alla “generazione”, a cui non credo, ma alla “comunità”. Perché la “tensione orizzontale liberante” non resti solo una “buona intenzione”.

    2)
    In questi pochi secondi provo a dire due cose. All’ambiente letterario: la poesia italiana non finisce con l’esperienza dei trentenni, c’è un panorama sommerso e fertile di nuova poesia, accorgetevene. Occupatevene. A noi: incontriamoci, leggiamoci. Mischiamo il terreno dei nostri percorsi. Conosciamoci, fermiamoci un secondo e chiediamoci l’un l’altro: dove stai andando? perchè?

    3)
    I nati (più o meno) negli anni ‘70 e ‘80, se volessimo fare un discorso generazionale, cioè legato alle identità antropologico-culturali di un popolo, appartengono alla stessa generazione, dunque i “lavori di scavo” devono essere continuati e aggiornati (alle seconde e terze opere, alle nuove prime).

    Spero che questo intervento possa essere una scintilla.
    Altro, da solo, senza mezzi, da questo quartiere periferico di provincia, non so fare.

    Vi saluto tutti,
    grazie per l’attenzione,
    Davide

    Rispondi
  47. Pasquale Giannino

    Bene Fabrizio, mi piacciono i preti combattivi. Accetto il tuo appunto ma vorrei spiegarti il perché ho detto “organizzatevi” e non “organizziamoci”. Io sono reduce da due recenti esperienze diciamo così di carattere pratico-organizzativo nel campo della letteratura emergente e giovanile (evito di fare nomi e cognomi perché non è mio costume parlare di chi non è presente, ma quanti mi conoscono sanno a chi mi riferisco). Ebbene, dopo un forte picco di partecipazione ed entusiasmo, in ambedue i casi, proprio nel momento in cui si stava approdando a dei risultati concreti, sono “emersi” i soliti arrivismi individualismi leccaculismi e professorinismi che sappiamo, e hanno mandato tutto all’aria. E naturalmente ho detto: ragazzi, mi spiace ma ho cose più importanti da fare… Il tempo mi ha dato ragione: non mi pare che abbiano fatto molta strada da allora. Purtroppo debbo dirti che anche qui i feedback non sono stati incoraggianti (a parte il tuo), dunque non penso di poter tornare sui miei passi neanche in questa tua democratica e accogliente casa virtuale (a dispetto di chi invoca i filtri… invocateli per i delinquenti i filtri – ché ce ne sono nel mondo delle lettere come in qualsiasi altro – non per uno che dice le cose come stanno e non lo ha mai fatto indossando la comoda e rassicurante maschera dell’anonimato…). Al sig. Nota che continua a fare il professorino saccente: “Sei andato fuori tema, spiacente ma non posso darti la sufficienza…”, ove mi degnasse della sua attenzione vorrei dirgli questo: Davide, scendi dal piedistallo ché lo sappiamo quanto sei bravo… però sappi anche tu che nella vita non si finisce mai di imparare. Soprattutto in arte. Soprattutto se si pensa di essere i primi della classe.

    In bocca al lupo.
    Pasquale

    Rispondi
  48. davidenota

    Caro Pasquale,
    hai ragione e scusami per il silenzio.
    Non era un silenzio snob, credimi… provavo solo a tenere il discorso “esclusivamente” sul tema iniziale. Tra l’altro senza riuscirci perchè anch’io poi sono andato a finire sul dialetto, sulle riviste…
    Comunque sia scusami. Davvero.

    Il discorso sulle tante case editrici di poesia a pagamento, che non sempre danno garanzia di qualità, è giusto ed esatto, così come i casi estremi della studentessa di 16 anni a cui la nonna regala un contratto editoriale e del professore che a 60 vuole coronare il sogno di appartenere alla libreria di casa e pubblica le sue imitizioni di Carducci.
    Questi però sono casi estremi e facilmente verificabili.
    Meno verificabili sono i casi più interni, penso ai poeti sconosciuti che inviano le loro plaquette alle riviste: c’è qualche redazione che fa un lavoro serio di prima lettura? Io credo si sì, alcune ce ne sono…
    Ma in generale… se ci fosse più attenzione critica all’underground delle plaquette e degli e-book, e non solo al libro Einaudi di Aldo Nove… forse andrebbe già meglio?

    Ti saluto,
    primo della classe non penso di esserlo semplicemente perchè non lo sono.
    Ho pressochè tutto da imparare.
    Scusami ancora,
    Davide

    Rispondi
  49. Pasquale Giannino

    Accetto le scuse e condivido il tuo parere sull’editoria a pagamento. L’unico modo di verificare queste cose dipende dagli autori: basta con l’omertà, cacchio! Non abbiate paura, parlate, raccontate quali sono state le vostre esperienze nel bene e nel male, condividetele! Dite se vi hanno fatto un editing come Dio comanda o vi hanno introdotto persino errori di sintassi (a me è capitato, grazie ai signori della Editrice Nuovi Autori!), dite se vi distribuiscono e in che termini, se organizzano qualche presentazione, se sono in grado di procuravi qualche recensione oppure vi consegnano la “merce” da voi stessi prodotta e pagata dopodiché sono cacchi vostri… Sfruttate le potenzialità della rete, non sprecatele con oziosi e inutili chiacchiericci da sagra paesana! È l’unico modo per iniziare a fare un po’ di pulizia in questo letamaio. E allora chissà, forse qualcuno potrà pure accorgersi che non c’è solo il “libro Einaudi di Aldo Nove”…

    Un caro saluto.
    Pasquale

    Rispondi
  50. Christian Sinicco

    Davide, sul dialetto, anzi sulle lingue che chiamiamo dialetti, non son d’accordo (inoltre le lingue sono sempre in continua metamorfosi, il linguaggio non è stabile): non prendi ad esempio invece delle situazioni che fanno del dialetto non tanto la difesa della propria identità, ma la comunicazione quotidiana: non c’è a Trieste una persona che non parli dialetto, in Friuli accade la stessa cosa, e in Veneto, cosa accade? Per non parlare di altri esempi di poeti dialettali, anche giovani, che vendono tantissime copie, come la romagnola Annalisa Teodorani… no, la tua è una riduzione, smentita dai fatti e soprattutto dall’abitudine delle persone. Che poi tu ne voglia fare una battaglia personale, o politica, affari tuoi. Non è fondata: le persone, con la loro umanità, questo è il fondamento.

    Sul limbo: ci sono migliaia di autori, e pochissima critica? Faccio presente che in due – tre anni di blog si sono coperte delle mancanze a livello di informazioni, trend che già nel 2002 era evidente, figuriamoci ora. Un nuovo limbo, quindi? Assolutamente no. Anzi, tutto alla luce del sole. Il limbo è quello che pensa dei poeti esordienti come i salvatori della patria, ecco lì il limbo!
    I poteri (mica quelli della banche), i poteruncoli poetici, che esistano pure, per quello che incidono… al limite incidono sulla vanità degli imbecilli, che vorrebbero pubblicare con quello o con quell’altro. Che incidano pure nella mentalità dei vanitosi…c’è altro da fare!
    Tra dieci anni, si potranno fare dei minimi bilanci sul percorso di alcuni di questi trentenni, e dico minimi, poiché sulla storia del secondo Novecento, non c’è ancora nulla di certo. E perché? Forse perché siamo in 57 milioni?
    Analizzare non è facile, e ognuno già fornisce dati per altri, e questo, oggi, fatto volontariamente, è già una gran cosa, non pensi?

    Di una cosa sono sicuro, i giochettini di lobby e amicizie e gruppetti e gruppettini e rivistine han fatto il loro corso, e può solo venire fuori la bontà dei discorsi e delle analisi, che non sono un percorso facile, e non hanno sicuramente a che fare con le tue riduzioni.

    Rispondi
  51. davidenota

    Sì vabbè ma pure nel ‘200 c’era chi capiva il latino… Se vuoi dirmi che un ventenne di oggi in basilicata parli la lingua in cui scrive Domenico ti sbagli: nemmeno mio padre e i miei zii la sanno parlare più, anche se ancora la capiscono. I miei cugini invece non la capiscono nemmeno. E ti parlo di un paesino altomontano del profondo sud separato dall’altitudine e dalla foresta.

    La domanda linguistica principale da porsi è dove sta andando o dove è già andata la lingua orale. Dove andrà.
    Io penso anche ai figli e alle figlie dei muratori albanesi o moldavi che iniziano a mischiarsi, ad amalgamarsi culturalmente e linguisticamente nelle discussioni del sabato sera nei bar e nelle sale giochi, o nelle piazze, o nei supermercati. Il vento delle nostre città quale lingua trasporta?
    La “lingua orale prima” è dialettale?

    Guarda, è un bene che tu abbia la tua opinione, legata alla tua ricerca sul campo, ed io ti incoraggio a proseguirla. Probabilmente la realtà triestina è anche molto particolare.
    Io però sono giunto a conclusioni molto diverse.

    Rispondi
  52. davidenota

    P.s.

    Sulle realtà in cui la comunicazione in lingua dialettale è realtà quotidiana: parli di alcune generazioni in particolare, e in particolar modo dei nati dagli anni ’10 ai ’30, o hai rilevato località in cui anche i nati dai ’60 ai ’90 comunicano quotidianamente in dialetto stretto?

    Rispondi
  53. lorenzo carlucci

    “E se qualcuno dice ancora che mi concentro su una mia ossessione personale quando lo vedo gli do un cazzotto.

    Un caro saluto.
    Pasquale”

    secondo me ti concentri su una tua ossessione personale, anzi sul trauma d’essere stato gabbato da Editrice Nuovi Autori.

    a presto,
    Lorenzo

    p.s. Davide Nota, qual’è il motore che ti spinge a voler creare uno spazio di confronto senza filtri? Me lo spieghi? A volte la vista mi si annebbia. Padre Centofanti, qual’è il motore che la spinge a voler creare una cooperativa editoriale? Me lo spiega? Cosa pubblicherebbe questa cooperativa? Quale ne sarebbe il valore aggiunto?

    Rispondi
  54. fabry2007

    il motore che mi spinge, dott. Carlucci, è il motore immobile. pubblicherei poesie che nessuno pubblica, se non a pagamento. il valore aggiunto sarebbe leggere qualcosa che non si leggerebbe altrimenti. ovviamente cose degne di essere lette. unica certezza assoluta: non sarebbero le mie.

    Rispondi
  55. lorenzo carlucci

    beh padre centofanti, a parte l’avere come motore la causa sui, in cosa si distingue la sua missione da quella d’altri editori?
    ciascuno di essi pubblica cose che “non si leggerebbero altrimenti”.
    ciascuno di essi crede di pubblicare cose “degne di essere lette”, secondo criteri diversi dai suoi, dai miei, ovviamente. pochi si autopubblicano. e dunque cosa resta come sua differenza? il pubblicare “poesia che nessuno pubblica se non a pagamento”? sarebbe questo un principio sufficiente? necessario? di certo un bel guadagno. non ho nulla contro di lei, mi creda, né contro il suo motore, ma un po’ di chiarezza o precisione non farebbe male io credo.

    saluti,
    lorenzo

    Rispondi
  56. fabry2007

    andiamo con ordine:
    la mia missione non è quella di editore; parliamo di inediti che rimangono inediti perché non entrano in un certo giro (di questo parla Pasquale); con “cose degne di essere lette” si intende escludere la poesia alla mamma nel giorno della sua festa ( e magari è un capolavoro); molti si autopubblicano (nel senso che pagano per farlo); la differenza che resta è tutta da vedere: primo, perché non sono un editore; secondo, perché potremmo diventarlo se ci mettessimo insieme per aggirare chi ha in mano il potere culturale ed economico. per ora sono più problemi di Giannino che miei. anzi, personalmente, ho altro a cui pensare. ma vogliamo provare a dare una mano a lui e ad altri con lo stesso problema? se no, il discorso è chiuso.

    Rispondi
  57. lorenzo carlucci

    correttore di bozze, vogliamo rispolverare questa polemicuccia?

    grazie padre centofanti per la risposta, ma non mi ha chiarito molto la faccenda.

    saluti,
    lorenzo

    Rispondi
  58. davidenota

    Ciao Lorenzo,
    credo mi muova la volontà di confrontarmi seriamente con altri poeti, percorsi e radici; oltre che la consapevolezza di dover trovare un pretesto “pubblico” per tradurre questa volontà in un impegno.

    *

    Tornando al dialetto: vorrei chiarire a Christian che sebbene consideri il “dialetto puro” una lingua morta, o condannata a morte, trovo che sia proprio “questa” la caratteristica più interessante e commovente della “nuova poesia dialettale”. Questo tentativo impossibile di carezzare una radice che non c’è più.
    Questo scavare… vagare. Nella foresta di Accettura, la baracca di mio nonno taglialegna, che solo pochi anni fa visitai ancora integra, piena di stracci… l’estate scorsa è stata rasa, e per questo non la trovavo, tra le ruspe…

    Ti ricordi il taglialegno che rincasa
    con una busta blu piena di fongi
    adesso il taglialegno non ritorna
    perchè sventola il suo cranio sull’autostrada.

    *

    Continuando il viaggio fino a Santa Maria di Leuca, questa lingua è stata la mia salvezza

    Eppure muto riuscii a prenderti, selvaggia
    maestà delle Puglie: ti chiamo
    selvaggia maestà de li mari: li scogli
    o l’oblio, il creato e nisciuna: che ridere
    amore mio che ridere l’infinito che si scaglia
    oltre il parcheggio abusivo.

    *

    Ciao, ora siamo definitivamente fuori strada… 😉

    Davide

    Rispondi
  59. Christian Sinicco

    Davide, a Trieste parliamo tutti in dialetto, ma anche in veneto, e in Friuli si parla friulano. L’italiano c’è, figurati, ma il dialetto non è scomparso. A Milano il dialetto è scomparso; in Basilicata, da quello che dici, pare stia scomparendo; a Napoli è scomparso? In Sicilia, è scomparso? Il sardo è scomparso? Il romanesco, ao’?

    Rispondi
  60. lorenzo

    davide, grazie per la risposta, che mi sembra condivisibile, specie per la parte che riguarda il desiderio di confronto. la mia perplessità nasceva semplicemente dal fatto che spesso questi desideri individuali di confronto e di impegno vengono presentati o espressi come fossero necessità del creato o dello spirito del tempo.

    ‘a sini’, il dialetto romanesco è sparito da un sacco di tempo.

    ciao
    lorenzo

    Rispondi
  61. Pasquale Giannino

    Carlucci (# 57) mi hai rotto i coglioni! (Fabrizio ti chiedo scusa in ginocchio, ma quando è troppo è troppo…). Un consiglio spassionato: esci la sera, divertiti, fatti una scopatina ogni tanto ché ti fa bene… e non rompere con ‘ste cazzo di seghe mentali (e non solo mentali)!

    Rispondi
  62. davidenota

    Veneti nel mondo
    Anno II – numero 7 – Luglio/Agosto 1998

    I dialetti in Italia hanno ancora lunga vita, a differenza, ad esempio, della Francia, dove i patois sono ormai scomparsi. Così, tanti dialettologi stranieri che stanno studiando il nostro status ci invidiano, perché il dialetto è vita, cultura, tradizioni, storia del passato, ricordi, affetti, radici.

    La sopravvivenza dei dialetti come quello veneto, trentino e friulano, è un fatto di grande importanza e sembra che proprio quelli del nord est dell’Italia “resistano” meglio dei dialetti parlati in altre zone della nostra Penisola.
    Da più parti si sostiene che una minaccia alla loro scomparsa venga dalla scuola, che obbliga a studiare esclusivamente la lingua italiana, nella convinzione che l’uso del dialetto può nuocere alla corretta espressione italiana.

    Di tutto questo si è parlato in un convegno a Sappada, in provincia di Belluno, dove si sono dati appuntamento i più affermati studiosi della materia e tra questi il professor Manlio Cortellazzo, Padre nobile della dialettologia italiana, che ha subito sgombrato il campo sulle possibili responsabilità della scuola: “E’ assolutamente ridicolo sostenere che i dialetti muoiono perché non vengono inseriti nei programmi scolastici – ha detto -. Per mille anni essi si sono sviluppati senza le scuole: la verità è che i dialetti scompaiono per autodecisione, ovvero quando la gente non vuole più parlarli per ragioni diverse, forse perché non fa più moda o perché si teme che venga interpretata come espressione di arretratezza. In questi anni i giovani viaggiano molto e parlano più di una lingua straniera: forse anche questo ha una certa influenza. A questo punto il dialetto d’origine è un impiccio, e, forse, una vergogna”.

    Il professor Cortellazzo non appartiene comunque alla categoria dei catastrofisti. Ha sostenuto che il dialetto va aiutato con iniziative locali, altrimenti, ha detto, si rischia davvero di perdere la cultura regionale. E lo sanno bene, ad esempio, gli ungheresi, che hanno, per ragioni diverse (politiche o per scelta), dimenticato i loro dialetti, di origine vichinga, danese, normanna e finnica.

    “Non è giusto dar voce ai puristi del dialetto – ha però ammonito Cortellazzo – perché nel Duemila questo si va trasformando, non è più quello di 50 anni fa. Ciò non è un fatto negativo, ma un segno di vitalità. Acquisire nuove parole, anche se sono un calco dell’italiano, è importante. Ad esempio, dall’inglese importiamo la parola così com’è, mentre il dialetto prende la parola italiana, ma sente la necessità di adattarla: è questo il segnale di qualcosa che è vivo”.

    A Sappada, alcuni esperti hanno focalizzato il “caso Veneto”, dove il dialetto è ancora vivo e si parla nelle strade e nelle piazze, in famiglia, tra la gente, molto in campagna, un po’ meno nelle grandi città.
    A volte si parla in dialetto con un compaesano anche alla presenza di stranieri: prima di tutto per rinsaldare le origini, ma anche per parlare del privato. La “segretezza” però è poco garantita perché il veneto ha una parlata abbastanza rotonda e facilmente comprensibile, a differenza di certi dialetti chiusi, intercalati da suoni davvero gutturali di non facile comprensione, una mistura di parole che, per certi versi, sembrerebbe inventata. Basti pensare al sardo, al ligure, al molisano o al siciliano.

    Ma il professor Cortellazzo, parlando del futuro dei dialetti, ha voluto fare una straordinaria simulazione. Ha imboccato la strada della fantalinguistica, immaginando una lettera scritta nel 2085, dopo che uno sconvolgimento di portata epocale ha portato le popolazioni provenienti dall’Africa ad occupare, in prevalenza, l’Europa meridionale e, quindi anche l’Italia.
    Quale lingua userebbero? S’è chiesto Cortellazzo: “Ho pensato che userebbero quelle forme marginali di italiano che non sono oggigiorno accettate. Scriverebbero, per esempio, ‘a me mi piace’, con una operazione abbastanza simile a quella che è avvenuta nel passaggio dal latino classico al latino medioevale”. Riflettiamo, le catastrofi fanno anche questi danni generazionali.

    E a proposito di lingua e dialetto in Italia, la Camera dei Deputati ha approvato una legge sulle minoranze linguistiche. In essa ci sono aspetti incoraggianti, ma tra questi prevale uno negativo.
    Si sancisce, ad esempio, che il sardo ed il friulano sono lingue, mentre il veneto, per più di mille anni lingua ufficiale di uno Stato sovrano, viene relegato solo a dialetto.
    Da più parti, anche dall’estero, si chiede di rettificare questa classificazione. Cosa avrebbero da dire, ad esempio, i milioni di veneti e loro discendenti che vivono in tutti i continenti del mondo e che hanno voluto mantenere la loro identità e conservare ostinatamente lo stesso dialetto che veniva parlato nella loro terra d’origine? Sono molte le persone che non perdoneranno allo Stato italiano quella che lo stesso Cortellazzo e il professor Giovanni Meo Zilio, ordinario di Storia delle Lingue presso l’Università di Venezia, hanno definito una “barbarie”.

    “C’è da augurarsi – ha sostenuto Meo Zilio – che il Senato della Repubblica possa integrare questo articolo di legge, recependo la mozione di un gruppo di parlamentari veneti in cui si propone, tra l’altro, che il Governo si faccia carico di tutte le forme possibili per sostenere, tutelare e diffondere le lingue e le culture presenti nel territorio nazionale, previa approvazione dei rispettivi Consigli regionali e comunali”.
    E sarà, appunto, questa formula a salvaguardare il dialetto veneto o meglio la “lengua veneta”.

    Rispondi
  63. davidenota

    “Il dialetto si svapora. I dialetti sono al tramonto, ma non sono ancora morti. Sono dei mondi, ed in questi mondi succede ancora qualcosa. Se si traduce in italiano, questi componimenti perdono molto del loro vigore perchè raccontano dei fatti che sono “accaduti in dialetto”.

    “Il dialetto ha dei confini, cioè certe cose non ha le parole per dirle, ma il fatto è che anche nella testa di coloro che parlano in dialetto ci sono dei confini, cioè certe cose non le pensando, quindi non hanno bisogno di esprimere quello che non pensano, è un piccolo mondo autonomo che è andato avanti, in questa autonomia, a lungo, fino a quando non sono cominciate ad arrivare delle cose da fuori… Poi però le cose che vengono fuori sono sempre cresciute, si sono moltiplicate, sono diventate tante tante tante, e a un certo punto il dialetto si è accorto che non era solo difficile, non era solo impossibile, ma era ormai ridicolo tradurre in dialetto tutto. E come fai a tradurre in dialetto le ‘cellule staminali’, come fai a tradurre in dialetto la ‘musica elettronica’? Ecco, allora il dialetto oggi ospita l’italiano, ospita cioè tutte queste cose nuove che vengono da lontano, che vengono da fuori…”

    “Certe parole, che indicavano certe cose, in dialetto, adesso sono cadute e sono state sostituite da parole che sono dei calchi dell’italiano”

    Raffaello Baldini

    Rispondi
  64. Martino

    Così, en passant:

    che la forma corretta sia “qual è” e non “qual’è” è tutto da dimostrare. Anzi, secondo la maggior parte dei nuovi grammatici, la forma tronca “qual” è ormai talmente disusata (al contrario di “tal”) che viene considerato più corretta l’elisione e quindi l’accento. Tra l’altro, alcuni grandi scrittori come Tozzi, Tobino e Landolfi usavano “qual’è” (al contrario di Pratolini, Moravia e Parise).

    Fate voi…

    Rispondi
  65. Io

    L’esatta grafia di qual è non prevede l’apostrofo in quanto si tratta di un’apocope vocalica, che si produce anche davanti a consonante (qual buon vento vi porta?) e non di un’elisione che invece si produce soltanto prima di una vocale (e l’apostrofo è il segno grafico che resta proprio nel caso dell’elisione). Come qual ci sono altri aggettivi soggetti allo stesso trattamento: tal, buon, pover (solo nell’italiano antico), ecc. È vero che la grafia qual’è è diffusa e ricorrente anche nella stampa, ma per ora questo non è bastato a far cambiare la regola grafica che pertanto è consigliabile continuare a rispettare.

    A cura di Raffaella Setti
    Redazione del sito
    Accademia della Crusca

    fate voi…

    Rispondi
  66. marcosimonelli

    Da lettore, penso che l’Opera Comune sia servita per portare alla luce interessanti realtà di scrittura: ovviamente si tratta di un discorso antologico e chiunque abbia una seppur minima conoscenza del lavoro antologico sa che esso non può partire con dei presupposti di esaustività documentativa. Può illustrare alcune realtà che i curatori del lavoro, a vario titolo, ritengono degne di divulgazione ma non può per ragioni soprattutto spaziali comprendere qualsiasi esperienza di scrittura poetica sul territorio. Da qui possiamo capire che qualsiasi lavoro antologico si attirerà sempre un vasto numero di critiche. Suppongo sia normale.

    Sempre da lettore: immagino (e mi auguro) che la categoria “nati negli anni 80” permetta una certa elasticità, un margine perlomeno di due- tre anni. Altrimenti si corre il rischio di isolare molte voci che non rientrano esattamente in quel decennio per una fiscalizzazione di qualche mese!

    Mi auspico anche che le varie antologizzazioni future estendano il campo della selezione a criteri altri che, magari, possano comprendere fattori sociologici. Mi piacerebbe un’antologia poetica in cui fosse il testo a prevalere, le sue problematicità. La figura del critico-compilatore dovrebbe insomma operare trasversalmente alla ricerca di comunanze testuali, affinità espressive, metriche, concettuali, esistenziali più che anagrafiche. Ovviamente non si uscirebbe dalla problematica dell’onnicomprensività (che resta puro miraggio) ma si potrebbe raggiungere un prodotto/antologia che sia al servizio della realtà più che dei poeti o dei critici. Un volume, insomma, che possa essere testimonianza di un’evoluzione (o involuzione, perchè no?) storica e sociale.

    Questo ciò che penso in quanto lettore.
    In quanto autore, mettetemi pure dove vi pare che per me è già un privilegio esistere.

    Grazie, baci.

    Rispondi
  67. Martino

    Che esista una forma ritenuta di norma più corretta e che sia quella senza accento è chiaro. Volevo però semplicemente indicare che non è poi così pacifico che quello di mettere l’accento sia un errore, se addirittura illustrissimi linguisti hanno discusso e discutono tuttora la questione… E quindi il messaggio sprezzante del correttore di bozze, era un eccesso di puntiglio. Comunque:

    Anche gli aggettivi e pronomi tale e quale diventano tal e qual sia dinanzi a vocale sia dinanzi a consonante, sia al maschile sia al femminile. Ma sono elisioni o troncamenti ? Cioè, è ancora frequente l’uso di far cadere le vocali finali di queste due parole davanti ad altra parola che cominci per consonante?
    Possiamo rispondere sì per tale, giacché, senza contare l’espressione fissa il tal dei tali, si usa dire ancora « Nel tal giornale c’è il tal fotoservizio ». E allora scriveremo tranquillamente senza apostrofo tal amico, tal impresa e così via.
    Ma qual è piuttosto raro davanti a consonante, e suona antiquato. Perciò alcuni grammatici consigliano di restaurare la forma qual apostrofata: qual’e. La presenza di due vocali uguali non fa tollerare in questo esempio che si scriva quale è, salvo che non si voglia dare a quale un risalto particolare. Ma davanti ad altra vocale l’imbarazzo dell’apostrofo può essere eliminato scrivendo quale per intero: quale amore, quale odio. In ogni modo noi siamo a favore di qual è, senza apostrofo; torneremo sulla faccenda tra poco, nelle nostre consuete osservazioni. […]
    Ma vediamo in breve come se la cavano gli scrittori con l’apostrofo, e quindi con l’elisione e il troncamento. Essendo l’apostrofo un segno dei meno appariscenti, può accadere che molti errori siano in realtà sviste tipografiche e niente più; tuttavia li citeremo, nel dubbio assolvendo l’autore.
    La disputa se si debba scrivere qual’è o qual è non è risolta né dalle grammatiche, né tanto meno dalla letteratura. Sono per l’apostrofo, fra gli altri, Federigo Tozzi, Mario Tobino, Tommaso Landolfi, Paolo Monelli, Bonaventura Tecchi. Non apostrofano invece Vasco Pratolini, Giuseppe Berto, Alberto Moravia, Goffredo Parise, Libero Bigiaretti.
    Ripetiamo alla buona i termini della polemichetta; e prendiamo gli argomenti di due studiosi: Franco Fochi (fautore dell’apostrofo) e Bruno Migliorini (che non ce lo vuole).
    Dice il Fochi che per quale « il troncamento è cosa del tutto finita, che appartiene alla storia, e non più all’uso della parola ». Egli prosegue citando il qual maraviglia di Brunetto Latini a Dante, che oggi più nessuno direbbe; e osserva che qual resta soltanto nel detto scherzosamente solenne Tal morì qual visse, in una o due espressioni come per la qual cosa. Ricordate le combinazioni con certo – in certo qual modo, un certo qual garbo, una certa qual mansione – egli insiste: « Ma ecco che qui mansione, di tre sillabe, preferisce la forma intera: “una certa quale mansione”. E l’effetto aumenta con l’allungarsi del nome: “un certo quale spiritello”, “una certa quale condiscendenza”, ecc. ».Insomma, secondo il Fochi, essendo il qual tronco una cosa storicamente morta, c’è solo il quale da elidere; perciò, apostrofo.
    E sentiamo Bruno Migliorini: « Che si scriva un uomo e non un’uomo, un enorme peso e invece un’enorme ingiustizia è una distinzione non fondata sulla fonetica ma sulla schematizzazione dei grammatici. Distinzione artificiale è perciò quella fra “troncamento” e “elisione”, ma una volta che questa distinzione si accetti, ne discende come un corollario ineluttabile che si debba scrivere senza apostrofo tal è, qual è… ».
    L’argomento del Fochi fa riflettere, è vero. Ma ha qualche punto debole. Anzitutto l’esempio un certo quale spiritello non è acconcio; diciamo quale spiritello e non qual spiritello solo perché è buona norma non troncare davanti a parola che cominci con s impura.
    Inoltre il Fochi cita onestamente alcuni esempi di sopravvivenza di qual.
    Aggiungiamo, pignoli, il diffuso « Qual buon vento ti porta? »; e quattro citazioni di scrittori: « E qual rispetto dal concessionario… » (Domenico Rea); « …senza qual sacro pudore » (Riccardo Bacchelli); « Qual testimone veridico… » (Carlo Emilio Gadda); « … qual più qual meno » (Virgilio Lilli). Queste nostre quattro citazioni, ne siamo certi, possono aumentare, anche se non di molto. E allora, è proprio morto il qual?
    Ma il nostro discorso è un altro. Franco Fochi sostiene che si deve scrivere qual’è ma non condanna come errore qual è; insomma egli ha messo o rimesso di moda un’altra duplice grafia del patrio idioma. Con tutte le parole che si possono scrivere in due, tre, quattro modi, non ce n’era davvero bisogno.

    [Luciano Satta, La prima scienza pp. 72?75]

    Rispondi
  68. Martino

    Sulla questione delle antologie sui trentenni e dintorni… piuttosto che le solite antologie basate sul valore degli autori (metodo velleitario che serve a sdoganare senza problemi le predilezioni/frequentazioni dei curatori, vista la tanto breve storia letteraria di ognuno) mi piacerebbe leggere un bel volume che faccia ordine sui libri di versi prodotti in un periodo che si intende rappresentare, magari con un ragionamento introduttivo che serva a inquadrare criticamente le opere prodotte e un analisi attenta delle stesse, con pari dignità di analisi. Questo sarebbe un nobilissimo e utilissimo gesto critico; le altre mi sembrano le solite manovre di schieramento, posizionamento e riposizionamento di poeti e critici, o libri di lettura (quando hanno almeno l’umiltà di proporsi come tali).

    Rispondi
  69. fk

    Sono d’accordo con Martino. Per fare questo ci vorrebbe un curatore al di sopra delle parti, uno che, come si dice a casa mia, si fa i cazzi suoi.
    Potremmo partire da qui, da questo blog. Ossia, si è parlato di creare I quaderni de la poesia e lo spirito. Si potrebbe creare da qui, questa antologia, ma senza pietà per i redattori, andando a rovistare DAPPERTUTTO. Per fare questo si potrebbe contare su un esterno. L’ho buttata lì.

    Rispondi
  70. fabry2007

    io. più umilmente, ero rimasto al Pasquale che s’incazzava col Carlucci. ma a quest’ora sarà già sbollito.
    sul “qual è” e similia: in questi casi scrivo sempre a Fausto Raso.

    Rispondi
  71. fabry2007

    ecco la risposta di Fausto, gentilissimo come sempre (il suo sito è linkato a lato). lo ringrazio di cuore. ringrazio anche Io, che ci aveva anticipato e, naturalmente, Martino.
    Caro Fabrizio,
    la questione dell’apostrofo riguardo il “qual è”, da “secoli” fa accapigliare i grammatici e gli scrittori. Personalmente sono per il troncamento (niente apostrofo) per analogia con “tale”. Il prof. Ugo Vignuzzi (che conosco personalmente), accademico della Crusca, condanna l’uso dell’apostrofo e sulla stessa “lunghezza d’onda” è il compianto linguista Aldo Gabrielli.
    Ti copincollo ciò che, in proposito, scrive l’Accademia della Crusca:
    Lomi ci chiede quale sia l’esatta grafia di qual è
    L’esatta grafia di qual è non prevede l’apostrofo in quanto si tratta di un’apocope vocalica, che si produce anche davanti a consonante (qual buon vento vi porta?) e non di un’elisione che invece si produce soltanto prima di una vocale (e l’apostrofo è il segno grafico che resta proprio nel caso dell’elisione). Come qual ci sono altri aggettivi soggetti allo stesso trattamento: tal, buon, pover (solo nell’italiano antico), ecc. È vero che la grafia qual’è è diffusa e ricorrente anche nella stampa, ma per ora questo non è bastato a far cambiare la regola grafica che pertanto è consigliabile continuare a rispettare.
    A cura di Raffaella Setti
    Redazione del sito
    Accademia della Crusca
    Sempre a disposizione
    Un caro saluto
    Fausto Raso

    Rispondi
  72. lorenzo

    signori, per quanto mi riguarda basta(va) rilevare questo: “la questione dell’apostrofo riguardo il “qual è”, da “secoli” fa accapigliare i grammatici e gli scrittori”, per rispondere alla supponenza inopportuna del “correttore di bozza” (cosa che credevo d’aver fatto parlando di “polemicuzza”). comunque apprezzo la vostra acribia. lasciate che gli anonimi vengano a me.

    ciao,
    lorenzo

    p.s. se posso dire la mia, mi piace l’idea di simonelli (un’antologia basata su comunità stilistiche), e anche quella di martino. la cosa che non mi piace è l’idea di esaustività, di oggettività, e la cosa che non vedo è un po’ di coraggio critico, teorico. a proposito, il libro di merlin proprio sui trentenni, com’è? va nella direzione di quello che dice martino? qualcuno l’ha letto?

    Rispondi
  73. davidenota

    Secondo me è una proposta molto onesta ed utile, vengono sinteticamente descritti i percorsi di una sessantina di autori tendenzialmente raggruppati in aree regionali (linea romana, rifrazioni della koinè lombarda, terre di mezzo) e in alcune tendenze facilmente riconoscibili (l’oscuro fermento, dalla neo-avanguardia all’avant-pop, neometricismo e postmoderno, tra epigonismo ed eclettismo).
    dietro non vi è un discorso teorico forte ma la semplice volontà di indagare criticamente la realtà sommersa dei poeti nati tra la fine degli anni ’50 e la fine dei ’60 (da Beppe Salvia a Rosaria Lo Russo, da Aldo Nove a Giancarlo Sissa, da Stefano Dal Bianco ad Antonella Anedda…).
    In media tre o quattro pagine ad autore di cui si descrive il percorso mediante le opere e gli stralci citati ad esempio; insomma non è un libro innovativo dal punto di vista della filosofia estetica, nè credo fosse questo il proposito, ma secondo me è davvero un buon lavoro critico. soprattutto molto utile.

    Rispondi
  74. Francesca Matteoni

    Ciao a tutti, mi pare che le idee di Martino e di Marco siano ampiamente condivisibili, anche perché spostano l’attenzione dal superego troneggiante dell’autore (e di conseguenza della listina dei padri, ma io direi pure delle MADRI, a meno che a mia insaputa sia in atto un processo di autofecondazione maschile) al testo e al libro. Che dovrebbero essere le due unità davvero fondamentali in un discorso sulla poesia. In particolare un discorso sui libri di poesia mi sembrerebbe quanto mai utile, possibilmente da farsi con una lingua fruibile ai più, soprattutto a me che non amo leggere i testi coadiuvata costantemente da dizionario. Permettetemi di andare un po’ fuoritema – l’idea di libro, anzi di concept-book (tipo OK COMPUTER che è un concept album, etc etc), manca dalle scuole prima di tutto, dove si studiano i singoli testi e si alimenta il credo nel procedere dell’autore per raccolte di versi, ma manca molto spesso nel micromondo stesso della poesia. Insomma un’antologia che renda valore al lavoro artigianale del libro, come singola entità, collocata in un quadro storico o sociologico e svincolata almeno in parte dall’autore stesso. Se quando si scrive si attua anche un processo di liberazione da qualcosa (biografie, sassi nelle scarpe e quant’altro) che questo diventi visibile anche nella critica.
    Se poi si parla di parrocchiette – se si guarda al libro e non all’autore, il discorso cade da sé, andare a cena con un libro o parlarci al telefono è abbastanza scoraggiante, anche se si è innamorati del suono della propria voce.

    (Ho fatto confusione? Pol’esse, ma sono la prima donna che scrive in questo post. Della serie anche le femmene sognano critici elettrici).

    Rispondi
  75. Francesca Matteoni

    aggiungo per andare ancora più fuoritema, ma riprendere il discorso scuole, una volta un professore di scuole superiori di Monsummano (Pistoia), autore tra l’altro di due bellissimi libri, uno sulla fiaba e uno su Pinocchio e la Bibbia, disse che per tentare di spiegare davvero il farsi della poesia ad una classe, sarebbe bastato prendere un solo autore all’anno, e lavorare a fondo anche su un suo solo libro, compresi i rimandi al contesto. Ovviamente la cosa è improponibile, ma molto, molto sensata. Fine!

    Rispondi
  76. Roberta

    una domanda per massimo s.

    fra tanti interventi sensibili e profondi, ma malauguratamente per i rispettivi firmatari lasciati a nome di uomini, non hai esitato a strizzare l’occhio a un commento femminile sensato e tuttavia non più limpido o profondo di altri: come mai questa accondiscendenza incondizionata nei confronti delle donne, qualunque cosa dicano o scrivano, e al contrario questo ostentato snobismo nei confronti degli uomini?
    mi pare un comportamento ingiusto, un ingiustificato sessismo che non so spiegarmi.
    In un’intervista su absolute poetry rispondevi a chiara daino che chiedeva cosa non avresti voluto essere: ” Un maschio. Una carne invasa dal pensiero: un possesso che perde dignità anche pronunciando, male, una sola parola. Un sesso che desidera male, anche quando desidera santamente ciò che è legittimo. Un prostituto legale e slegato, che svende ciò che non ha.”
    Altrove hai scirtto che il poeta è donna o donna mancata (portando l’esempio di Pasolini)…che hai da dire in tua discolpa? 🙂
    un saluto.

    Rispondi
  77. massimo s.

    a mia discolpa: nulla, era semplicemente un saluto a una persona che stimo, che è intervenuta con intelligenza, ecc.

    nessuno snobismo per partito preso: ho scritto prefazioni e postfazioni per uomini (Fichera, Lombardini, Talon, Guantini) e per donne (Zallio, Daino, Borgatti); e una miriade di saggi, dedicati a donne e uomini. a volte me ne sono pentito, a volte no (non dirò mai i nomi); e il pentimento è ripartito ugualmente tra maschi e femmine. quanto al “sessismo” : credi davvero che le donne, oggi, abbiano le stesse possibilità di un uomo? non è ancora vero. e il sessismo è forse più tuo che mio… davvero ti ha offeso quel mio povero saluto a Francesca? non riesco a crederci…
    m

    Rispondi
  78. marcosimonelli

    L’ultimo commento di Roberta (che è un pochino OT ma a me non disturba affatto, anzi, mi fa proliferare le idee) mi ha riportato alla mente un fatto successo un paio di mesi fa.
    Mi è stato chiesto se accettassi o rifiutassi la definizione di “poeta gay”. Io accetto (non si butta via nulla) ma nella foga del momento mi son dimenticato di spiegare il perchè e il per come e critiche ne ebbi assai (ma non è episodio blogghesco, è episodio da vita reale).

    Dunque: qualche anno fa da Crocetti uscì Il senso del desiderio, una bella antologia curata da Nicola Gardini sulla poesia omosessuale, il cui unico difetto a mio personalissimo parere era quello di fermarsi alla prima metà del Novecento. Il grande pregio di questa antologia era da ricercarsi nell’ottima scelta dei testi inclusi (più che degli autori): tramite la lettura si poteva evincere come l’omosessualità maschile fosse passata dall’essere definita “L’amor che il suo nome non lo dice” di Bosie a un desiderio più esplicito, carnale. Illustrava insomma tramite i testi l’evolversi di una percezione sociale. Negli ultimi testi quell’amore il suo nome lo diceva a chiare lettere. Questo secondo me era l’importante: documentare attraverso la poesia un cambiamento epocale. Il famoso outing non era negli autori ma nella poesia stessa. Non sono poi gli autori ad essere omosessuali ma i testi a parlare di desiderio di uomini per altri uomini. Ciò a mio parere serviva per dimostrare che il desiderio è poi, in fondo, sempre lo stesso, sia che si parli di omosessuali maschi, femmine ed eterosessuali. Ecco, quell’antologia lo dimostrava ampiamente.

    Mi ricordo di un’antologia di poesia femminista uscita negli anni 70: testi di donne che riflettevano sulla propria condizione che in quegli anni attraversava un profondo mutamento. Un’antologia importante che al di là del valore letterario, del nome dell’autore, della fascia di età (vi era compresa sia la Rosselli che autrici al tempo giovanissime, molte delle quali al loro primo apparire) documentava ciò che stava mutanda all’interno della società italiana. In quest’ottica, la letteratura era solo lo specchio della società. Ciò che quei testi trasmettevano era il mutamento, declinato sotto più punti di vista.

    Ora: qui ho parlato di omosessualità e femminismo perchè sono due argomenti che spesso frequento e ovviamente ne sono interessato. A mio parere sono entrambi validi modi per promuovere una riflessione collettiva, spunti di dibattito e, soprattutto, hanno la possibilità di smuovere la coscienza del lettore portandolo a riflettere su realtà altre, catalizzano insomma l’attenzione su un problema, forniscono alcuni materiali e, a lettura avvenuta, pretendono un coinvolgimento politico e/o emotivo del lettore, una sua posizione.

    Sempre Crocetti ha fatto uscire una serie di antologie interessanti: versi per la madre, versi per il padre, versi per l’automobile, per il seno… Tutte iniziative meritevoli, almeno per lo spirito con cui sono state fatte: spostano l’attenzione dai poeti ai testi.

    Ricalcando le parole di qualcun altro, io sono per una critica che interroghi lo scrittore sulle sue intenzioni. Un colloquio critico/autore, prima di una compilazione di un’antologia, sarebbe auspicabile. E anche chi scrive dovrebbe essere pronto a illustrare almeno per sommi capi le ragioni del suo scrivere, le motivazioni profonde o meno. Ecco, in questo modo si potrebbe tornare a far parlare l’autore e potrebbe essere interessante scoprire che autori magari non più giovani e autori invece giovanissimi sono accomunati da stesse motivazioni, stessi impulsi, che sono pervenuti a delle scelte stilistiche opposte partendo però da esperienze simili, etc.

    Rispondi
  79. Roberta

    no no, certo che non mi ha offeso quel saluto, perchè avrebbe dovuto?solo mi ha dato l’occasione di togliermi questa curiosità dal momento che quello “denunciato” nel mio intervento è un atteggiamento che ho notato in diversi luoghi, tanto in sede critica che più informale… non so se il fatto che le donne non abbiano, ora come ora (e questo sarebbe tutto da dimostrare), le stesse possibilità degli uomini possa giustificare questa tua predilezione.
    grazie per la risposta presta.

    Rispondi
  80. Pepita

    Cari poetessi e poetesse al #75 vi sfuggì un’offerta importante fatta dal dottore Krauspenhaar, che è pessimo nella decifrazione delle lastre radiografiche, ma molto buono in altre cose, tipo la deglutizione di albicocche. Egli si offre di dedicare il resto dei suoi giorni alla compilazione di megantologie di voi giovini con ogni mezzo possibile, dalla A alla Z, compreso l’impasto per la carta che farebbe lui stesso, con le mani sbrindellate, piagate dal tempo e dall’acqua marcia. Accorrete dunque.
    Dottore, Lei sa, se io scrivessi, di certo Le mandassi. Serva sua.

    Rispondi
  81. lorenzo carlucci

    mi è venuta in mente una cosa, leggendo questo post, una cosa ingenua ma che forse non è inutile cercare di guardare chiaramente: ottime idee, ottimi propositi, e poi? i critici, ne abbiamo di due tipi: accademici e non accademici. (1) accademici: perché inoltrarsi in un discorso critico/autore quando la “poesia contemporanea” non serve a far carriera? (né denuncio un cinismo – si deve sopravvivere – né denuncio una situazione senza eccezioni). quanto gioca la qualità della poesia contemporanea sulla pigrizia del critico? quali sono secondo voi i grandi autori che dovrebbero smuovere il critico accademico, schiacciato nel gioco della sopravvivenza accademica, a dedicarsi anima cuore e mente a un poeta contemporaneo? (non dico che non ve ne sono, ma quali e quanti? e quanto piacere farebbe agli altri? (ansia di “mappature” di “inclusività” etc. etc. = chi se ne frega)).
    (2) non accademici: stessi problemi, bisogni pratici probabilmente più pressanti anche di chi fa una carriera universitaria. e poi: la qualità è un’eccezione tra coloro che ad essa si addestrano, un’eccezione pure più eccezionale tra coloro che non fanno esercizio. ossia: la qualità degli interventi che pure esistono sulla poesia contemporanea, pure disinteressati, pure anima e core, qual’è? ma è proprio le eccezioni che vogliamo (o no?), ancora, ma quante eccezioni può riconoscere un poeta contemporaneo? quanti altri poeti contemporanei può giudicare grandi?

    saluti, scusate la poca poca chiarezza.

    lorenzo

    Rispondi
  82. lorenzo carlucci

    Davide, io chiedevo del libro ultimissimo di merlin, sulla “guerra dei talenti”, che parla di poeti più o meno tra i trenta e i quaranta quindi mi sa che parliamo di due libri differenti. tu di quale parli?

    lorenzo

    Rispondi
  83. fabry2007

    bisognerebbe fare, a volte, esercizi di critica su testi di cui non si conosce l’autore. molte piaghe scomparirebbero all’improvviso. e si proverebbe l’ebbrezza della libertà e del disinteresse. intanto mi leggo “L’equilibrio nell’ombra” di Nicola Ponzio, che mi è appena arrivato.

    Rispondi
  84. davidenota

    scusa lorenzo, avevo capito (letto) male e credevo chiedessi di “Poeti nel limbo” che era stato precedentemente citato.

    Rispondi
  85. Martino

    Il problema è che promuovere un autore è una scommessa che costa poco, rende molto e di cui – se fallita – nessuno ti chiederà mai conto. Parlare di un libro è parlare di un libro: puoi dire delle cazzate e te lo possono far notare. Il discorso sul libro poggia su qualcosa di oggettivo e dev’essere rigoroso, non un semplice parlar bene, come si fa facilmente di qualcuno.

    Avevo già sollevato questo caso in coincidenza con l’uscita di una pessima antologia: è giusto che un critico si prenda la briga di compilare un’antologia quando non è stato in grado di considerare con la stessa attenzione i materiali tra cui scegliere, addirittura senza nemmeno delimitare precisamente i confini di questo insieme? Come si può presupporre di avere uno sguardo “critico” se si pretende di giudicare degli autori conoscendone alcuni benissimo (magari frequentandoli quotidianamente, lavorandoci insieme, scambiandosi testi e obiezioni, approfondendo il discorso sul lavoro reciprocamente) e altri soltanto per aver sbirciato una loro plaquette? Questo atteggiamento – diciamolo chiaramente – è immorale quanto quello dei ministri che concedono appalti alle imprese delle loro mogli e dei loro cugini.

    D’altro canto, trovo abbastanza di cattivo gusto, da parte di giovani autori la ricerca dello sponsor prestigioso, magari facendosi fare un’introduzione da un critico o da un autore amico, che si limita a fare un elogio fumoso oppure a parafrasare quello che altri (ahimé meno illustri) hanno più generosamente, lucidamente e meritoriamente scritto.

    Anche nella giovane narrativa sta accadendo progressivamente qualcosa che mi sembra similmente deleterio. A fronte di migliaia di manoscritti che arrivano annualmente alle case editrici, si opta per far esordire degli “scrittori”, e non per pubblicare i “libri” migliori. In molti casi i manoscritti restano lì, in giacenze semestrali, prima di finire direttamente nei cestini. All’autore che scrive o chiama per avere notizie si risponde “lo stiamo visionando…. è in lettura… abbia pazienza… il suo libro è in fase di valutazione… richiami tra una settimana…. richiami tra due mesi….” e intanto si sono aperte linee di credito preferenziali ad altri (collaboratori, traduttori, redattori…) che il loro libro non l’hanno nemmeno finito e che comunque sarà “valutato” sicuramente con grande magnanimità.

    Ha ragione il dottor K. Ci vorrebbe uno sopra le parti, uno che abbia almeno una serenità generale tale da non dover mescolare la propria vita con il proprio lavoro critico. La vita e l’opera va bene che le mescolino i poeti, non i critici.

    Ci vorrebbe soprattutto una codice deontologico da osservare ma chi ci spera??? Ormai l’Italia, da “il paese DEL CONFLITTO di interessi”, sta diventando “il paese DEI CONFLITTI di interessi”. Dappertutto. Ma ognuno vede soltanto quelli degli altri. Grazie soprattutto all’affermazione forzata, sotto forma di bipolarismo coatto, della “società dell’amicizia e dell’alleanza”, contro la “società di diritto”.

    L’editore che si lamenta se l’ufficio delle imposte non risponde a un suo reclamo, ignora chi attende risposte da parte sua. Il critico letterario che si lamenta di non poter fare carriera accademica per colpa dei clientelismi interni dell’università, fa un’antologia è ci inserisce una buona metà di autori provenienti dall’editore per cui lavora. Il giovane scrittore entrato in una “scuderia” importante, fino a ieri mandava manoscritti a destra e sinistra sperando in un barlume di attenzione e maledicendo l’indifferenza mentre adesso ignora completamente chi gli indirizza i propri con la stessa speranza.

    Tutti però pronti a pontificare sull’etica propria e sulle mancanze altrui.

    Che amarezza!

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *