Inizia oggi una rubrica sulle linee poetiche del Novecento che sarà ripresa continuamente con nuovi aggiornamenti e nuove poesie: un work in progress. La prima puntata è sulla poesia religiosa con tre poeti: Rebora, Betocchi e Turoldo.
Clemente Rebora
Notturno
Il sangue ferve per Gesù che affuoca.
Bruciamo! dico: e la parola è vuota.
Salvami tutto crocifisso (grido)
insanguinato di Te! Ma chiodo al muro,
in fìsiche miserie io son confitto.
La grazia di patir, morire oscuro,
polverizzato nell’amor di Cristo:
far da concime sotto la sua Vigna,
pavimento sul qua! si passa, e scorda,
pedaliera premuta onde profonda
sai fa voce dell’organo nel tempio –
e risultare infine inutil servo:
questo, Gesù, da me volesti; e vano
promisi, se poi le anime allontano.
Bello è l’offrir, quale il fiorire al fiore;
ma dal sognato vien diverso il fatto.
Padre, Padre che ancor quaggiù mi tieni,
fa che in me l’Ecce non si perda o scemi!
A non poter morire intanto muoio.
Il sangue brucia: Gesù mette fuoco;
se non giunge all’ardor, solo è bruciore.
Maria invoco, che del Fuoco è Fiamma;
pietosa in volto, sembra dica ferma: –
Penitenza, figliolo, penitenza:
prega in preghiera che non veda effetto:
offriti sempre, anche se invan l’offerta;
e mentre stai senza sorte certa,
umiliato, e come maledetto,
Dio in misericordia ti conferma.
La mia vita, il mio canto
L’egual vita diversa urge intorno;
cerco e non trovo e m’avvio
nell’incessante suo moto:
a secondarlo par uso o ventura,
ma dentro fa paura.
Perde, chi scruta,
l’irrevocabil presente;
né i melliflui abbandoni
né l’oblioso incanto
dell’ora il ferreo battito concede.
E quando per cingerti lo balzo
-‘ sirena del tempo –
un morso appéna e una ciocca ho di te:
o non ghermita fuggì, e senza grido
nei pensiero ti uccido
è nell’atto mi annego.
Se a me fusto è l’eterno,
fronda la storia e patria il fiore,
pur vorrei maturar da radice
la mia linfa nel vivido tutto’
e con alterno vigore felice
suggere il sole e prodigar il frutto;
vorrei palesasse il mio cuore
nei suo ritmo l’umano destino,
e che voi diveniste – veggente
passione del mondo,
bella gagliarda bontà –
l’aria di chi respira
mentre rinchiuso in sua fatica va.
Qui nasce, qui muore i! mio canto:
e parrà forse vano
accordo solitario;
ma tu che ascolti, recalo
al tuo bene e al tuo male;
e non ti sarà oscuro.
Da: Le poesie (1913-1957), Garzanti, 1999.
Carlo Betocchi
Un dolce pomeriggio d’inverno
Un dolce pomeriggio d’inverno, dolce
perchè la luce non era più che una cosa
immutabile, non alba nè tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo.
Come povere farfalle, come quelle
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre più in alto volavano mai stanche.
Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c’era più una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d’un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l’angelo che a Te mi conduce.
Fraterno tetto
Fraterno tetto; cruda città; clamore
e strazio quotidiano; o schiaffeggiante
vita, vita e tormento alla mia anziana
età: guardatemi! sono il più càduco,
tra voi; un rudere pieno di colpe sono…
ma un segno che qualcosa non tramonta
col mio tramonto: resiste la mia pazienza,
è come un orizzonte inconsumabile,
come un curvo pianeta è la mia anima.
Da: Tutte le poesie, Garzanti, 1996.
David Maria Turoldo
Povera che dorme entro i giornali
C’è una povera in via Ciovasso
che non può più camminare,
e dorme entro i giornali
nessuno di quelli che stanno
di sopra
ha tempo di scendere e salutare.
Per lei è di troppo
un po’ di scatole per guanciale
e stare
nel cuore di Milano.
Ascolta il nostro grido, o Giobbe
Ma ora a noi avanzano
Solo l’inverno e la notte
E senza scampo sono le nostre vite
In queste città maledette.
La morte siede sugli usci delle case
o con gli zoccoli di cavallo va per le strade
in stridori di migliaia di trombe;
o volteggia trionfante
sul capo in risa di corvi a stormo.
Invece fiorito è il deserto, popolata
di uccelli e di alberi la tua solitudine.
Angeli danzano al canto nuovo.
Da: O sensi miei, O sensi miei…Poesie 1948-1988, Rizzoli, 1989.
Clemente Rebora
Nato a Milano nel 1885, Clemente Rebora crebbe in un ambiente di intensi affetti familiari e di rigorosa moralità laica e risorgimentale. Si laureò in lettere a Milano con una tesi su Romagnosi, seguì i corsi di filosofia di Piero Martinetti. Collaborò con «La Voce» prezzoliniana. In guerra fu ufficiale di fanteria sugli altopiani di Asiago e Gorizia; uno scoppio di mina compromise il suo già labile sistema nervoso. Tornato a Milano ebbe una crisi religiosa fatta di Bibbia e autori orientali e mistici. Scelse di entrare nella congre gazione dei rosminiani (1931), divenne sacerdote (1936), con il voto segreto di «patire e morire oscuramente, scomparendo polverizzato nell’amore divino». Fece il sacerdote e l’educatore negli istituti rosminiani di Domodossola e Stresa. Nel novembre 1955 i primi sintomi della malattia che lo porteranno alla morte due anni dopo. Morì a Stresa nel 1957.
(tratta da: http://www.girodivite.it/antenati/xx2sec/_rebora.htm)
Carlo Betocchi
Carlo Betocchi nacque a Torino nel 1899, morì a Bordighera nel 1986. Cresciuto nell’ambito della cultura fiorentina, fondò insieme a P. Bargellini il periodico cattolico «Il Frontespizio», ha pubblicato le raccolte poetiche Realtà vince il sogno (1932), Altre poesie (1939).
Dopo la seconda guerra mondiale Betocchi ha pubblicato Notizie di prosa e poesia (1947), Un ponte sulla pianura (1953), Poesie (1955), L’estate di San Martino (1961), Un passo, un altro passo (1967), Prime e ultimissime (1974), Poesie del sabato (1980).
In lui l’ansia di illuminazione religiosa si incontra con una tenace volontà di concretezza e di accettazione della realtà, per cui la trascendenza traspare dentro e oltre le misure visibili dei passaggi, degli interni casalinghi, degli oggetti. Nelle ultime raccolte si accentuò una più amara e dubbiosa visione del mondo.
(tratta da: http://www.girodivite.it/antenati/xx2sec/_betocch.htm)
David Maria Turoldo
E’ nato a Coderno del Friuli nel 1916.
Ordinato sacerdote, frate dei Servi di Maria, nel 1940; ha partecipato alla Resistenza con il giornale clandestino “L’uomo”. Con padre Camillo De Piaz ha dato vita al centro culturale “Corsia dei Servi”.
Per circa trent’anni è stato priore e parroco dell’abbazia di S. Egidio a Fontanella, frazione di Sotto il Monte, paese natale di Papa Giovanni XXIII; qui ha diretto il Centro di Studi ecumenici.
E’ autore di un numero notevole di opere, prevalentemente di poesia; dall’iniziale “Io non ho mani” (Bompiani 1948), ai successivi “La terra non sarà distrutta” (Garzanti 1951), “Udii una voce” (Mondadori 1952), “Se tu non riappari” (Mondadori 1963). Opere drammaturgiche come “La passione di San Lorenzo” (1978), un film “Gli ultimi” (1962) con la consulenza di Pier Paolo Pasolini.
Tra le opere recenti: “Il sesto angelo” (Oscar Mondadori 1976), “Lo scandalo dello speranza” (Benvenuto 1978), “O sensi miei” (Rizzoli 1990), “Canti ultimi” (Garzanti 1991).
A Milano il 21 novembre 1991 ha ricevuto il premio “Lazzati”; in quell’occasione, l’ultima solenne della sua vita, il cardinale Martini gli ebbe a chiedere scusa delle incomprensioni della Chiesa nel passato, dichiarando la sua una delle “voci profetiche” dell’età contemporanea.
Dopo aver lottato con la malattia David Maria Turoldo si è spento la mattina di giovedì 6 febbraio 1992.
Al termine della messa domenicale del 2 febbraio aveva, però, salutato i fedeli dicendo che “la vita non finisce mai”.
(tratta da: http://www.arsmedia.net/masserini/turoldo.htm)

seguirò con interesse questa rubrica.. bravo Luca!
Rebora,…il sangue ferve per Gesù che affuoca, Bruciamo!
Come cenere dispersa e la parola Importante rende difficile il cammino impreziosendolo di insidie.
Ma Rebora non molla, pigia un piede sull’acceleratore e l’impeto di un credo risulta comune e d’ appartenenza.
… ma tu che ascolti, recalo al tuo bene e al tuo male;
guardarlo in faccia quest’ultimo.
Betocchi …d’un altro mondo invadeva quella valle dove io fuggivo,… è una luce manifesta nel tepore del voler restare, così quasi inerte per un riposo di cui cerca merito.
…cantava l’angelo che a Te mi conduce.
Turoldo,… ascolta il nostro grido, o Giobbe…
un urlo silente nel contorno di quel degrado fisico che rende effimero lo stare impotenti. Una Parola Grande mentre… La morte siede sugli usci delle case… Angeli danzano al canto nuovo.
Grazie Luca , una riflessione ulteriore che non guasta mai, nei giorni a venire portar tesoro di parole che possono solo che far pensare, così facendo Imparare.
Anche se il miglior Rebora poeta era il Rebora laico, per Betocchi e Turoldo si può parlare a tutto tondo di alta poesia. Grazie a Luca Ariano da parte di uno che crede che la poesia sia destinata a un futuro di preponderante forma di preghiera.
Antonio
Rubrica necessaria. Luca Ariano, oltre che un “caro saluto” stamattina ti becchi anche un “bravo!”.
🙂
Qui nasce, qui muore il mio canto:
A non poter morire intanto muoio.
Un dolce pomeriggio d’inverno, dolce
perchè la luce non era più che una cosa
Invece fiorito è il deserto, popolata
di uccelli e di alberi la tua solitudine.
Angeli danzano al canto nuovo.
qui mi sembra racchiusa la storia dolente del cammino dal buio della fede alla speranza
grazie
Ragazzi stamattina sono di corsissima!Grazie a tutti. Oggi rispondo ad ognuno con più calma
Un caro saluto
@Grazie Emanuele, mi fa molto piacere!
@Sono contento Paola questi tre poeti ti siano entrati così dentro. Grazie per i tuoi commenti poetici.
@Antonio anche io preferisco il primo Rebora ma se penso alla poesia religiosa di questi giorni (“Maria” di Aldo Nove) rivaluto di gran lunga il Rebora religioso così come tanti altri poeti “minori” che si sono accostati a Dio. Io, come sai, sono ateo, ma rispetto molto chi prega e soprattutto chi prega in versi e prega non solo un dio ma tante cose con la poesia.
@ Grazie Franz!Un caro saluto anche a te
@Eh sì Elena, la fede, per chi ce l’ha, immagino non sia un cammino facile. Grazie!
Un caro saluto
ottimo, Luca: sul Rebora religioso c’ho scritto un libro. venni rocambolescamente in possesso di un suo messale annotato, che spiegava molte cose.
Caspita che bello Fabry!Lo hai ancora quel messale? Mi piacerebbe vederlo… 😉 Sì sì so che Rebora è un tuo cavallo di battaglia e non mi azzardo ad andare oltre, l’esperto sei tu…
Un caro saluto
no, l’ho ridato al proprietario, Luca. cento fanti sul cavallo di battaglia non è male come immagine.
un abbraccione
fabry
Io ricordo un tuo omonimo ex giocatore dell’Inter, terzino sinistro, su cui i giornali sportivi si sbizzarirrono con battute (Centofanti cavalca sulla fascia, a piedi, ecc.)… 😉
Un abbraccio
Queste tue rubriche sono preziose e meravigliose, sono piccoli doni,
da conservare caramente.
di D.M Turoldo ricordo questa:
‘E’ il cuore sola cetra
capace di illudermi ancora.’
Grazie Carla. Non sono le mie rubriche che sono meravigliose ma i grandi poeti che coi loro versi non tramontano mai….
Un caro saluto
Grazie del tuo progetto Luca
oggi è giorno di navigazione, anche se i sirolesi mi guardano assai male, “Ma cosa fa? Du al giorno?
Avevo nostalgia di voi, ecco, e scpro non cessate mai di lavorare: bene e sodo.
BUona Parma a te, e clemenza da Clemente, per l’estate
MPia
Grazie Maria Pia per esser passata di qui dalle vacanze!Per me ci vorrà ancora un mesetto. Parma non è ancora deserta come ad agosto, ma lì l’abbandonerò un po’ anche io…
Buone vacanze e fatti un tutto in mare anche per me!
Un caro saluto