Meeten Nasr, sei poesie da ‘Atlante del nomade’:
II corvo
Sfarfallio di penne sull’armadio
in camera da letto. Quante volte
di notte sillabando alla mia immagine
allo specchio insistente mi chiedevo
se il tempo che trascorre, il martellare
dei clacson, dei motori, quel brusio
degli umani fra strepiti e sirene
di ambulanze alla fine per forza
avrebbero prevalso costringendo
noi sulle soglie di tanta nullità.
“Giammai!” gracchiava allora il corvo.
Dunque addio, mio io, nuvola passeggera,
lascia 1’asilo del mio corpo, spenta voce,
sciogliti al far dell’alba, nero abbaglio.
Poesia perduta
Ora una costruzione. Un monumento
rovinato dagli anni e dalle acque,
scampato all’oblio nel fuoco dei bivacchi.
Detestati ricordi. Imbarazzanti
congiunture che alimentano le colpe,
i miei silenzi. Giù nel pozzo
come Giuseppe in mezzo ai suoi escrementi.
E palpita ogni cosa al trapassare
della luce fra biancori di betulle
e gli aceri col rosso balenare.
Lasciatemi cercare qualche traccia
del mio transito vano, una parola,
questo segno insensato, la scrittura,
dissonanza in rima con speranza.
Costa di Aglientu
Oggi la porta aperta lascia entrare
la verdissima gloria del mattino
il fragore dell’onda che si volve
contro la costa e il soffio di ponente
che sfoglia un canovaccio sull’ altare.
Altrettanto compiuta fu bellezza
che t’accolse giungendo a questo esilio
Silverio che nel nome
ci dichiari foreste di cipressi
pini d’Aleppo e cedri oscuri
del tuo Libano afoso. Presto qui
avrai potuto immaginare Cristo
eretto e macro fra i mirti e l’elicriso
con gli spruzzi del mare benedire
le nostre solitudini petrose.
E questo stazzo diventare chiesa.
Lucciole
Mehr Licht, mehr Licht!
Goethe, morente
La luce, che cos’è? Rispondo ricordando
quando alla stazione del metrò di Lanza
eri discesa dall’auto sorridendo
tu col tuo amico e all’improvviso
tutto era apparso vuoto, un po’ più scuro,
grigia fuori Milano oltre i cristalli
impolverati. Ed ecco ti allontani
sotto l’ombra dei tigli nel viale.
Fossi tornato in quel luogo a tarda sera
avrei visto ancora lucciole fra i rami
segnalare abbagliate il tuo passaggio.
Ho conservato solo l’oro del tuo sguardo
come antidoto alla vita che mi aggrava
e luce, ancor più luce, da te attendo.
Paesaggio
Vedi Milano all’alba, l’interrotta
linea dell’orizzonte, lei regina
dell’acqua e dei navigli. La pianura
si arrende al flusso aurato che scavalca
foreste tardogotiche di marmi. E tu
mutante, tu paziente sei pervasa
dal barbaglìo dei monti oltre la Grigna.
Qui a ogni corso del vento il sole
stende un mantello di luce, mattinale
visione che riduce o che dissolve
l’usura che ci rode. Il tuo sentore
di acquitrini, rotaie, panni stesi
svelerà che sei cumulo accentrato
di controverse vite, di destini.
Essenziale un impulso che dilati
il nostro soffio interno oltre i confini
o ci offra un anfratto. Sei, città,
rifugio del precario che ritrovo
nel verdeggiare delle tue periferie,
modelli di non luoghi, paradigmi
del nostro andare incerto, solitario.
Visione
Ancora sogni ed altri incantamenti
dai luoghi cancellati dell’infanzia.
Mi rivivevo artista. Dipingevo
con furia su sinopie intere schiere
d’angeli e santi assorti nell’attesa.
Al centro il trono del Signore e lo sgabello
di Maria col bambino. Gli stendardi
schioccavano nel vento. Eppure alcuni
mancavano. Ne percepivo il vuoto.
Saranno stati i diversi, i sempre assenti
per antonomasia: metti i deboli, gli offesi
nel corpo e nella vista, i sordomuti, i monchi,
aquile che non volano, angeli senz’ali.
Meeten Nasr, Atlante del nomade, ediz. LietoColle, 2005.
Atlante del nomade, ovvero una geografia in movimento. Un movimento circolare, reso visibile nella stessa struttura del libro da poesie che richiamano luoghi e cultura orientali, poste a inizio e fine della raccolta come in un abbraccio. E un movimento rettilineo, orizzontale e verticale, che si inscrive nel primo e che trasporta il lettore ( e siamo nelle due sezioni centrali della raccolta, le più corpose) in Sardegna, a Rodi, a Palermo, al Prado, a Milano. A Milano comunque si torna sempre e ora è Pagano, ora è Lanza, ora è Ticinese, ora sono le periferie. Del resto la propria vocazione nomadica il poeta la dichiara apertamente: “La risacca/ presto ci attirerà di nuovo fra le calme/ del largo o le tempeste. Interminato/ salpare pretende il nostro cuore/” (pag. 19). Il viaggio dunque, il movimento come un impulso interiore, una condizione dell’animo tanto profondamente radicata che le situazioni descritte nelle varie poesie, che siano di dolore o di piacere o anche d’erotismo, hanno sempre a che fare con uno spostamento, con un viaggiare breve o lungo che sia, in macchina, in battello o in aereo. L’atlante disegna le sue cartine geografiche che rimandano a canneti e macchie, canali e lagune, stazzi e, infine, strade cittadine. A volte si ha l’impressione che la condizione di eterno viaggiatore svolga una funzione salvifica, come se servisse a tenere lontani da sé le dimensioni dolorose del vivere. Si tratta di un destino o di una scelta? A volte sembrano l’una e l’altra delle cose insieme. Al lettore resta la sensazione di una ricerca in corso. A livello formale questa tensione nomadica e di ricerca trova espressione nei singoli testi con l’uso quasi esclusivo del tempo presente e, semmai, del futuro. Il movimento della poesia prevede sempre una partenza dal presente, una breve incursione nel passato e un ritorno forte alle ragioni del presente. In questo modo l’attenzione del lettore viene chiamata a spostarsi sempre in avanti, alla poesia successiva. Ci troviamo di fronte a una sorta di dismissione dal passato, da tutto ciò che appare in qualche modo definitivamente concluso nell’esperienza di vita.
La poesia di Meeten Nasr sembra volerci dire che nel tempo in cui si è prossimi all’approdo “di nocchieri giunti a riva del gran fiume” (pag.19), nel momento in cui gli eventi importanti della vita sembrano tutti avvenuti, volgere lo sguardo al passato non serve a nulla. C’è un verso in “Juderia,”, l’unica poesia in cui fa irruzione la Storia, che mi sembra significativo: “incalza/ la fuga dei tramonti il quotidiano/ ticchettio del presente.” (pag. 33). Ecco, direi che è proprio il ticchettio del presente a scandire il tempo della poesia di questo libro. Ma occorre dire: il presente col suo carico di relazioni umane. Perché al di là della tensione nomadica, di questa ricerca in movimento, al lettore resta proprio l’amorevole e lunga serie di incontri e situazioni, cioè l’amore per quello che il poeta chiama “il groppo ardente degli astri e dei viventi” (pag. 36) che allontana “l’autunno di ogni cosa”.
Paolo Rabissi
recensione tratta da La Mosca di Milano, numero 14, giugno 2006.

Folgorante Meeten,
poeta cantore della metropoli, ma anche del nomadismo, e amico caro.Soprattutto cantore: di popoli in cammino, di tende e di voglia di cieli.
Ben venuto Meteen, Mpia.
P.S. Sulle metropoli.. sul blog “Oboeommerso, splinder,com” ci sono due miei testi sull’undici settembre, con mia voce reicitante, dedicati alla grand mela, nel crollo e nei suoi fantasmi -immagini, se ti va.
ottimi versi, di grande spessore.
Mi piacciono queste pennellate quiete e regolari, questi quadri nitidi in cui cammina un io consapevole di se e di quanto lo circonda…
Una poesia mobile, che traduce luoghi ed emblemi (Milano e costa sarda d’Aglientu), che pratica metafora e visione. Segnalo inoltre le grandi doti di critico letterario di Meeten Nasr: sentito ad una presentazione in Sardegna ha rivelato competenze, naturalezza e originalità piuttosto rare.
Antonio