Vi dovete mettere in ginocchio

Domenica scorsa mi è tornata in mente Rosaria Schifani.
Quel giorno, era il 1992, Rosaria, ai funerali del marito e dei suoi colleghi uccisi a Capaci insieme a Giovanni Falcone, parlò dall’ambone tenendo in mano un foglietto che un giovane prete, al suo fianco, forse un amico di famiglia, l’aveva invitata a leggere. Le reggeva il microfono, sicuro, concentrato. Controllava il testo.
E Rosaria leggeva, leggeva. Ma non tutto quello che diceva stava scritto su quel foglietto.
Rosaria era lucida, le sue lacrime non le offuscavano la coscienza, anzi la concimavano e aveva chiaro, molto chiaro quello che doveva dire.”A nome di coloro che hanno dato la vita per lo Stato“, legge Rosaria (“lo Stato…“, ripete, commentando sconfortata, onorata, partecipe e delusa), “chiedo innanzi tutto che venga fatta giustizia“.

E va avanti così, con gli occhi bassi, nel suo italiano intinto nel palermitano dolce dalle vocali aperte e lente, coraggiose e senza pietà.

L’episodio me lo ha ricordato il brano del Vangelo di domenica scorsa. Gesù entra in casa di Simone il fariseo. C’è anche una donna, una peccatrice. “Saputo che egli era a tavola in casa del fariseo, portò un vaso di alabastro pieno di olio profumato; e, stando ai piedi di lui, di dietro, piangendo, cominciò a rigargli di lacrime i piedi; e li asciugava con i suoi capelli; e gli baciava e ribaciava i piedi e li ungeva con l’olio. Il fariseo che lo aveva invitato, veduto ciò, disse fra sé: «Costui, se fosse profeta, saprebbe che donna è questa che lo tocca; perché è una peccatrice». E Gesù gli risponde: «Simone, ho qualcosa da dirti». (Lc 7,37)

E così gli racconta del padrone che condona il debito ai suoi servi, a uno cinquanta, all’altro cinquecento, e, con un rovesciamento di prospettiva geniale (diremmo, se fosse stato uno scrittore!) chiede a Simone: «Chi dei due lo amerà di più?». E il fariseo: «Quello a cui ha condonato di più». E Gesù spiega: «Vedi questa donna? Io sono entrato in casa tua, e tu non mi hai dato dell’acqua per i piedi; ma lei mi ha rigato i piedi di lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; ma lei, da quando sono entrato, non ha smesso di baciarmi i piedi. Tu non mi hai versato l’olio sul capo; ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Perciò, io ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato; invece quello a cui si perdona poco, ama poco» (Lc 7, 44).

Ecco il punto. I suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato. Non per il suo pentimento. Non per le sue pratiche devozionali, nemmeno per le sue preghiere, ma per i suoi gesti d’amore (“mi ha rigato i piedi di lacrime”).
Gesù non si limita a dirle (e sì che avrebbe potuto): “Poiché io sono l’Amore, nella mia onnipotenza, nella mia ir-responsabilità, ti perdono”. Dice, invece: poiché ama molto è perdonata. Dunque il perdono è atto d’amore di chi lo merita, è amore nella stessa misura di chi lo dà.

Sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono. Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio“.

Se Dio, che è amore (chiedo ai non credenti, quantomeno, la suspension of disbelief) non distribuisce in modo acritico il proprio perdono (e se e quando lo farà a noi non è dato sindacare), ma lo dona a chi ama, come può l’uomo pretendere di regalarlo senza che l’altro si metta – prima – in ginocchio? (lo implora, Rosaria, lo pretende perché il suo perdono possa essere liberato dal suo scrigno dove è rinchiuso impotente: la chiave però gliela devono dare loro, e lei, figura Tragica, sa già che la chiave, loro, i mafiosi “non cristiani” non gliela daranno mai: “loro non cambiano”).

L’atteggiamento rivoluzionario e insondabile del messaggio cristiano è, come chiunque sa, amare, come dice Enzo Bianchi “il non-amabile”: perdonare l’assassino di mio padre, di mia madre, di mio figlio, mettendosi innanzi tutto davanti al proprio dolore per renderlo malleabile, docile al tatto, viscoso. E scioglierlo, alla fine.
Ma può esistere, sul piano personale e politico (come auspica il Priore di Bose) un perdono solo ottativo? E’ perdono se non c’è giustizia?
Chi mi dà il diritto di perdonare l’empio?

Il prete alle spalle di Rosaria, alle sue parole (però vi dovete mettere in ginocchio) fa una smorfia, contrariato, prende le distanze. In lui, nel suo sguardo amareggiato (come se quella implorazione dsinnescasse la forza autentica del suo perdono) manca la forza rivoluzionaria della conciliazione; sembra esserci solo la fretta di seppellire il dolore di Rosaria con qualche manciata di terra e una speranza di revisione astratta del circolo virtuoso colpa-perdono-redenzione. A vantaggio di chi?

Il perdono è una conversazione. Non è manna dal cielo. L’amore di chi perdona non è dimenticare, eludere. Non è cercare fortuna e consolazione.
Perdonare non è doveroso. Casomai un premio, un traguardo.
Non si perdona se non si è Dio, se non si sa assumere l’identità del dio di tutti. Il che non è né semplice, né gratis (esiste, io credo, un dio di tutti: mi piace immaginarlo come una specie di “Quarta Persona”, come un surrogato dello Spirito Santo – non potrebbe essere proprio lo Spirito Santo? no, per non deludere le aspettative di chi non ci crede: la Quarta Persona è molto rispettosa, soprattutto dei non credenti: d’altronde, è il loro dio).
E tuttavia perdonare fa parte della struttura identitaria di tutti: noi siamo la matita di Dio (o del dio) e non possiamo farci sconti: è il portato rivoluzionario che ciascuno di noi si porta dentro, che ne sia consapevole o no.
Questo Rosaria ha capito benissimo: che siamo uomini e siamo Dio. Ha saputo riconoscere la sua doppia grandezza.

A nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato
(lo Stato…)
Chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia.
adesso rivolgendomi agli uomini della mafia
perché ci sono qua dentro, e non
– ma certamente non cristiani

Sappiate
che anche per voi c’è possibilità di perdono.
Io vi perdono
però vi dovete mettere in ginocchio,
avere il coraggio di cambiare.
Ma loro non cambiano.

(il video si trova qui: http://www.youtube.com/watch?v=zJoZFtWmdIs)

4 pensieri su “Vi dovete mettere in ginocchio

  1. fabry2007

    grazie per questo testo, Ezio. domenica scorsa mi chiedevo questo: si è perdonati perché si ama, o si ama perché si è perdonati? nel brano resta l’ambiguità. tu dài una risposta, che è quella di Rosaria. i Padri optavano per la seconda possibilità. l’interrogativo resta comunque in sospeso, continua a chiedere a ciascuno un parere decisivo.

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  2. vbinaghi

    E’ il modello causale della palla da biliardo che non funziona nelle cose dello spirito. Al biliardo (quello di Hume) la B va in buca perchè la A l’ha bocciata. Ma “amor che a nullo amato amar perdona”, non somiglia di più a una causalità circolare?
    E ancor più in questa meditazione della vedova.
    Poichè si ama si è perdonati, ma non ci si permette di amare se non ci si sente oggetto d’amotre, cioè perdonati della propria imperfezione e amati comunque.
    La meditazione di Tatantino va talmente nel profondo della questione, che tocca non solo psiche e spirito, ma l’impossibilità di una teologia irretita in un paradigma meccanicistico.

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  3. fabry2007

    visto dal di dentro è un’altra cosa. si comincia a vivere scoprendo un mondo. poi c’è il problema del ponte, della comunicazione. ce l’aveva persino Gesù: avrà capito, Simone? l’interrogativo che rimane è quello della vita, non quello della teologia.

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