Eugenio Montale (1896-1981)

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La Storia

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.

La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.

La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.

Spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi; fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato

Arsenio

I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso, in cui par scatti
a sconvolgerne l’ore
uguali, strette in trama, un ritornello
di castagnette.

E’ il segno d’un’altra orbita: tu seguilo.
Discendi all’orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi,
più d’essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t’inciampi
il viluppo dell’alghe: quell’istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d’una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d’immobilità…

Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
dei violini, spento quando rotola
il tuono con un fremer di lamiera
percossa; la tempesta è dolce quando
sgorga bianca la stella di Canicola
nel cielo azzurro e lunge par la sera
ch’è prossima: se il fulmine la incide
dirama come un albero prezioso
entro la luce che s’arrosa: e il timpano
degli tzigani è il rombo silenzioso

Discendi in mezzo al buio che precipita
e muta il mezzogiorno in una notte
di globi accesi, dondolanti a riva, –
e fuori, dove un’ombra sola tiene
mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita
l’acetilene –
finché goccia trepido
il cielo, fuma il suolo che t’abbevera,
tutto d’accanto ti sciaborda, sbattono
le tende molli, un fruscio immenso rade
la terra, giù s’afflosciano stridendo
le lanterne di carta sulle strade.

Così sperso tra i vimini e le stuoie
grondanti, giunco tu che le radici
con sé trascina, viscide, non mai
svelte, tremi di vita e ti protendi
a un vuoto risonante di lamenti
soffocati, la tesa ti ringhiotte
dell’onda antica che ti volge; e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell’ora che si scioglie, il cenno d’una
vita strozzata per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri.

La morte di Dio

Tutte le religioni del Dio unico
sono una sola: variano i cuochi e le cotture.
Così rimuginavo; e m’interruppi quando
tu scivolasti vertiginosamente
dentro la scala a chiocciola della Périgourdine
e di laggiù ridesti a crepapelle.
Fu una buona serata con un attimo appena
di spavento. Anche il papa
in Israele disse la stessa cosa
ma se ne pentì quando fu informato
che il sommo Emarginato, se mai fu,
era perento.

La vita in prosa

Il fatto è che la vita non si spiega
né con la biologia
né con la teologia.
La vita è molto lunga
anche quando è corta
come quella della farfalla –
la vita è sempre prodiga
anche quando la terra non produce nulla.
Furibonda è la lotta che si fa
per renderla inutile e impossibile.
Non resta che il pescaggio nell’inconscio
l’ultima farsa del nostro moribondo teatro.
Manderei ai lavori forzati o alla forca
chi la professa o la subisce. È chiaro che l’ignaro
è più che sufficiente per abbuiare il buio.

(da: Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2004.)

Eugenio Montale nasce a Genova nel 1896; iscrittosi alla facoltà di lettere ha interrotto gli studi perché chiamato alle armi: come ufficiale di fanteria partecipa alla Prima Guerra Mondiale. Vicino, nel dopoguerra, all’antifascismo “liberale” di Gobetti, pubblica nelle edizioni de La Rivoluzione Liberale, nel 1925, la sua prima raccolta di versi: Ossi di Seppia. Per una decina d’anni dirige il Gabinetto Vieusseux a Firenze, ma nel 1939, per il rifiuto di iscriversi al partito fascista, ne viene allontanato. Collabora intanto alle riviste Solaria, Pegaso, Letteratura; pubblica nel 1939 Le Occasioni. Nel 1948 entra al Corriere della Sera e si trasferisce a Milano. Pubblica nel 1956 La Bufera, nel 1971 Satura, nel 1973 Diario del ’71 e del ’72, nel 1977 Quaderno di Quattro Anni. Oltre che all’attività poetica si è dedicato a quella di traduttore dall’inglese (soprattutto Eliot e Shakespeare), di saggista (Sulla Poesia, 1976), di critico musicale. Nel 1975 gli è stato assegnato il premio Nobel.

(tratta da: http://www.zacinto.it/montale.htm)

29 pensieri su “Eugenio Montale (1896-1981)

  1. Carla

    Buongiorno Luca e Bentornato!
    ci porti il grande Montale, quale immenso omaggio a chi lo ama!
    un caro abbraccio,
    carla

    Rispondi
  2. lucaariano

    Grazie Carla!Eh sì, le vacanze putroppo sono finite… Mi fa piacere abbia apprezzato il “classico” Montale.

    Un caro saluto

    Rispondi
  3. lucaariano

    “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.” (Italo Calvino)

    In questo Carla penso che la pensiamo alla stessa maniera. Grazie!

    Un saluto caro

    Rispondi
  4. mariapia

    Bentornato Luca!!
    Con lezione molto attuale, quanto alla storia, e all’ostinato understatement che citi (salvo in una), che ci riportano al Montale della maturità, mentre altri come si sa, amano soltanto il primo.
    Maria Pia

    Rispondi
  5. lucaariano

    Grazie Maria Pia!Ho deciso di ritornare con un classico che, secondo me, non tramonta mai. Personalmente preferisco di più la seconda stagione di Montale che la prima. Lo trovo più diretto, più libero da certe pastoie, seppur “Ossi di Seppia” sia una grandissima raccolta che, forse, ha fatto da spartiacque nel Novecento assieme al primo Ungaretti. Ungaretti è forse stato mal interpretato da troppi dando la facile illusione che si potesse andare a capo senza rima per far poesia. In realtà Ungaretti è molto più complesso di quanto possa sembrare. Scusate la digressione.

    Un caro saluto e spero di rivederti presto a Parma

    Rispondi
  6. mariapia

    Mio caro,
    credo che i patiti del verso libero, oggi però non siano così sicuri (e ignorantelli) come un tempo, anzi, furono ben spiazzati da certe ondate che volevano salvare la tradizione, discorso lungo..(circa il primo Ungaretti: che peraltro sudava pluridecenni per insegnare che un suo “versicolo” era quasi sempre un bell’endecasillabo spezzato, no?)
    Su E. MOntale:anch’io credo nel punto mediano della sua produzione, che là Montale si sia autorizzato, abbia preso il volo.. tutt’ora lo si vede librato in alta aria, credo non solo del novecento italiano.
    Tornerò ai primi di settembre nel natio borgo ducale.., caro Luca! MPia

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  7. Pasquale Giannino

    Che piacevole sorpresa Luca, entro nel blog e ritrovo il tuo solare e disarmante sorriso! Come se non bastasse ritorni alla grande con uno dei miei poeti preferiti, colui che per primo mi ha insegnato non solo a “sentire” la poesia, ma a trarne linfa di profonda e vitale riflessione. Grazie e bentornato amico mio!

    A presto.
    Pasquale

    Rispondi
  8. lucaariano

    Eh sì Maria Pia. Ci siamo capiti… 😉 A settembre allora. Io sono sempre qui.

    Un saluto caro e buone vacanze!

    Rispondi
  9. lucaariano

    Grazie Pasquale!Montale penso che a molti abbia fatto “scuola”, non solo tra i poeti. Certo io il Nobel l’avrei dato anche ad Ungaretti ma forse due Nobel non ce li avrebbero mai dati nel giro di pochi anni. Chissà ora quando sarà il prossimo e di che livello visto l’attuale panorama. In quell’epoca tra poeti e scrittori minimo altri 5-6 l’avrebbero potuto vincere. Buon proseguimento di vacanze caro amico e sarò sempre qui a cadenze puntuali coi miei poeti.

    Un caro saluto

    Rispondi
  10. Pasquale Giannino

    Ma è chiaro Luca, dei poeti il più quotato sei tu, e stai tranquillo ché io come narratore ti do la precedenza 😉

    Rispondi
  11. lucaariano

    Sì Pasquale se vinco il Nobel offro torta fritta con salume e tris di tortelli a tutto il blog… 🙂 Tu? Capocollo e menù a base di pesce? Scherzi a parte la situazione, come si è detto e scritto più volte ultimamente anche in questo blog, è abbastanza desolante. Se è vero che all’estero, come in Italia, la visibilità la danno i grandi editori… Per fortuna gli Accademici del Nobel non sono così superficiali ed in mala fede come molti giurati di tanti premi e premuncoli italioti.

    Un caro saluto

    Rispondi
  12. Pasquale Giannino

    No Luca, io porto nu pocu i supprissata, sardeddra e i diavolicchi (peperoncini…); qualche bottiglia di Cirò per innaffiare il tutto… Sì, in effetti la situazione è a dir poco sconfortante, ma è meglio riderci sopra. O no? Al massimo ci candideremo come giullari…

    Ora devo andare.

    Un abbraccio.
    Pasquale

    Rispondi
  13. elena f

    Discendi in mezzo al buio che precipita
    e muta il mezzogiorno in una notte
    di globi accesi, dondolanti a riva

    grazie di questo

    elena f

    Rispondi
  14. lucaariano

    @Grazie Elena! Montale ne ha di versi memorabili…

    @Ruggero che piatto è? Il tuo cognome mi ricorda un grande amico di Montale: Sergio Solmi. Grazie!

    Un caro saluto

    Rispondi
  15. lucaariano

    @Sì Silvia è proprio lei, Drusilla Tanzi. Grazie!

    @Sì Riccardo proprio così. Tema che è stato poi ripreso da una canzone di De Gregori che, secondo me, deve molto a questa poesia.

    Un caro saluto

    Rispondi
  16. ruggerosolmi

    luca, è un piatto di merluzzo stufato, se non ricordo male.
    sì, sono quasi omonimo. complimenti per il pezzo.
    saluti,
    rs

    Rispondi
  17. Pasquale Giannino

    Ricorda bene Ruggero, u pisci stoccu è lo stoccafisso – piatto molto diffuso in Calabria – da non confondere con il “baccalà”…

    Ciao!
    Pasquale
    P.S. Non male questo connubio enogastronomico dai sapori forti.

    Rispondi
  18. lucaariano

    Queste disquisizioni sarebbero piaciute al Nostro che lessi essere molto goloso. In effetti dalla stazza lo si poteva intuire. Nel novero dei “mangioni” non vanno dimenticati Gadda e Bacchelli. Quest’ultimo al Bagutta aveva un tavolo fisso. Nelle sue opere ci sono ottime descrizioni culinarie. Aggiungo anche Camilleri: le sue ricette sicule fanno venire l’acquolina… 😉

    Un caro saluto

    Rispondi
  19. lucaariano

    Riccardo putroppo oggi “la storia sono loro” ma la colpa è anche nostra. Discorso lungo e complesso su cui si potrebbero scrivere centinaia di trattati ma se non cambia la mentalità dell’uomo, della gente allora si è sempre da capo.

    Un caro saluto

    Rispondi

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