
I. Chi intende procedere alla stesura di un’opera di vasto respiro si dia buon tempo e, al termine della fatica giornaliera, si conceda tutto ciò che non ne pregiudica la continuazione.
II. Parla di quanto hai già scritto, se vuoi, ma non farne lettura finché il lavoro è in corso. Ogni soddisfazione che in tal modo ti procurerai rallenterà il tuo ritmo. Seguendo questa regola, il desiderio crescente di comunicare diverrà alla fine uno stimolo al compimento.
III. Nelle condizioni di lavoro cerca di sottrarti alla mediocrità della vita quotidiana. Una mezza quiete accompagnata da rumori banali è degradante. Invece l’accompagnamento di uno studio pianistico o di uno strepito di voci può rivelarsi non meno significativo del silenzio tangibile della notte. Se questo affina l’orecchio interiore, quello diventa il banco di prova di una dizione la cui pienezza soffoca in sé persino i rumori discordanti.
IV. Evita strumenti di lavoro qualsiasi. Una pedante fedeltà a certi tipi di carta, a penne e inchiostri ti sarà utile. Non lusso, ma dovizia di codesti arnesi è indispensabile.
V. Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, e tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri.
VI. Rendi la tua penna sdegnosa verso l’ispirazione ed essa l’attirerà a sé con la forza del magnete. Quanto più lento sarai nel decidere di mettere per iscritto un’intuizione, tanto più matura essa ti si consegnerà. Il discorso conquista il pensiero, ma la scrittura lo domina.
VII. Non smettere mai di scrivere perché non ti viene più in mente nulla. E’ un imperativo dell’onore letterario interrompersi solo quando c’è da rispettare una scadenza (un pasto, un appuntamento) o quando l’opera è terminata.
VIII. Occupa una stasi dell’ispirazione con l’ordinata ricopiatura del già scritto. L’intuizione ne sarà risvegliata.
IX. Nulla dies sine linea: sì, però qualche settimana.
X. Non considerare mai perfetta un’opera che non t’abbia tenuto una volta a tavolino dalla sera fino a giorno fatto.
XI. La conclusione dell’opera non scriverla nel solito ambiente di lavoro. Non ne troveresti il coraggio.
XII. Gradi della composizione: pensiero, stile, scrittura. Il senso della bella copia è che in questa fase l’attenzione va ormai soltanto alla calligrafia. Il pensiero uccide l’ispirazione, lo stile vincola il pensiero, la scrittura ripaga lo stile.
XIII. L’opera è la maschera mortuaria dell’idea.
tratto da Strada a senso unico (Einaudi, 1983)

XIV. Inspira. Espira. Scoreggia.
Non riesco a ricordare l’ultimo testo composto interamente a mano. Questo post, oltre al film (stupendo e consigliato a quanti ancora non l’hanno visto) “primavera estate autunno inverno e ancora primavera…” rivisto recentemente mi hanno fatto riflettere molto sul gesto della scrittura, sul senso del “vergare”, imprescindibile nell’era preinformatica e che ora sta scomparendo. Scrivere in brutta e in bella copia…
Mia moglie mi ripete sempre che non le pesa fare le pulizie di casa (nostra) perché in quei gesti vi ritrova una sorta di presa di possesso dei luoghi in cui vive. Ricopiare in bella calligrafia, non può significare in qualche modo reimpossesarsi, domare il testo? Voglio provare uno di questi giorni, a copiare qualcuno dei miei testi in bella calligrafia, che sensazione può dare…
Per il resto questi “precetti” tendono a calare lo scrittore nel quotidiano, a conferirgli un profilo di artigiano che, al di là dello specifico delle tredici tesi, appartiene, dalla mia prospettiva, alla figura dello scrittore.
No. Quella dello scrittore non ce l’ho. Posso darti una figurina di Ruud Gullit.
a Morgillo
Servono sogni, è vero.
Ma servono anche fabbri, elettricisti, idraulici, meccanici e contadini.
Servono ballerine e saltimbanchi.
Ma i Morgilli del web, mi chiedo, a cosa servono?
boh!
f.s.
a Stefano
grazie per il tuo commento. Nei prossimi giorni mi piacerebbe ragionare intorno alla scrittura/critica/lettura.
a presto
f.s.
Ottimi spunti… a me vicina la V… stupenda la XI.
VI. Rendi la tua penna sdegnosa verso l’ispirazione ed essa l’attirerà a sé con la forza del magnete. Quanto più lento sarai nel decidere di mettere per iscritto un’intuizione, tanto più matura essa ti si consegnerà. Il discorso conquista il pensiero, ma la scrittura lo domina.
Rendere sdegnosa la penna, mentre la scrittura lo è già di suo.
Un alchimia di sensi, questa,la VI, la più incisiva rispetto il mio scrivere istintivo.
@ ciao Gian
tutto bene?
io oggi sono un pochino stanca…solo un pochino.
Io esorcizzo la stanchezza di vita, cara Paola, pensandoti, e ciò mi ritempra, non tanto perché tu sia stanca, quanto perché hai la capacità di risollevarci entrambi. Un bacio.
In questo risveglio che non è stanco, un grazie Gian, come domenica esorcizzo il sereno del cielo.
“II. Parla di quanto hai già scritto, se vuoi, ma non farne lettura finché il lavoro è in corso. Ogni soddisfazione che in tal modo ti procurerai rallenterà il tuo ritmo. Seguendo questa regola, il desiderio crescente di comunicare diverrà alla fine uno stimolo al compimento.”
Ho riscontrato più volte la giustezza di questo consiglio.
La tragedia di Walter Benjamin – e anche die Theodor W. Adorno: comprendere l’arte senza poter essere artisti… di Benjamin esiste un libro di sonetti molto mediocri e di Adorno alcune composizioni nello stile di Alban Berg…poi i loro scritti sull’arte…
Ma credo – e Adorno lo disse anche una volta ( non ricordo dove…) che avrebbe dato tutta la sua teorica intelligenza per il talento…
A stefanie
“di Benjamin esiste un libro di sonetti molto mediocri ”
non sapevo.
La cosa mi incuriosisce.
f.s.
XIII. L’opera è la maschera mortuaria dell’idea.
Irrisolto, addirittura regressivo.
Benjamin ha iniziato un sacco di cose e ne ha portata a termine forse una sola, “Il dramma barocco tedesco”.
Un uomo che ha lasciato dietro di sè solo frammenti (e infatti è idolatrato da un’epoca frammentata come la nostra) ha il diritto di dare una definizione dell’opera? Intendiamoci, è un pensatore con intuizioni acutissime: non uno scrittore però.
Gli mancava l’obbedienza alla forma.
a franceso sasso : walter benjamin: sonette ( suhrkamp) frankfurt a.m., 1996.
…interessante sicuramente non per la bellezza della sua poesia, ma in quanto rimane una questione aperta: come poteva un walter benjamin scrivere così male…
non mi viene in mente un’altra parola che non : tragedia…
un saluto !
sg
HO UN ESAME DI ESTETICA CHE PREVEDE LO STUDIO DE “IL DRAMMA BAROCCO TEDESCO” DI BENJAMIN…
NON HO CAPITO NEPPURE UNA FRASE!!!!!