1.
sulla scrivania alla voce lacuna
è nata un’edera così che il tormento
dell’ignoranza superi la ronda
dello steccato faccia scempio
di corsari d’ascia
2.
tortorelle e lucertoline si scamperanno?
dal livore del vuoto comandamento?
in punta di agave ti chiedo
un gerundio di venia per un cerchio
di bontà la nullità del fulcro ludico.
dove sarà convenuto-conveniente
il carattere del vento?
3.
gioiette le derive
i piedi alla bàttima sborniati di sale
fanno i sapienti non formano orme
spassano in spuma seducono stelle
4.
Lotte di confini
unguento d’urlo al sembiante
non un manubrio di cresime capire
le nozze delle sillabe col baro.
5.
si sa che la radura è l’apice dei poveri
di quelli che scalano per non finir d’imbuto
ma comunque perdenti
i denti di latta dentro l’accappatoio
6.
le ore recise, erose
un giorno me ne andrò di pala in frasca
o col sudario al polso
con l’indice vermiglio per più chiederti
la venia del miglio appena fatto
7.
la città costretta in un bavero di stracci
giornalacci nativi allo sterco
comandi stantii la conca del vuoto
un fiumicciattolo di reti le comete
meschine meschine più oltre
la questua di fare singhiozzo
la rotta dispersa la salsa promessa
8.
il dovere della notte
quando ad apostrofo la lesione
è congiunta al mancamento
al digiuno per eclisse
rovello del malsano il diverbio
tra buio e luce
con capoccella di vetri il verdetto
9.
il letto della foce fu l’ossuto
sovrano di canestro senza lancio
sul bavero la goccia dell’addentro
fato al saccheggio bandolo di cieco
coma all’asfalto di tenerti al petto.
10.
premure di soqquadro questo percorso
orizzonte di schianto quale il verbo
al livore. eppure nacque cheto
il rigagnolo espulso dal mare
quale un enigma invece ne visse
cerbottana di tanta borgata
a far secco il sangue senza alberi
le strade sbadate
vuote di baci le scorte
11.
a tutto scapito del tarlo
il ripostiglio del suolo?
retrovia scoscesa lo sguardo
rituale di nessuna visione.
per mosse di animule cose
guardo mia madre responso:
non sono che cieca, mi dice.
12.
l’estate si dilata spugnesca atrocità /
i ventilatori stridono sudori di acque vinte /
così si può l’ho appena riscoperto /
rendersi fantasmi di sé /
cambiare il rettilineo in un sorpasso di stasi /
la scrivania che taglia le braccia /
le genie del vento le nullità del sale /
il sesso come voglia di salvezza /
solo una sagoma di mare capovolto /
un globo di resine al sudario /
13.
ha meditato la ronda ma non basta affatto
la capienza di un tuorlo per capire
il comando despota la deriva in brace
il singulto del cielo brevettato al vuoto.
in un torneo di resine nessuna vincita
incita il malmesso al raccordo col credulo.
14.
il gioco fermo non è stato mai cremato
15.
per smantellare la solitudine
andava da un’amica
quasi ogni giorno nel pomeriggio.
ma non bastava. ma se lo faceva bastare.
la sirena del soccorso passava
sotto casa molto spesso: ogni volta
un pensiero all’abitacolo che
sentiva più che legittimo. tornava
per un altro telegiornale. vaga lena
le coricava il petto.
16.
[da Un gerundio di venia, 2007-]

prende, eviscera, sublima –
raddoppia il senso della lingua –
un’altra lingua dice al morto
di passaggio –
dice del viaggio dietro l’angolo, stipite e colonna…
p.s. la tua poesia è un assalto continuo al reale, un continuo combat, una musica esigente, per cui ti siamo grati
“i piedi alla bàttima sborniati di sale
fanno i sapienti non formano orme
spassano in spuma seducono stelle”
Una creaturalità ludica – ma di ustionata consapevolezza – riattizza lessico e sintassi; ne fa mondo inedito, poesia.
Ciao, Marina