Simone Giorgino
asilo di mendicità
BESA Editrice
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L’incerto riparo del verso
di Luciano Pagano
La parola è qualcosa che Giorgino percorre con l’assiduità dell’artigiano, ogni sua poesia è un testo che emerge come sedimento di tutte le possibili variazioni di suono e di senso nel quale trovano confluenza diverse correnti, da quella stilnovistica a quella più legata alla sperimentazione della nuovissima poesia italiana, per lasciarsi attraversare dal passato recente dei grandi scrittori europei che non sono mai dimentichi a loro volta né di Villon né dei lirici greci.
Una poesia che senza farsi moraleggiante riesce a comunicare uno scenario completo, un’ipotesi di vita dalla quale evincere una morale ferma, il pensiero poetico di una realtà trascesa che ha il coraggio continuo di mescolarsi al vissuto.
Da un bar, Scir Ascirim, Rime di guerra, attorno a questi nuclei tematici, che sono anche nuclei temporali, si sviluppano i temi della raccolta e trovano posto le poesie composte negli ultimi anni da Simone Giorgino.
Una poesia che si mescola al sangue e alla terra, senza lusinghe, fingimenti, in cui si può individuare il pattern ctonio di una nuova stirpe, dentro una lingua che ha saputo fare tesoro della lezione dei grandi senza restarne schiacciata, ammutolita.
Lo sa bene l’autore cosa vuol dire incontrare sulla propria strada un avversario che non si cura della vittoria, costretto all’asintoto, sia che il suo interlocutore si chiami Ezra Pound o Thomas Stearn Eliot, o Mario Luzi o ancora Vittorio Bodini e Dino Campana. L’arsura della gola non trova riposo nelle pioggie battenti che scalfiscono le suole dei camminatori, i travet e i combattenti: in questo Asilo di mendicità troviamo le canzoni di un’umanità che non si dà per vinta adagiandosi sulla nenia dei propri affanni, troppo facile in versi perdersi, come Ulisse, abbandonandosi “alla forcuta fiamma che dilegua/buio e ombre”. La poesia per Simone Giorgino è un dialogo incessante con la parola, arrampicato sulla dicotomia delle coppie di costruzione e variabilità, decostruzione e immutabilità del verso, versi detti e ridetti a se stesso come salmi, imparati a memoria per impressione continua, refrain inscrutabile, che si accendono improvvisi per rischiarare un contorno dell’umanità in lotta, un incontro mai impari dove a volte è lo stesso poeta che mima l’inciampo del facitore di versi:
Stringere le viti ad un congegno
già per i fatti suoi sbilenco
emulando te per santità d’amore
emulando te dimenticando amore
mendicando / avendo mendicato / amore.
(Amen)
Il “congegno” in questione restituisce la poesia nella sua unione altissima di anima e corpo.
Asilo di mendicità è un’opera in cui la complessità della vita viene catturata nel verso come in ceppi resi docili dal canto, nell’accezione più ampia cui può ricondursi la definizione di vita in versi.
Promenade di due canta un amore in filigrana ricreando nello spazio di una terra che ci assomiglia, l’incontro degli amanti, angeli abbagliati dal nitore del sole, le vesti bianche appena sporche di tufo.
Se a una prima dichiarazione, “nessuno aspetta più nessuno”, ancora ci si poteva appigliare a un tempo che ci inghiotte, lasciandoci indietro alla Storia come scorie inutili, adesso ciò non è più possibile, adesso non ci è più permesso “fingere di ridere per sempre, simulare festa e allegria nello sfacelo”, siamo alla resa, non soltanto poetica, dei conti: che si parli di amore, vita, corpo, i termini saranno quelli entro cui si muove l’esistenza di ogni giorno, con richiami semantici a ciò che i versi antichi hanno lasciato nel lessico della contemporaneità “da dove origlio / fra roveti spenti sibilare sillabare”, la leggerezza di questo amore è la stessa del vento che carezza le foglie.
Il tema dell’amore viene sfiorato, la preparazione delle nozze è tutta terrestre, una prosecuzione matura sulle vie del sacro che già venivano anticipate in Santacroce, la sezione di versi che l’autore ha scritto in Venenum. Le tracce di ascetismo che troviamo in questi e in altri versi della raccolta sono legate alla terra in modo indissolubile. La sezione Scir Ascirim costruisce lucidamente un viaggio nel nostro tempo, un esempio di poesia della migrazione ininterrota (al passeggero muto che sonnecchia ucraino o brindisino) da sponda a sponda, con reminiscenze poetiche rubate al Cantico dei Cantici, vertice della poesia di tutti i tempi, cui si innesta la lezione di The Waste Land.
Il viaggio del poeta non è nella perdizione di luoghi immemori e distanti, bensì nel ritardare incessante i luoghi del sé, giorno dopo giorno, nel lascito poetico di In Nomine, “a mezz’ombra per le strade del paese / dove la fiacca estate mi coperse”, e ancora: “Sono stato sempre nella stessa stanza”.
Scrivere del nuovo con un ritmo antico, riprendere una lezione e seguirla, da Cavalcanti a Giudici, finchè non accade il contrario, ovvero che le modalità già percorse invochino nell’attuale la propria necessità di poesia.
Lo specchio attraverso cui vediamo la realtà è il vetro affumicato che ci permette di guardare il sole di un’eclisse “con gli occhi chiusi dal terriccio”, elementi affiorano come fendenti da una vita offesa “a chili di neo martiri alla cruna // del 2007 liberale e democratico”.
Asilo di mendicità è una conferma e un ottimo libro. Una poesia scritta per chi non è stato mai sfiorato dalla consapevolezza che la propria vita, anche nella sconfitta, è stata poetica, un rifugio di peccatori che trovano ospitalità mentre attendono un rischiararsi improvviso del cielo.
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Fare silenzio a che le lame
ti ascoltino vuoti gli omeri a sollevare il calibro
piano sentire il solletico alle tempie
non chiedere non chiamare non vocio
di uomini spensero i fanali a gas
e fu non disturbarono i figlioli
non disturberanno
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Andiamo? Andiamo. Ora la mente è sgombra.
Il sola scalda dove deve
sopra le teste di uomini e di donne e a chi la chiede
stende coricata grazia d’ombra.
Porgete i palmi le tonache feriali e le tonache
di festa. Porgete braccia magre, i tendini
del collo porgete e i denti
a morsa e l’altre ossa bianche
ad imbiancare i vetri delle teche
halle canticchiando luya nello stagno
con le corde vocali dei caduti golamozza
scannati da noi stessi in riva al bagno
– tinti di porpora perfino i pesci – questo stagno
fingendo immenso mare, immenso regno
il cielo oltre l’unghia della mano sozza.
La prima stella mattutina è sorta a forza.
Il sole scalda dove deve, per suo pegno.
La prima stella mattutina è sorta. Andiamo. Andiamo?
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Cosa mi canti, menestrello? Il tanfo
delle cicche smezzate dentro il posacenere?
Il banco da cui scrivi da vent’anni
e i mozziconi e la lampada e il bicchierino?
Il mondo è informe. L’occhio è alticcio.
E il fiore che ingialliva vespertino
s’affloscia. Il fiore che arrossava vespertino
ora muto ti omaggia,
omo cieco che pizzichi le corde,
percettibile e vano – le rose
a mazzi, le musiche di campanelle – ma sai che sono
i capi di governo la misura di tutte le cose.

Pare sia davvero faticoso, anche per noi giovani che urliamo pateticamente la necessità di purezza, riconoscere la Poesia. Ormai, ormai… Le gerarchie stabilite e gli orecchi e gli occhi bravi solo ad annusar tornaconti… io ti posto/ tu mi posti, egli posta, noi posteremo… ignari di postumi e posteri. Voglio ricordare a tutti che esistono esistenze fiere, degne, silenziose, esistenze di titani che non elemosineranno nulla e che hanno i cuori grandi dei veri uomini, quelli di un tempo, noti solo a chi ha avuto la fortuna di avvicinarli. I nostri nonni partigiani capirebbero, ma noi non abbiamo più bisogno di imparar lezioni, vero? Ci basta solo di essere citati, meglio se con foto annessa, meglio se bei-belle figli-figlie… Oh, misericordia, la rosa purissima e nivea, trattenuta dalla putrida palude… Poesia, poesia… Che risponderemo un giorno ai nostri Maestri i cui nomi sterilmente ingombrano la nostra stolta bocca, i maestri da cui nulla abbiamo imparato? Cosa diremo loro? Ma queste sono chiacchere.
Ma se vi capita, alzate lo sguardo, allontanate la faccia imbalsamata dall’unico interlocutore: lo schermo del vostro pc, leggete libri di autori non noti, non inseriti nelle gerarchie, nelle cosche. Leggete Giorgino, leggete “Venenum”, “Il Prometeo incatenato” (inedito, ma ai cuori veramente puri si potrà far arrivare…)leggete Asilo di mendicità.
Scusate. Grazie.
Dici bene Sofia.
Fatevi un po’ gli occhi con la poesia di Simone Giorgino. Occhi e lingua ancora meglio… si rifaranno, si rigenereranno per atto d’amore. Se non accadrà sono comunque certo della bellezza della sua poesia.
per me è d’obbligo il tam tam. il frutto è maturo e dev’essere mangiato ora!
Orodè