Una lunga estate di tanti anni fa

di Loris Pattuelli
montereypopfestival.jpgTempo di anniversari. La Summer of love compie quarant’anni. La più lunga estate del millennio ebbe inizio sabato 14 gennaio 1967 nel Golden Gate Park di San Francisco con The First Human Be-in (La prima Presenza Umana) e fu il frutto bello e santo della riunione tra la tribù degli attivisti politici di Berkeley e quella hippie di Haight Ashbury. L’estate dell’amore proseguì il 16-17-18 giugno a Monterey. L’occasione fu un eccezionale concerto rock all’aperto. Lo chiamarono the Monterey international pop festival, il primo di una non lunghissima e neanche fortunatissima serie di megaraduni. All’evento parteciparono Jimi Hendrix, Janis Joplin, Otis Redding, Grateful Dead, Jefferson Airplane, Who, Eric Burdon, Simon & Garfunkel, Canned Heat, Buffalo Springfield, Mamas & Papas, Brian Jones, Ravi Shankar, Scott McKenzie, Byrds.
All’ingresso venivano offerte al pubblico orchidee hawaiane, sui sedili furono appoggiati mazzi di fiori purpurei e su uno striscione, sospeso da un lato all’altro del palcoscenico, c’era scritto: “musica, amore e fiori” (se vai a San Francisco metti senz’altro dei fiori tra i tuoi capelli. Scott McKenzie).

Ecco una piccola antologia di testi che si riferiscono agli eventi che, da molti, sono considerati i Penati di Woodstoock:

“Attendiamo che da venti a cinquantamila persone si riuniscano per celebrare un gioioso Pow-wow e una Peace Dance con le guide e gli eroi della nostra generazione. Timothy Leary farà la sua prima apparizione pubblica nella Bay Area; Allen Ginsberg canterà e leggerà con Gary Snyder, Michael McClure e Lenore Kandell; Dick Alpert, Jerry Rubin, Dick Gregory e Jack Weinberg parleranno. Ci sarà musica con tutte le rock band della baia, in particolare Grateful Dead, Big Brother and the holding Co., Quicksilver Messenger Service e molti altri. Ognuno è invitato a portare abiti, coperte, campane, bandiere, simboli, gong, tamburi, collane, piume e fiori.
Ora l’umanizzazione dell’uomo e della donna americani può cominciare con gioia e calore, senza paura, dogma, sospetto o rigore dialettico. Un nuovo senso delle relazioni umane cresciuto nell’underground giovanile deve emergere, diventare consapevole ed essere condiviso, così da realizzare una rivoluzione delle forme di vita e una rinascita di compassione, consapevolezza e amore nella rivelazione dell’unità dell’intera umanità. Lo Human be-in è il gioioso e concreto inizio di una nuova epoca.”
Allen Cohen , San Francisco Oracle, n. 5, gennaio 1967

“E’ ormai chiaro che l’estate dei fiori non è stata altro che una grande fiammata insurrezionale pagana contro una Società monoteista, paranoica e intollerante.
San Francisco divenne la Stone Henge psichedelica di una comunità piena di amore , meraviglia e solidarietà. Una comunità di apprendisti stregoni intenti a saltabeccare, senza cintura di sicurezza, nei territori del magico, intraprendendo poetiche azioni eretiche, suggellando matrimoni chimici e frequentando arsenali della creazione. Le sacre icone di quelle tribù furono i manifesti che promuovevano gli eventi musicali.
Istituzioni, comportamenti e tabù che sembravano intoccabili divennero di colpo agli occhi degli “accesi”, semplicemente ridicoli; non disposti a restare sintonizzati sull’unica stazione disponibile, l’American Way of Life, iniziarono una velocissima opera di deprogrammazione che trasformò la tranquilla città californiana in un formidabile laboratorio sociale elettrico tribale. Tutto divenne eccessivo, chiassoso e delirante, come se i partecipanti a una festa in costume si fossero rifiutati di cambiarsi prima di uscire per strada. Improvvisamente comparvero madonne medievali, cowboy spaziali, trovatori e principesse indiane, squaw e asceti tantrici, alchimisti irradiati e gitani elettrici. Quello che riemergeva dagli spazi interiori venne fuori in un modo che non poteva passare inosservato.
E poi i fiori: nei vestiti, dipinti sui corpi (spesso e volentieri nudi), offerti agli allibiti passanti. E la musica? Non più canzoncine da canticchiare mentre ci si fa la barba (chi si radeva più del resto?) o per ancheggiare alle festicciole, piuttosto qualcosa di indefinibile ed inquietante. Musica come fonte energetica selvaggia, ritmi acidi” che oltre a far muovere il corpo trascinavano via anche la mente. Eseguita da artisti che non aspiravano alla hit parade ma all’estasi, per un pubblico composto non di fans ma da compagni di viaggio. Jefferson Airplane, Grateful Dead, Quicksilver Messenger Service, Janis Joplin, i concerti diventarono qualcosa di strabiliante, il centro dell’azione non era il palco. Spesso la gente che stava sotto era molto più radicale e interessante di chi si esibiva. Una calda intimità univa tutti, chi danzava, chi ascoltava, chi viaggiava, chi suonava, avvolti da enormi amebe globulari, immagini e forme vibranti, luci pulsanti, scatenamenti cromatici (i light show).
Tutto finì con un grandioso spettacolo il 6ottobre 67, “il funerale dell’hippy, ucciso dai media”.
Il 21 ottobre, marcia sul pentagono per un “esorcismo e dimostrazione di levitazione del ministero della difesa – un rito magico per esorcizzare gli spiriti dell’omicidio, della violenza e del raccapriccio”. Centomila persone che salmodiando lugubremente “out demons out” riescono a far perdere la guerra del Vietnam alla più terrificante e potente macchina militare del pianeta.”
Matteo Guarnaccia, Almanacco Psichedelico – Nautilus 1996

“C’era questa porta che venne spalancata da Dio, e la luce inondò il mondo, un’impressionante quantità di luce, all’inizio accecante, quindi una visione di un mondo meraviglioso cominciò ad essere realizzata e per un anno e mezzo sembrò che fosse veramente possibile . Sgt. Pepper…hey sta veramente accadendo! Poi la paura, l’abitudine, l’inerzia e il dubbio chiusero la porta. E la tengono ancora chiusa. Ma luce filtra ancora sotto la porta. Ed un amico mi ha detto, lo sai?, una porta può sempre essere aperta”.
Ron Thelin, Psychedelic Shop.

“L’obiettivo finale dell’evoluzione umana sarà…?” chiedono a Terence McKenna, e lui, “oh, un grande party…”.Ecco nel pieno della più tremenda e silenziosa strage di vita – miliardi di menti e corpi intossicati dalla logica di necessità, sacrifici, rinunce, imperativi categorici, in cambio di carte di credito valide soltanto per l’al di là o il sol dell’avvenire – la sola scelta davvero realistica è il party: non come svago o consolazione, ma come senso superiore, come soluzione evolutiva.
La soluzione sarà nelle grandi illuminazioni “once in a lifetime”, e poi nelle dolci scemenze essenziali. Al rimprovero “la lotta al sistema è una cosa seria”, risponderemo come Tom Robbins
“sono le cose serie a fare il sistema”. Con un kit di sopravvivenza scanzonato e sentimentale fatto di fanciulle, bambini, spiagge, basket, Sugar Magnolia, gelati Ben&Jerry , coretti da doo-ron-ron, telefilm sciocchi… Non si tratta – attenzione- di divertimento indotto di vuoto edonismo, né di un percorso minore. Non si tratta di ironia , che è minimalista: la scemenza essenziale è molto coraggiosa. E’ una cura di ossigenazione dell’esistenza, una corrente di energia dolce. Sereno nella mente e carezze calde sulla pelle. Essere inafferrabili dall’abbraccio mortale dei significati, delle interpretazioni, delle normalizzazioni intellettuali. Perché l’intelligenza delle interpretazioni ha il potere di devitalizzare e appesantire tutto ciò che tocca. Ma non arriva a sfiorare le stelle del magico e non è così lieve da afferrare le farfalle della “scemenza creativa”.
Poche cose sono tanto tristi quanto le feste obbligatorie, attimi di illusione autorizzata dalla dittatura della necessità. Poche cose sono tanto terapeutiche e politicamente avanzate quanto la vita vissuta come grande party evolutivo.
Franco Bolelli, Mitologie felici. Edizioni Mudima

33 pensieri su “Una lunga estate di tanti anni fa

  1. vbinaghi

    Poche cose sono state essenziali al sistema del consumo generalizzato quanto togliere il coperchio al vaso di Pandora dei desideri. Che qualcuno a distanza di quarant’anni non l’abbia ancora capito, è veramente patetico.

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  2. Marco Saya

    Oggi farebbe sorridere un Monterey pop festival (in Italia poi), mancherebbero sia la qualità di quella musica sia gli “intellettuali”. Che tristezza, oggi Baricco leggerebbe con Povia, Piperno con gli zero assoluto, etc,etc…

    C’è rimasto il buon vecchio Blasco.

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  3. hag reijk

    Liberarsi dai fantasmi è la difficoltà più grande. Almeno in Scozia promuove il turismo… 😉

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  4. fratturemultiple

    OT:
    perchè binaghi riesce a dire in due parole quello che io riesco a formulare intuitivamente dopo tre anni di letture? Che mangia, che legge, come fa sig. Binaghi?
    scusate l’interruzione.

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  5. vbinaghi

    Mi sa che sono un po’ più vecchio.
    E le letture alle spalle sono di trent’anni.
    Ma, soprattutto, io a Timothy Leary ci avevo pure creduto.

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  6. hag reijk

    Timoty Leary… Alfred Hofmann si è sempre incazzato con lui, lo riteneva corresponsabile, col suo “volantinaggio” di acidi per le vie di Frisco, della “censura” sulla sua scoperta che riteneva invece molto utile nella cura di certi malattie o disagi psichici (da bravo scienziato vedeva le cose molto realisticamente). A me Leary è sempre parso un “santone” che ha cavalcato l’onda (poi si sa, ci sono anche le voci sulla sua presunta collaborazione con la CIA). Negli ultimi anni della sua vita aveva scoperto poi i videogiochi… Molto meglio parlare di Ginzberg, McLure, Ferlinghetti, Corso -e naturalmente dei vari musicisti che hanno fatto storia: di loro è rimasto e rimarrà indubbiamente di più. Ma le nostalgie non ci aiutano certo a comprenderli.

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  7. loris pattuelli

    Più ci penso e più mi convinco che Binaghi ha proprio ragione. Credo di essere un coglione e, per di più, temo di esserlo sempre stato. Il patetico mi piace meno, ma pazienza. E dire che una volta mi divertivo così tanto ad accusare la sinistra extraparlamentare di consumismo.
    Come dice Bob Dylan, ero così vecchio allora, adesso sono molto più giovane”. Anche loro, proprio come Binaghi, mi davano del coglione, me la menavano sempre con sto Vaso di Pandora.
    Volete che vi confessi una cosa? Il Vaso di Pandora non esiste, non è mai esistito, e penso proprio che, per dimostrarlo, ci sia bisogno di rimetterne insieme tutti i cocci.
    Tanto che ci vuole? Basta il pensiero, quel pensiero che, come dicevano i dadaisti, dovrebbe avere sempre la creanza di non uscire mai dalla bocca di chi parla.
    Ma la summer of love, la summer of love dov’è andata a finire?

    Terra acqua fuoco e aria
    si incontrano in un bel giardino
    posati un un canestro legato con il cuoio
    se ti riesce di risolvere questo enigma
    non comincerai mai.
    KOEEOADDI THERE INCREDIBLE STRING BAND

    Ha ragione Marco Saya, “c’è rimasto il buon vecchio Blasco”, che ride bene perchè non ride mai per ultimo.
    Ha ragione anche Hag Reijk, spalanchiamo pure le porte del turismo ai fantasmi. Sempre meglio del giro in gondola e della gita a Mirabilandia.
    E se avesse ragione anche Neil Young?
    Senti questo ritornello, è del 1996, la canzone si chiama BIG TIME.
    Bog time, big time, anche lui ancora qui con questa summer of love…
    …io vivo ancora questo sogno, per me non è finito…

    hA RAGIONE MA

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  8. enrico de lea

    a me, pragmaticamente, dell’epoca piaceva solo la musica (provai a leggere Ginsberg, ‘na barzelletta, sicché tornai al Paterson di W.C.Williams, a Frost,a Whitman)-
    l’estate scorsa a Lugano ho rivisto/riascoltato Eric Burdon – inossidabile, very malinconico rifatto – ma The house of rising sun resta una colonna sonora immancabile nella memoria

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  9. vbinaghi

    Anche musicalmente, l’unico sopravvissuto anzi rinato da quell’epoca mi sembra Bob Dylan. Forse semplicemente perchè ha accettato di diventare adulto.

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  10. mauro baldrati

    Scusate ragazzi, ma perché parlare di fantasmi, di coglioni ecc? Non sarebbe meglio limitarsi alla “storia”? Questi eventi sono una parte della nostra – anche di chi non l’ha vissuta – anche se non è l’unica – e come tale va considerata. Anche studiata, perché non bisogna avere paura della storia, né vergognarsene; se rinneghiamo la storia non possiamo capire il presente né cercare di influenzare il futuro. E i testi campionati da Loris sono pezzi di storia.

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  11. hag reijk

    @ Mauro
    Giusto. Io infatti li considero pezzi di storia (hai presente il primo amore? fa ancora accellerare i battiti del cuore: ma ti ci vedi andare a citofonargli per dirglielo? ;-)). La pacca sulla fronte e la risata che l’accompagna non sono che il frutto dell’aver scoperto nuove cose. Non ho alcuna intenzione di considerare quegli scritti o quell’atmosfera come coglionate (cosa che non fa neppure Binaghi -da quanto mi è dato di comprendere). Quanto ai fantasmi, sono senz’altro meglio dei cadaveri nell’armadio; ma forse è meglio a volte togliere anche le tende dalle finestre per sapere quando è giorno e quando è notte.

    @ Binaghi
    Dylan non lo vedo come un sopravvissuto dell’epoca ma come uno che ne è stato (l’hic et nunc sono sempre stati per lui tappe e basta) al di sopra: il suo continuo cambiamento, la sua ininterrota mutazione (ha mai cantato in modo eguale lo stesso pezzo?) sono stati la sua coerenza. (In questo senso, mutatis mutandi, potrebbe essere fatto anche il nome di Zappa).

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  12. hag reijk

    @ Enrico
    Di Burdon posseggo e custodisco gelosamente “Wind of Change” dedicato, tra gli altri, a Ho Chi Minh e a Lindon Johnson, che lui spera possano ascoltare insieme il disco. Mi è poi rimasta impressa una sua frase: meglio essere un rocker che andare a lavorare 😉
    L’ultimo suo concerto visto risale a più di venti anni fa, al Rolling Stone di Milano. Saremo stati una cinquantina, forse meno. Ci diede semplicemente “dentro”!

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  13. vbinaghi

    @Hag Reijk
    Sono daccordo. Aggiungo anche Neil Young. Sono artisti che avevano un mondo poetico proprio, non si sono limitati a cavalcare slogan e mitologie.

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  14. hag reijk

    @ musico di passaggio
    Scusa, hai certamente ragione. Nemmeno i Doors (anche se per certi versi musicalmente, a mio modestissimo parere, nu poco sopravvalutati) erano degli optionals. Per non parlare di Otis Redding ecc… Il discorso (tanto per non perdersi nei deserti del Tutto) verteva però sui “sopravvissuti” -che tali, per i motivi addotti, si diceva non dovrebbero essere considerati. Quelli che tu citi (che amo tutt’ora)… purtroppo non ce l’hanno fatta. Fisicamente. Tirar fuori il cazzo per questo mi pare eccessivo 😉

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  15. Enrico de lea

    un altro che credo sia stato sempre adulto e sempre ad alti livelli, con un’indiscutibile etica e stile professionale, al pari di Dylan, mi sembra Van Morrison – il bello è che quando parlo della sua musica a qlcuno più giovane (ma non solo) magari mi dice: chi? quello dei Doors? ma non era morto? – e allora vagli a spiegare che è tutta un’altra roba…

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  16. vbinaghi

    Resta il fatto che Byrds, Jefferson, Grateful Dead e Simon-Garfunkel, cioè la cifra stilistica della Weat Coast, oggi li trovo insopportabilmente datati. Non sto parlando di idee, proprio di musica. C’è sempre l’odore dolciastro dell’inno, dell’ideologia, sotto le note, a prescindere dai contenuti.
    La new age in agguato.

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  17. loris pattuelli

    Bene, bene: Bob Dylan e Neil Young. Io aggiungerei anche Jerry Garcia. Neil Young, come tutti sanno, era punk prima del punk e grunge prima del grunge. Semplicemente ha continuato ad esserlo, ed anche adesso mi sembra perfettamente in grado di essere quello che è. Bob Dylan poi continua a stupirci anche adesso con la sua arte della ricreazione. Jerry Garcia è stato da sempre il grande cerimoniere di questo party evolutivo. Non so se si è mai sentito un dinosauro. Io penso che, come Jaques Brel, preferisse di gran lunga invecchiare senza diventare adulto”. Cosa neanche poi così difficile, visto che ci sono riusciti così in tanti.

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  18. loris pattuelli

    Miracolo dei miracoli: il mio socio di ADSL non ha fatto scattare il timer a mezzanotte, così adesso posso stare un altro po’ qui a prendere il fresco sul web.
    Mauro Baldrati ci ricorda che la summer of love è storia. Vero, verissimo. E a sembra anche tutta un’altra storia. Gli hippies erano libertari, nonviolenti, ecologisti, anticonsumisti. Hanno generato la new age, è vero… ma anche meraviglie che adesso mi rifiuto di elencare per paura che facciano la fine del sessantotto.

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  19. Marco Saya

    ma il più lirico di tutti era David Crosby…

    I wonder who they are
    The men who really run this land
    And I wonder why they run it
    With such a thoughtless hand

    What are their names
    And on what streets do they live
    I’d like to ride right over
    This afternoon and give
    Them a piece of my mind
    About peace for mankind
    Peace is not an awful lot to ask

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  20. hag reijk

    Errata corrige.

    Nel mio post del 16.6 /2.43 ho citato Hofmann. Il suo nome è però Albert e non Alfred. Chiedo scusa per l’inesattezza.

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  21. loris pattuelli

    “E’ nel codice genetico di una parte piccola ma illuminata degli umani: il senso dello spazio, l’energia espansiva, l’incompatibilità biologica con regole e confini, l’insofferenza per le situazioni statiche, lo slancio invece del risparmio. Il pioniere, è lui l’archetipo dell’evoluzione. Il pioniere, che si muove dove tutto è aperto ed esposto e volge le spalle agli insediamenti, alle regolarità, all’esistenza vorrei-ma-non-posso. Il pioniere, che scuote la testa davanti alla normalità, perché cerca una superiore naturalità. Il pioniere, che è il divenire, la corrente, il costantemente infinito. Il pioniere, che si allontana per schiudere strade alla vita”. Franco Bolelli, Vota te stesso, Castelvecchi.

    Citando IF I COULD ONLY REMEMBER MY NAME di David Crosby, Marco Saya ci permette di entrare nel cuore più segreto della San Francisco psichedelica. Questo disco (da ascoltare sempre in coppia con BLOWS AGAINST THE EMPIRE di Paul Kantner/Jefferson Starship e AMERICAN BEAUTY dei Grateful Dead) credo celebri proprio l’epopea dei nuovi pionieri. La stessa identica cosa stava facendo Jerry Garcia con la sua intenzione di ricreare il folcolore americano, logica prosecuzione della strada aperta cinque anni prima da Bob Dylan con la famosa svolta elettrica. Quando penso a queste cose, a me torna sempre in mente la rosa rossa di American Beauty dei Grateful dead. E questa copertina, secondo me, diceva una cosa molto bella e molto semplice: “L’america siamo noi, noi siamo l’america”. Per la prima volta nella storia dell’impero una piccola minoranza rifiutava il ghetto e si dichiarava maggioranza. La stessa cosa avevano fatto qualche mese prima anche i Provos olandesi. In Italia niente. L’Italia era (e ancora è) in altre faccende affacendata.

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  22. carla

    Nomi come miti, nell’estate immortale di tanti anni fa.
    ricordare…
    ‘E’ una cura di ossigenazione dell’esistenza, una corrente di energia dolce.
    Sereno nella mente e carezze calde sulla pelle.’

    Rispondi
  23. vbinaghi

    Ecco, appunto, miti. La sovrapposizionje tra mito e storia è precisamente quello da cui ho imparato a guardarmi.

    Per la prima volta nella storia dell’impero una piccola minoranza rifiutava il ghetto e si dichiarava maggioranza.

    Lo facevano a modo loro anche le BR
    Stesso disprezzo del senso comune.
    Stessa incapacità di attraversare la vita corrente, prima di ripudiarla. I poeti sono impolitici e in politica fanno solo danni: quando la capiranno?

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  24. Marco Saya

    acc…Valter, ma te le sogni di notte le BR? Oggi il pericolo viene da tutt’altra parte! Mi preoccupano di più i guai dell’alta finanza (Ricucci & C.)

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  25. loris pattuelli

    Temo che questa discussione non possa procedere oltre. Peccato perché non era andata male. In queste cose, mi dicono, ci vuole abilità e anche fortuna. Diciamo allora che avrei potuto essere molto più fortunato e un pochino anche meno imbranato. Sinceramente mai avrei pensato di dover inciampare nelle BR anche parlando di summer of love. Quando si arriva a considerazioni tanto assurde, mi sembra più che giusto (per non dire doveroso) scappare via a gambe levate. Buona notte a tutti.

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  26. vbinaghi

    Guarda Loris, se vuoi ti spiego cos’è un’analogia e com’è diversa da un’identificazione. Troppo sottile?

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  27. loris pattuelli

    Il prossimo anno ci saranno le celebrazioni del 68. Ma prima del 68, come tutti sanno, c’è il 67. Se me ne fossi ricordato, avrei sicuramente rinunciato alla bella impresa di rimarcare affinità e differenze tra queste due annate. Sarkosy ha promesso fuoco e fiamme, anche gli ex hanno garantito la loro sentita partecipazione. Nessuna analogia tra Sarkosy e gli ex, per carità. Io poi, per pigrizia, condivido quasi sempre le idee di quelli che non la pensano come me. Effettivamente tutti questi rancori mi confondono un pochino e mi fanno identificare con tutte le analogie. I rancori, sia detto con tutte le sottigliezze del caso, sono un inquinamento e non una panacea, sono una disgrazia e non una virtù anticonformista. Ogni tanto mi dico che sono in partenza. Ma dove vado? C’è qualche posto d’Europa capace di darmi asilo, memoria e stupore? Via dall’Italia, via dalla Francia, e poi via sopratutto dalle vacanze comandate. Mi viene in mente Ripple dei Grateful Dead: “Se conoscessi la strada, ti riporterei a casa”. Mi sa che me ne resterò proprio qui dove sono adesso. Magari ritornando a tacere, visto che non ho certo da dire cose più belle del silenzio.

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  28. Marco Saya

    Loris, l’hai visto Quasi Famosi di Cameron Crowe?, un cult movie! Quella era una delle strade percorse dai musicisti dell’epoca, gran bei tempi!, qualcuno, purtroppo a casa non ci tornava, ma aveva vissuto e non certo vegetato…come succede oggi 😉

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  29. loris pattuelli

    E’ vero, caro Marco Saya, loro sono stati bravi, ma noi potremmo esserlo anche di più. Quelli che vengono sono sempre meglio, forse anche soltanto per la sorpresa che ci regalano. I bei tempi non esistono. Siamo noi con i nostri acciacchi a fare la fortuna dei meteorologi e, come dice Bob Dylan, “non abbiamo bisogno dei meteorologi per sapere da che parte tira il vento”.

    Vorrei chiudere in bellezza con il Tom Robbins di LE ANATRE SELVATICHE VOLANO AL CONTRARIO, Baldini Castoldi Dalai Editori. QUAL’E’ IL SENSO DELLA VITA?, aveva chiesto la rivista Life. Ed ecco la risposta del rinomato scrittore:

    Il nostro scopo è evolvere coscientemente e volontariamente verso una condizione esistenziale più saggia, libera e luminosa; di ritornare all’Eden, stringere amicizia con il serpente e installare i nostri computer fra i meli selvatici.
    Sotto sotto, è probabile che tutti noi sappiamo che il nostro vero scopo è una specie di evoluzione mistica – una fusione nella divinità, nell’amore. Tuttavia soffochiamo il concetto con forza degna di miglior causa, poiché ammetterlo vale riconoscere che gran parte delle nostre girandole politiche, dei dogmi religiosi, delle ambizioni sociali e dei macchiavelli finanziari non sono solo controproducenti, ma insulsi. La nostra missione è gettare alle ortiche quelle attività senza scopo e riaddossarci il carico primordiale dell’estasi inesauribile. Oppure, a parte questo, tirar fuori una buona pizza bassa e croccante e un bicchiere di birra.

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