Domenico Lombardini – inediti

Propongo con piacere qui alcune poesie inedite di Domenico Lombardini fattemi conoscere da Fabrizio Centofanti. Poesia lucidamente attenta alla realtà attuale che si fa dolente ricordo di chi non c’è più come nella prima poesia dedicata a Ninetto Davoli in cui il poeta si rivolge con umile canto nel ricordo disperato: “Inutile dire che mi manchi. E la neve degli anni/ algidi sotto coltri hanno sepolto il ricordo – il tuo – […]”. In questa poesia diventa quasi ossessiva la ripetizione del verso “non ci sei” e il poeta si sente “come un pària” ; parola che ricorda una splendida raccolta di Bellintani. Lombardini in questi versi ricorre spesso all’uso di termini famigliari o legati alla sfera famigliare (sorellanza, maternità, paterna, paternalistica) quasi nella ricerca di una refugium dalle brutture del mondo esterno che il poeta osserva angosciato: “morendo senza Dio e / vivendo angosciosamente, anche?”. Il poeta però non osserva passivamente chiuso nel suo solipsismo ma reagisce: “[…] guai / che non ci fosse la mia schiumante / rabbia! […]. Alla cieca violenza del mondo il poeta contrappone la forza dei suoi versi: “la mia violenza diventa scrittura / ma altrimenti dovrebbe essere, / azione e organizzazione, / e discorsi / e strette di mano e conoscenza / e amore e carne, e, e, […]. Poesia civile, come si diceva, nel senso etimologico del termine che non può lasciarci indifferenti e che per la forza espressiva del verso ricorda un certo Pasolini.

a Ninetto Davoli

Inutile dire che mi manchi. E la neve degli anni
algidi sotto coltri hanno sepolto il ricordo – il tuo –
che giace però in attesa di ascolto.
Non ci sei, e il profumo delle primule così bello
così simile al tuo, mi sa di nettezza
del tuo rigore commuovente, di fogli, di cuore.

Ma non ci sei, e la luce del giorno mi fiacca
perché è troppa per me: con chi dovrei condividerla?
(se non con te?). Annuso intorno come un cane
senza padrone, imbastardito dalla vita.
Sono solo, ma non è tutto. Ti chiesi una volta
se il viaggio me lo avresti pagato tu – guardandoti
con pudore, fisso fisso, come un pària – , e tu
non rispedendo mi fissavi; ancora aspetto quella risposta,
solo questo: la mano intorno ai miei fianchi
e vìa andare, e questo ti bastava, con sorriso,
e anche a me, questo darsi.
Ma il viaggio della vita me l’hai pagato,
e ora a chi dovrei rivolgermi per gli interessi che ti devo?

E non ci sei: oltre le parole, il corpo
mi manca, il suo nervo, il corpo che ho imparato
a conoscere più del mio, che guardavo senza vergogna
con spudoratezza familiare, da annusare da toccare.

Ma non ci sei. Dio mi ha dato la fortuna, sì,
di conoscere la tua mitezza –
ché nulla pretendevi perché tutto è regalato,
che pesavi il merito
con la fortuna, la ribellione con il rigore –
ma ora?

Allegrezza suona bene in luce e melodia
recando segni, graffiature di presenza: amicizia
ha suono e odore, e fotogrammi un po’ a casaccio e
melopea di sottofondo con tagli, qua e là.
Eppure sembra continuità e promessa di questa.
Ma minaccia che qualcosa, la vita si sfilacci
per cadere infine come stoffa, l’amicizia.
Lo so, e vorrei chiedere scusa.

#

A cuor leggero con te ho fatto tutto,
ed erano le cose peggio agli occhi
di un figlio senza padri. Cercavo sorellanza,
ho trovato maternità.

#

Incluso, ed è mio. Nessuno distrattamente
come chi tocca distratto potrà intuire sottotraccia.
Per questo si è soli, e non fa niente.
Anzi, pesa.

#
Famiglia

Questo avvolgerci: con mattoni, con braccia, con altro.
A difesa strenua, certo; che non sia,
e Dio non voglia, però, esclusione:
i reprobi di là. Dio non voglia
concentrazione, i corpi implosi e
soffocati dal peso di noi. Ci spero.

#

Solo chi porta una carne segnata
può gridare civilmente: tutto il resto è,
tra l’altro, posa. Questo è capito, credo.
La reazione di oggi, se no, non si capirebbe,
perché ci siete voi, prima sulle barricate,
adesso in strenua difesa reattiva contro nulla (noi),
con la sindrome del perdente radicale, con la disillusione
marcata a fuoco, e che tra litote e litote
tirate a campà. E bravi figli.

#

(lo vogliamo capire che intimismo
oggi è reazione? Tanto meglio tacere).

Dietro autorità nuova
sta un parricidio: transustanziando
l’autorità morta ritorna a vita,
a nuovo potere. Ma da un’abiura
senza mezze misure dai padri
emerge un volto morto, né
autorità né potere. Perché uccidere
una legge per crearne un’altra
(paternalistica, moralistica, piccolo-borghese, ecc.)?

(se in me muore non radicando
il seme, poi,
con quale faccia mi volgerò avanti
se non vale la pena per nulla,
morendo senza Dio e
vivendo angosciosamente, anche?)

Lavorare

Qualcosa di netto, conchiuso in se stesso
sofferente anche di un che di euclideo
(angoli ben netti, e lati perpendicolari),
fatto per se come bello e per trasfusione
intima, e per perizia dalle mani.
Qualcosa che nella sua compiutezza
rivendicasse grandezza a giustificare
l’umiltà, tutt’una con la mia carne
e la mia natura, per eredità, questa sì, paterna.

#

nel profondo sono stretto, sotto il
peso di pressioni che fanno di
me un prodotto de l’autorità,
della forma del potere; ecco,
vedo questo schifoso
aborto teratoma cresciuto in seno
al buono che chiamarono
democrazia (ciò che il potere
autoritario non ha potuto fare,
questo potere riesce agevolmente a fare, ecc.).
vorrei con altri gridare, sogno alti
cori comprensivi enormemente o
qualcosa di inesplorato simile,
prodotto da coscienza, empatìa.
quanto lontana da questa stracca
speranza, – ma quale speranza!
utopia! (scatologia) –
dalla realtà delle cose fattuali!
dentro, un groviglio, e sono solo.
la mia violenza diventa scrittura
ma altrimenti dovrebbe essere,
azione e organizzazione, e discorsi
e strette di mano e conoscenza
e amore e carne, e, e,
non disperazione e certo, non disperazione.
non è per sacra ribellione o per
psittacismo o vacua acquisizione
di altrui volontà, la mia è sana, guai
che non ci fosse la mia schiumante
rabbia! con orrore penso e rigurigite-
rei tutto, è dall’infanzia che mi avveleno
con tutto, in mollezza il consumo,
la tempra in adipe, la volontà
in orribile ignobile infantile disperata
sicumera! Io tremo ora dall’insicurezza.
e continua l’ergotismo (egoismo) continua
inesorabile a battere sulla tela tesa
cutanea della guancia della pancia…

#

per fede collimano speranze, corrispondenze –
sono occhi mani ma pure materia grigia
che per miracolo vibra in fase creando
oltre tutto, amore. per fede si fonda,
su solide gambe fondamenta, vibratili.
seppure un fiato di vento vibrare le fa,
non aver paura, io starò a vigilare il loro
sinusale dondolare, sapendo bene
che a nord c’è il ricordo, nostra giustificazione,
nostra fede. non è tanto,
ma è il molto che riesco a immaginare;
in questo fòndaco di contumelie
il muezzin chiama a raccolta nel minareto-bazar
piedi caprini, ovini, senza definizione che non
sia la negazione di ogni spirito
vitalizzato da dignità. ogni tentativo qualificante
si declina in retorica di trenta anni fa (proletario
piccolo borghese – altri residui).
però resta la miseria, il lavoro miserabile
la demagogia, il popolo cane.

Un pensiero su “Domenico Lombardini – inediti

  1. carla

    ‘non ci sei: oltre le parole, il corpo
    mi manca, il suo nervo, il corpo che ho imparato
    a conoscere più del mio, che guardavo senza vergogna
    con spudoratezza familiare, da annusare da toccare.’

    in fondo cosa siamo, se non la consapevolezza di un corpo bisognoso…?

    Un caro saluto a Luca e Fabrizio.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *