Il tempo dei mele – di Michele Riccardi

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E’ dura la vita del deputato. Sono a Roma, in una Roma deserta e assolata e piena zeppa di pellegrini polacchi. C’è da votare la liberalizzazione dell’energia elettrica, e non posso allontanarmi dal mio seggio.La mia famiglia è nelle Marche, sul Conero. Mia moglie Luisella e i miei figli Alcide e Ciriaco. Ad accompagnarli c’è mia suocera Clelia. Ho affittato un bungalow al Campeggio Adriatico e l’ombrellone ai Bagni Rossana per tutto il mese di agosto. Li sento la sera, quando i bambini vanno a letto. Mia moglie li mette a letto, poi va alla cabina del telefono che sta dietro i gabinetti del campeggio e mi chiama. Stiamo al telefono una decina di minuti, l’equivalente di un euro e venti centesimi. Io le racconto come sono andate le votazioni; lei se il mare era grosso e se c’erano le meduse. Mi viene il magone, a parlare al telefono, ma non posso farci niente, perché il mio partito ci tiene alla liberalizzazione dell’energia elettrica e non posso assentarmi da Montecitorio: dobbiamo votare contro. Dopo che mia moglie finisce di telefonare, si mette con mia suocera a giocare a sette e mezzo o a scala 40 sotto la veranda. Di solito vince mia suocera. Giocano a soldi, e mia suocera si è già fatta un bel guadagno. Con quello che incassa compra La Settimana Enigmistica, Visto, Novella 2000, Chi, Di Più e le creme solari. Le creme le spalma tutto il giorno, le riviste le sfoglia tutto il giorno, anche quando mia moglie è già andata a dormire, le sfoglia alla luce fioca della candela alla citronella che tiene lontane le zanzare e i pappataci. Dopo che ho sentito mia moglie, io invece torno nella mia camera d’albergo. Guardo un po’ di televisione – la tribuna politica oppure le fiction sui Carabinieri, su Rai Due. Altrimenti leggo. Ora sto leggendo l’ultimo libro del Santo Padre. Qualche volta invece esco a cena, con un paio di colleghi deputati o senatori. Di solito andiamo al ristorante “La morte sua”, dietro Piazza di Spagna, che si mangia bene ed è un ambiente famigliare. Mangio poco, la sera, ho sempre il terrore di non digerire. Di solito torno in albergo in tassì, che poi faccio la fattura e la consegno alla segreteria amministrativa del mio partito. Ma ci sono giorni che decido di tornare a piedi, per godermi il fascino di Roma e per fare risparmiare il mio partito. Alloggio in Via Sant’Anselmo, sull’Aventino, in una pensione gestita da Suore Orsoline, 35 euro a notte, più colazione. Se solo mi vedessero quei giornalisti che ci accusano di costare troppo al contribuente medio italiano! Perché con me non attacca. Ho ricevuto un’educazione cristiana e cattolica (scuole dai preti, madre che faceva i mestieri a casa del Vescovo) e per molto tempo sono andato avanti a pane e cicoria. Ho sempre creduto nella sobrietà e nel senso della misura; sono i valori che mi accompagnano da sempre, e che non ho mai abbandonato neppure facendo politica; e forse è anche grazie ad essi che da dieci anni a questa parte sono il candidato che riceve più voti nella circoscrizione IV della Bassa Lucania.

Anche ieri sera ho deciso di tornare a piedi. C’era una temperatura gradevole e la luna piena. Di solito faccio una deviazione rispetto a quello che sarebbe il percorso più breve perché mi piace passare dai Fori imperiali. Tutti quei marmi, quei monumenti! Riflettono la luce della luna, sono imponenti e bianchi, sembrano i seni ricolmi di una Italica e Vergine Lupa. Ieri sera mi sono fermato una decina di minuti proprio all’altezza del Colosseo, con l’intenzione di ammirarlo, ma anche di riconquistarlo, di restituirlo all’Italia della gente perbene. Pochi giorni fa, infatti, una coppia di omosessuali ha tentato di violarne la austerità, esibendosi in una fellatio in pieno giorno; erano appoggiati a una colonna, vicino al chiosco che vende i ghiaccioli e i Calippo. Per fortuna è intervenuta una pattuglia dei carabinieri e ha spedito quei due invertiti in galera. Quando l’ho saputo, mi è venuto da piangere, perché certe volte mi sembra che l’Italia abbia perso qualsiasi giudizio morale. Nel nostro paese non c’è più posto per i probi viri e per i retti, e me ne dispiaccio; ma io per fortuna ho Luisella, e Alcide e Ciriaco, e mi sento in una botte di ferro. Anche ieri guardavo il Colosseo, sotto la luna, e pensavo a mia moglie. Pensavo come sarebbe bello se a Roma ci fosse pure lei, con i miei figli; pensavo come sarebbe bello se venissero ad aspettarmi fuori da Montecitorio, dopo la giornata in Parlamento. Ero così preso dal sogno che a un certo punto mi sono convinto che Luisella fosse lì accanto a me, e stesse ammirando pure lei i marmi dei Fori Imperiali, i Grandi Seni della Romanità.

Sarà per questo motivo che, quando la mano di lei ha cominciato a cingermi le spalle, io l’ho lasciata fare: dentro di me, ero convinto che quella fosse la mano di Luisella. Quella mano mi premeva sull’omero, poi cominciava a massaggiarmi la nuca, passando tra i capelli, e mi accarezzava la testa, con gentilezza. Ed io ho sentito un piacere velato. A un certo punto però ha cominciato a slacciarmi la camicia, ed è stato troppo tardi, perché subito è scesa nei pantaloni; li ha slacciati, e mi ha preso il sesso – mi ha senza dubbio afferrato il sesso – che sono stato costretto ad ansimare: no, Luisella, cosa fai, Luisella non possiamo qui, ma Luisella domani mi aspetta un question time – e ha cominciato a lavorarci, con veemenza. Ed è durato poco, perché sono arrivato quasi subito; sono esploso su quella mano e sui pantaloni e sulle scarpe. Ho ingoiato l’urlo dell’orgasmo, per non rompere il silenzio dell’Italico Impero; poi mi sono pulito con un cleenex e ho ripreso a camminare, scendendo lungo via Celio Vibenna. C’erano tigli e metronotte; erano entrambi muti.

Dopo pochi passi lei si è presentata, «Maurilia», mi ha detto, ed ho capito che non si trattava di mia moglie. Si è offerta – molto gentile da parte sua – di accompagnarmi fino alla pensione, per tenermi un po’ di compagnia durante la passeggiata; solo diceva, ogni tanto: «Aò, aspetta, che c’ho i tacchi» fino a che si è decisa a levarsi le scarpe e a camminare scalza. Mi ha preso la mano ed io la tenevo quasi fosse quella di una bambina; anzi, quella di mia figlia. Giunti in via Sant’Anselmo lei mi ha pregato di farla entrare. Voleva venire dentro in camera, perché non aveva dove dormire. Vestiva leggera, con una minigonna, e un top fuxia striminzito, e mi sono fatto convincere, perché fuori si era alzato un gran vento. L’ho presentata come una amica che aveva bisogno di un letto a Suor Leonilde, che seduta alla reception leggeva Famiglia Cristiana. E in fondo era vero. Solo in seguito ho capito che quel letto era il mio, e che lei mi ci voleva dentro. La suora non ha detto niente, non ha detto proprio niente, mi ha guardato ed è tornata a leggere e a studiare i suoi registri; non mi ha dato alcun segno di approvazione o disapprovazione, e allora Maurilia mi ha preso per un braccio e mi ha tirato in stanza. Si è spogliata completamente. Si è fatta la doccia e ha voluto che con lei la facessi pure io, ma io non la sfioravo nemmeno. Faceva tutto Maurilia, io la pregavo solo di fare piano: sono un deputato di centro, felicemente coniugato.

Poi Maurilia si è messa a sedere sul letto con indosso solo un asciugamano, in testa. Mi ha chiesto se le passavo il tanga arancione con gli strass che aveva appoggiato sul manico della poltrona. E poi mi ha chiesto se avevo della droga. Non ne avevo. E non la volevo neppure, io non ho mai assaggiato della droga in vita mia. Lei si è messa a piangere che voleva la droga, e allora per farla stare zitta – perché a quell’ora nella pensione dormono tutti, è pieno di comitive di pellegrini che giungono da ogni parte d’Europa, dal Portogallo e dalla Lettonia, 15-18 ore di pullman di seguito, solo il tempo di fermarsi all’Autogrill per andare alla toilette – dicevo, solo per farla stare zitta ho chiamato un mio amico deputato che dispone dei numeri di telefono giusti a cui chiamare nel caso uno abbia voglia di farsi una sniffata, l’ho chiamato e gli ho detto che mi servivano un paio di «emendamenti» perché anche se non mi faccio di coca so che non bisogna chiamarle «dosi», al telefono – viviamo in un mondo di intercettazioni, ho imparato a parlare per parabole.

E lui è arrivato che erano le due di notte, e con lui c’era un’altra donna, che si chiamava Tiburtina, e che guarda caso conosceva Maurilia, e hanno voluto restare in camera; all’inizio ho fatto resistenza, poi però ho cominciato ad assentire e mi sono pure venute le allucinazioni, mi sono ritrovato sul letto in un bagno di sudore coi pantaloni calati, e da allora non mi ricordo più niente.

Questa mattina ad aiutarmi a fare la valigia c’era Suor Leonilde. Maurilia era appoggiata al muro della stanza, masticava un chewing-gum. Non volevo che rimanesse lì in piedi, mentre Suor Leonilde mi aiutava a rifare il letto e a infilare le camicie e i calzini nel trolley. Ma poi mi ha fatto un segno come se volesse fare lei da sola; io non capivo, ma poi lei mi ha preso il portafoglio che stava sulla credenza ed ha sfilato cento euro: non immaginavo proprio che quella ragazza fosse una di quelle lì, di quelle che si dedicano al meretricio. Con i soldi in mano Maurilia è uscita dalla stanza; prima di uscire mi ha dato un pizzicotto sul gluteo, come per dire che si era divertita, in fondo, anche se la sua amica l’avevano portata via in ambulanza con gli occhi riversati. Ho cercato sul volto di Suor Leonilde un segno di approvazione, o di disapprovazione, ma non ho trovato niente. Solo una smorfia, nel momento in cui ha premuto sui bordi della valigia, chiudendola con fermezza.

Sono appena tornato da una colazione col segretario del mio partito. Sono andato a rassegnare le dimissioni. Me l’ha consigliato lui medesimo. Mi ha detto che capiva la mia situazione – «è dura, fare il deputato, mentre la famiglia è lontana – e mi stringeva il polso – ti capisco e sono con te» – ma che era meglio dimettersi da parlamentare – «perché in giro c’è troppa stizza nei nostri confronti». Mi ha anche detto di non preoccuparmi, che adesso con il nuovo Partito dei Democratici ci sarà un grande rimescolamento di carte e ci sarà posto per tutti. Me compreso. Mi ha detto solo di avere fiducia e pazienza. E in più mi ha ringraziato, mi ha promesso che farà una proposta di legge per alzare lo stipendio da parlamentare a quelli come me, che stanno a Roma col caldo mentre la moglie con i bambini sono al mare in vacanza.

E poi in fondo sono felice, di essermi dimesso. Questo pomeriggio prendo l’Interregionale e arrivo ad Ancona. Mi faccio venire a prendere alla stazione da Luisella, Alcide e Ciriaco e così posso stare con loro, al mare, ai Bagni Rossana. In fondo era proprio quello che volevo. Prima di partire passerò dall’edicola della Stazione Termini così al più piccolo gli compro il libro dei Gormiti; al più grande Focus che ha in allegato la macchina fotografica per andare sott’acqua; alla suocera invece le prendo Gente che con soli due euro in più ti danno il pareo firmato Roberto Cavalli. E non vedo l’ora di abbracciare Luisella.
Sono un deputato di centro, io, felicemente coniugato; sono una persona perbene, io sono stato eletto con i voti di un paese perbene.

(Nella foto: Lando Buzzanca ne “All’onorevole piacciono le donne”, di Lucio Fulci, 1972).

8 pensieri su “Il tempo dei mele – di Michele Riccardi

  1. enrico de lea

    vizi perbene di gente perbene in una nazione perbene

    p.s. la foto di un Buzzanca d’annata è davvero azzeccata

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  2. Gaja

    Il titolo! Il titolo! Franz, “che cos’è il genio”? Lo so, mi ripeto, oggi sarò citazionista, ma tra foto e titolo sono riuscita a leggere il tuo pezzo tra le lacrime (per le risate, beninteso). Cos’è il genio? Adòrotiiiii Franzissimo!

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  3. lapoesiaelospirito

    Tesoro, mi sa che stavolta hai sbagliato “oggetto d’adorazione”, purtroppo. Il racconto è dell’ottimo Michele Riccardi – titolo compreso natuerlich.

    Comunque, ti prego di continuare ad adorarmi perlomeno come “editore senza scopo di lucro”.

    Adòroti senza tregua e senza quartiere,
    Tuo,
    Franz K.

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  4. vbinaghi

    La cosa fantastica è che Mele è stato candidato dal partito nonostante avesse un processo in corso per corruzione.
    Dopo il fattaccio, l’ottimo segretario Cesa si è affrettato ad accettare le sue dimissioni, perchè “il suo comportamento non è stato consono ai valori cui il partito s’ispira e continuerà ad ispirarsi”.
    Come dire, sulla corruzione si può glissare, ma cocaina e donnine allegre proprio no. Grandioso.

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  5. cristinababino

    A tal proposito vi invito a leggere l’esilarante intervista del suddetto Mele rilasciata a La Stampa: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200707articoli/24204girata.asp

    Si toccano vertici di comicità involontaria del tipo (cito testualmente): «Siamo allo scempio generale. Io non ho fatto altro che andare a cena con un amico che mi ha presentato la ragazza che, siccome era tardi, è venuta a letto con me». Dove il nesso tra il fare tardi la sera e andare a “donnine” è ovviamente inesorabile.
    O ancora: «Non posso non essere un buon padre, un buon marito solo perché dopo cinque, sei giorni fuori casa capita un’occasione….».
    Se ‘sta gente non ci governasse, sarebbe spassosissima.

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  6. beccalossi

    grazie a tutti, sopratutto all’editore senza scopo di lucro, il grande Franz K, e anche all’adoratrice del dio sbagliato, Gaja.

    a volte anche io, come Mele, scopo senza lucro.

    beccalossi

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