Con tutta questa fine che viene per le strade
tu mi chiedi del cielo.
E non la trovo la parola di finestre ariose
per affacciarti al mistero delle stelle,
per deporre l’azzurro, lo stupore
di un fiore impossibile nella tua mano,
superbo dono.
Non trovo la parola per poterti dire
che l’infinito non è vertigine d’astri
sangue nella bocca e sulle labbra,
che non siamo figli di stelle
che un giorno brillarono
per poi cadere, che vita non è
questo sfilare di giorni
bianchi d’assenza, aria
che si fa soffio, pietra,
stele altissima di silenzio
Sai, non ha usci il cielo
che non s’aprano al buio
ma la luce, a volte,
inaspettata si rivela
in un angolo di giardino
al fuoco bianco di un roseto
che illumina la notte.
(16/07/07)
*
Questo cielo sparpagliato nel marzo
tocco cilestrino sul verde
– ma senza peso,
come cosa mai udita –
accende il bianco di ogni colore,
vena d’inverno esplosa
al grido delle radici.
E si allontana il paesaggio, si sfa
la trama consueta, asperità
di sassi, linguaggio
muto. L’immobilità delle cose
cede all’esattezza di un nome,
si piega alla mano,
un alfabeto nuovo
protende nel nulla
un invisibile ramo.
(Luglio 2007)
*
Viene un cielo d’acqua
azzurra, oggi che è marzo di nulla
e un passero mi guarda dal giardino
oggi che non è settembre
(ma è sempre settembre
a nord del pensiero)
e il silenzio apre mani bianche sul foglio
(dentro pezzi d’ala e mutilate farfalle,
un’ombra dietro la porta)
guarda questo cielo
è lo stesso di allora, guarda
la crepa nel celeste
fiorita di nero.
*
Inutilmente si cercano
risposte al dolore. Il vecchio
fermo nel chiaro di questa mattina
davanti alla pietra lo sa.
Ha negli occhi il fondo del mare,
una luce solo sua
gli rischiara il volto, una grazia
tenera e terribile.
Lo curvano sulla vertigine della terra
le carezze perdute, un cumulo di stelle,
il peso delle foglie.
Ha pensieri come nuvole
sfilacciati ricordi
che tessono la coperta in cui s’avvolge
quando il silenzio riga i vetri
disegnando la notte.
*
Nudità assoluta dell’indicibile.
Voglio la lama che incide/recide
questa pelle sottile che non ci ama.
Il taglio è l’eco
incomprensibile della parola.
Questa la ferita, nel sangue indecifrabile,
qui dove insiste una voce:
“ Hai sforbiciato l’azzurro
per origami di parole, hai disserrato
gli occhi dei morti per guardare,
mille volte ti sei perduto.
Non chiedere, non chiedere
quel che non puoi sapere.
Dove il senso? non certo
nell’unghia fragile delle parole.”
“ Mi porta il dubbio
che nulla sia vero
porte anditi finestre piazze
che d’improvviso il paesaggio scompaia
e si cancelli ogni volto e la primavera e il dolore
senza poterlo dire.”
*
Farci bastare questa luce
così poco credibile, così assonnata…
davvero credi
sia sufficiente un cielo, la consuetudine
di stagioni sgualcite, vita che non afferri
ma lascia imbrattate le mani
pensi bastino i colori, il paesaggio
prevedibile, l’abitudine del mondo
che spegne le voci e l’alba e giorni
privi di un solo gesto
Pensi bastino per darci un senso?
Senti questa disperazione vuota
che ti prende e torce le dita e il cuore,
la consapevolezza di cosa non siamo
e quanta poesia e quanta vita
lasciate nei cassetti
per questo guardarsi negli occhi
senza riconoscersi.
*
Ma quest’acqua fatta scura
da ombre di alberi sulla riva,
che nel suo corso conduce
luci specchiate di case e lampioni
e ombre transitate mute
quest’acqua che scolora gli occhi
assorta solo nel suo essere acqua
sotto un cielo in fuga…
*
Impenetrabile questo cielo – penso –
mentre sbando, oscillo di lato
sul marciapiede. Chi beve
l’acqua lustrale dell’azzurro
arde di oscura sete.
La lingua in fiamme non sa parole.
Ti chiedo un gesto
che la neve azzurra disciolga
o almeno un’impronta o un grido
una breccia sottile
per sostenere il tuo sguardo. Una verità
che assottigli la luce. Tu senza esitare
volgi il passo, creatura d’aria e d’acqua,
e nulla è dato oltre le tue spalle.
*
Come torna il silenzio
nella giornata che si fa lunga
meno avara di luce
nelle prime fioriture di primavera
ai fossi erbosi, alle prode
come noi in un giorno che finiva
marzo nel silenzio della stanza
a stringerci le mani
per non lasciarle cadere
dentro un sonno enorme
dentro quel nulla dove franava
il tempo, primavera, il sole.
Nota
Liliana Zinetti è nata a Casazza (BG) nel 1954. Ha pubblicato Volo di terra, Edizioni LietoColle Libri, 2004. Sue poesie sono apparse sulle riviste Le Voci della Luna, Poesia, Soglie e in varie antologie. In corso di pubblicazione, sempre con Lietocolle, la raccolta L’ultima neve.
Tutti i testi qui presentati sono inediti.

Paesaggi, natura, colori e introspezione che nella natura torna a specchiarsi. Versi piani, dolci ma fermi e decisi. Precisione, nitidezza, lucidità. Poesia di alta qualità, densa della tensione filosofica.
Con sincera ammirazione…
Sai, non ha usci il cielo
che non s’aprano al buio
ma la luce, a volte,
inaspettata si rivela
in un angolo di giardino
al fuoco bianco di un roseto
che illumina la notte.
in un gioco di luci e ombre passiamo la vita alla ricerca di un senso e poi
un alfabeto nuovo
protende nel nulla
un invisibile ramo.
grazie giovanni
buona serata
elena f
Grazie, Stefano ed Elena, per la vostra lettura attenta.
Una poesia alta, questa di Liliana Zinetti, che entra nel profondo perché nasce dal profondo, modulandosi, formalmente, nell’esatto perimetro di un sentire autentico, trasfuso in un’aura onirico-immaginativa che evita soluzioni roboanti, giochi ed effetti incompatibili col rigore della nuda eleganza dei versi.
A Francesco Marotta devo la conoscenza di queste poesie, e gliene sono grato.
Un caro saluto
Giovanni Nuscis
Grazie a Stefano, Elena e Giovanni per l’attenzione e la stima.
Un grazie, grande grande, a Francesco Marotta.
Buone cose a tutti
Liliana Z.
Poesia di grande respiro e temi affrontati con profondità e competenza.
grazie e complimenti, M.Manetti.
Ringrazio
Giovanni e Liliana – che ritrovo “nell’unghia fragile delle parole” – nel Senso declinato per un gesto che sia [*Ti chiedo un gesto*],per un gesto che non [*privi di un solo gesto*], per il gesto di un abbraccio che tutto cerca/cerchia!
*ma senza peso,* *– penso –* e pervade.
Nella stretta che sai
Chiara
Liliana, mi piacciono questi tuoi inediti, pervasi da una tangibile ansia espressiva (ma mai espressionistica, sempre liquida e delicata).
Sono confluiti nella tua ultima neve?
Con stima, RRC
Ringrazio Mauro,Chiara e Roberto.
Testi più recenti sono in La dimora del tempo sospeso, di F. Marotta.
Chiara: una carezza nella stretta che condivide.
Roberto: no, non sono confluiti nell’ultima neve. E penso neppure nel prossimo libro, se ci sarà. Dici bene quando parli di ansia espressiva.
Un caro saluto
liliana
leggere e intense, le poesie di Lil, dense di richiami dalla terra all’anima, di riflessi, di colori, di profumi che non provengono mai da una sola parte e non rimangono lì.
ciao, bellissima (anche se sono poesie di tre anni fa)!
Blumy