I PACCHI DI D’ORRICO: RIO – di Alessandro Bertante

L’articolo è comparso su PULP LIBRI n. 67, maggio-giugno 2007.

rio

Molto atteso e preceduto da uno sconcertante servizio di Antonio D’Orrico sul Magazine del Corriere, sciagurato soprattutto per l’autore, arriva in libreria Rio, il nuovo romanzo dello scrittore romano Leonardo Colombati. Scrittore che nel 2005 fu incensato da gran parte della critica italiana per il suo lavoro di esordio Perceber (Sironi), romanzo che in pochissimi hanno letto, compresi i critici affetti da piaggeria, e che lo lanciò come uno dei più interessanti autori italiani della nuova generazione.

Va detto da subito che l’attesa è in gran parte andata delusa: Rio è un romanzo non riuscito, sebbene a tratti sia scritto con lingua felice e una buona caratterizzazione dei personaggi. Un romanzo non riuscito perché inutile e per certi versi dannoso.
Rio ripercorre le vicissitudini di un ragazzotto della brutta borghesia romana durante un lungo soggiorno londinese. Ecco quindi scorrere in ripetitiva sequenza il lavoro nell’importante multinazionale, l’amicizia con il vecchio decadente scrittore, le varie fidanzate, le bevute nei pub e una discreta, peraltro molto divertente, casistica di sesso mercenario.
Ma la domanda che ci si pone è se ce ne fosse veramente bisogno di un libro del genere.
A livello stilistico manca una vera ricerca linguistica con la scrittura che alterna vuoti citazionismi, – dove l’autore sfoggia una cultura pop vasta quanto accessoria – a momenti nei quali tenta di calarsi nel ruolo del narratore melanconico. E questo spiace perché Colombati è scrittore dotato, capace di una bella franchezza e che dimostra più volte di sapere scrivere dialoghi convincenti.
Ma ciò che infastidisce maggiormente sono le scelte tematiche: le prese di posizioni destrorse assolutamente trascurabili ai fini della storia, i cedimenti nei confronti della peggiore tradizione della commedia italiana – la scena della matriciana è semplicemente puerile – l’elogio del lusso come se fosse una virtù assoluta, la mancanza di un qualsivoglia punto di riferimento etico, figlio di un relativismo esistenziale che poteva andare bene forse cinque anni fa.
E poi c’è un’altra questione piuttosto importante: il lettore può aprire Rio in qualsiasi punto senza sentite l’esigenza di sapere cosa ci fosse scritto prima.
Per il semplice fatto che prima non c’era scritto niente.

17 pensieri su “I PACCHI DI D’ORRICO: RIO – di Alessandro Bertante

  1. vbinaghi

    Il signor D’Orrico ha proclamato Colombati “salvatore della letteratura italiana”, insieme a Piperno e Saviano.

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  2. franzk

    Però mi si spieghi perchè questo è un libro “dannoso”. Dannoso puo’ essere un articolo di giornale, non un libro. O no?

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  3. vbinaghi

    L’articolo è di Bertante, andrebbe chiesto a lui. Però oggi la narrativa, dopo il crollo delle filosofie “forti” di riferimento, ha una responsabilità pedagogica molto grande: veicola conoscenza del mondo vera o presunta, modelli sociali, stili di relazione.
    In questo senso, credo anch’io che il vuoto snobismo che trasuda da certi libri (non solo da questo) sia dannoso.

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  4. franzk

    Sì, infatti, se Bertante fosse in ascolto…

    Sinceramente non darei alla letteratura d’intrattenimento tutta questa valenza pedagogica. Andiamo!

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  5. vbinaghi

    Nella società dei consumi l’intrattenimento è l’unica pedagogia ammissibile. Non è che mi piaccia: è un dato di fatto.

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  6. Fabio Brotto

    Per capire quale sia l’effetto dei singoli romanzi bisognerebbe valutare la funzione del genere all’interno della società attuale, e la “fetta” di intrattenimento che è loro demandata dal sistema (mi pare piccola in rapporto alla TV e agli altri media).
    Del resto, fin dal suo esordio il genere romanzo è stato sospetto di corruzione dei costumi… il discorso è immenso.

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  7. franzk

    Credo che il commento di Brotto tagli la testa al toro.
    La fetta di intrattenimento demandata alla letteratura è risibile. Dunque, anche la portata pedagogica.

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  8. kappa aspirante

    è dannoso nel momento in cui si dà al dannato pubblica rilevanza. è dannoso per chi non sa discernere, ma in generale non vedo come un romanzo possa essere dannoso. semmai inutile. non credo poi che la narrativa abbia tutta questa funzione di veicolare al mondo conoscenza vera o presunta. se ce l’ha, in una dose infima rispetto alla televisione.

    il vuoto propinato dalla televisione, quello sì, può essere dannoso. se non altro perchè non bisogna uscire di casa ed andare in libreria per accenderla.

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  9. emanuelekraushaar

    sono d’accordo con Fabio e Franz riguardo alla dannosità . poi non ho letto il libro, come ho detto tempo fa: mi piace la copertina, così tanto appunto che non mi viene voglia di aprirla.. 😉

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  10. giuliomozzi

    Intervengo da interessato, poiché tiro uno stipendio dall’editore del primo (e prossimamente del terzo) libro di Leonardo Colombati.
    Mi stupisce che si critichi nel libro perché il suo protagonista è affetto da un “un relativismo esistenziale che poteva andare bene forse cinque anni fa”.
    Vi ricordo l’incipit (cito dall’ultima, smisurata edizione) di “Fratelli d’Italia” di Alberto Arbasino: “Siamo qui da un’ora all’aeroporto senza colazione aspettando due amici di Antonio che arrivano adesso in ritardo da Parigi; si mangerà un pesce se si farà in tempo sul molo, in un bel posto degli anni scorsi che forse però quest’anno già non va più tanto bene“.
    In effetti “Rio” è anche un omaggio ad Alberto Arbasino, e bene ha fatto Bertante, con questa deliziosa criptocitazione, a notarlo.
    Che poi il “relativismo esistenziale” possa andare bene o non andare bene così come può andare bene o non andare bene un ristorante o un paio di scarpe bicolori, ammetto: è cosa che mi risulta incomprensibile.
    Ma io non sono uomo di mondo, e mi rendo conto della distanza che mi separa dai salotti che frequentano Alberto Arbasino, il protagonista del romanzo di Colombati, e Alessandro Bertante.

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  11. vbinaghi

    Giulio, era tutto un trucco per averti qui a commentare.
    Ma insisto: a me anche Arbasino fa cagare.

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  12. Giuseppe Iannozzi

    Sono d’accordo: il libro lo apri, prendi a leggere ed è lì che inizia la storia, in un punto qualsiasi. Non c’è stile, non c’è storia. Delle prese di posizione, sinceramente, non m’interessa, perché in un libro, indipendentemente dalle idee socio-politiche in esso espresse, io cerco in primis una storia convincente e poi lo stile. In “Rio” manca sia la storia che lo stile. Come ebbi modo di dire, una soap-opera di ultima serie.

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  13. bruno

    Volete un termine di paragone certo, come personaggio, storia, e soprattutto linguaggio espressivo e innovativo, date uno sguardo a Gardo Mongardo di Menni. Troverete tutto quello che in Rio non appare.

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