Emile Faguet, Contro l’oscurità.

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da “Il Manifesto”, giovedì 23 agosto 2007, p.12.

[Da un grande critico e scrittore francese una arringa rivolta a demolire quegli autori che tramite giri di frase, inversioni di senso e un certosino lavoro di sostituzione di parole pertinenti con termini oscuri, ottengono l’ambito risultato di trasformare frasi chiare in espressioni sibilline].

Esiste una categoria di scrittori, che se vengono considerati dal punto di vista della lettura, meritano particolare attenzione. Si tratta, o almeno così vengono chiamati, degli «autori difficili», ovvero coloro che non è possibile capire a una prima e forse neppure a una seconda lettura: succede con i Lycofrone, i Maurice Scève, i Mallarmé. Questi autori godono di grande reputazione, hanno un coro e un controcoro di grandi estimatori. Il primo è composto da coloro che pretendono di comprenderli, il secondo da coloro che non osano dire che non li capiscono affatto e dichiarano di trovarli deliziosi. In entrambi i casi è una questione di fanatismo, essendo la loro ammirazione frutto della stima in cui tengono la propria intelligenza e del disprezzo in cui tengono l’intelligenza altrui. Sono, in ogni caso, degli «iniziati», dotati di tutta la tracotanza e l’intransigenza propria agli adepti di qualche insondabile mistero.
Detto questo, però, non hanno torto in tutto e per tutto. Partono infatti dal principio che ogni testo comprensibile al primo colpo e da chiunque non può essere letteratura. È un principio non del tutto falso. Uno slancio sentimentale può essere capito da tutti. Per esempio i versi «ti amavo senza costanza. Cosa avrei fatto se fossi stato fedele?» possono essere compresi facilmente e non è detto che, data la loro assoluta intelligibilità, debbano essere considerati triviali. È pur vero, tuttavia, che ogni testo in cui vi sia del pensiero non può essere altro che un luogo comune, se viene capito al primo tentativo. Se, al primo colpo, non siete riusciti a capire nulla della Mise en liberté di Victor Hugo, non posso che complimentarmi con voi. C’è dunque qualcosa di giusto nel principio espresso dagli appassionati delle letture difficili. Ma loro esagerano, in primo luogo quando escludono dalla letteratura ogni forma di sensibilità, o per lo meno ogni sensibilità che non accolga altro che sentimenti molto ricercati e difficilissimi da penetrare. In secondo luogo, sbagliano quando, a proposito di un pensiero, pretendono che niente di questo pensiero debba essere capito a una prima lettura. Un pensiero dovrebbe invece presentarsi, almeno a prima vista, in modo tale da attrarre l’attenzione del lettore e da essere almeno parzialmente (o apparentemente) accessibile. Bisogna poi che questo pensiero induca livelli successivi di lettura, di modo che a poco a poco ci si accorga della sua ricchezza e del fatto che sembri, a ogni interpretazione, per così dire inesauribile. Quel che saremo riusciti a interpretare al primo colpo non sarà altro che un luogo comune. Ma è importante che un pensiero originale sia di primo acchito ospitale e solo in seguito si riveli degno di un esame approfondito ed esigente. È proprio questo ciò che non accettano coloro che ammirano gli autori ostici. Pretendono che il pensiero si difenda immediatamente da ogni lettura profana, e si difenda proprio grazie alla sua oscurità, al fine di attirare verso di sé solo i raffinati, gli indovini, coloro che sono dotati di una intelligenza delicata e sublime. Vogliono che il pensiero si faccia il vuoto attorno per essere i soli ad avere il piacere di raggiungere quella zona deserta, entrare in quel santuario e, soprattutto, uscirne dichiarando di essere gli unici ad aver capito tutto quanto c’era da capire. Ovviamente, è una mania intellettuale. Prendiamo ad esempio il tal autore, del quale non ho capito una sola riga e che, invece, ragazzini, donne, bambini capiscono perfettamente, fino al punto di assicurarmi che quanto dice li stupisce ben poco, dato che loro lo avevano pensato prima di lui. Non mi resta, in questo caso, che scusarmi e ripetere che non capisco, malgrado sia grande il mio desiderio e ancora maggiore lo zelo che ci metto. (…)
Questo genere di lettori potrebbe essere diviso in tre categorie. Da un lato, ci sono coloro che non capiscono, sanno di non capire, ma dichiarano di comprendere e ammirare. Sono i falsi devoti al culto degli autori oscuri: si comportano in questo modo per calcolo, per convenienza, per vanità e per farsi passare per tipi intelligenti. Ci sono poi quelli che comprendono qualcosa, magari poco ma pur sempre qualcosa. Persone che cercano testi inintelligibili per non abbandonarsi del tutto passivi alla lettura, per non essere ridotti in tutto e per tutto al ruolo degli adepti e per non scoprirsi devoti, più o meno inconsciamente, a nessun altro che se stessi. Infine ci sono coloro – sinceri e disinteressati, i veri cultori – che dichiarano di potere ammirare solo quello che non capiscono. Esistono, sono in tanti, più di quanti non si creda. La loro è una precisa disposizione d’animo, implica l’attrattiva del mistero, la curiosità dell’occulto, la seduzione dell’abisso, una vertigine dolce. (…)
Gli autori difficili esigono, comunque, che ci si faccia i denti e le ossa sui loro testi, altrimenti si rischia il ridicolo. Durante la mia adolescenza, ho incontrato letterati che consideravano il secondo Faust di Goethe incomprensibile e ritenevano ostico e oscuro Victor Hugo. Quanti libri di quanti Béranger avranno letto per arrivare a simili conclusioni? E, tuttavia, come leggere gli autori difficili? Non tutti sono accessibili a persone qualunque come noi e ve ne sono di comprensibili solo per gli adepti delle tre categorie a cui accennavo. A volte, si trovano autori che sono oscuri di natura, in modo del tutto spontaneo; sono capaci di qualcosa che esorbita le mie capacità di comprensione: mettere su carta un pensiero che ancora non è stato elaborato chiaramente neppure nelle loro teste. Per questo tipo di autori, la parola o la frase non sono strumenti di analisi, non sono prove per testare ciò che si pensa. Autori di questo tipo bisognerebbe lasciarli perdere. Poi ci sono quelli oscuri per scelta. Sono i più numerosi, lavorano per ottenere lo status e la gloria di scrittori «difficili». Pensano in modo chiaro, come tutti, poi con un paziente, anzi certosino lavoro di sostituzione di parole pertinenti con parole oscure, di giri di frase, di inversioni di senso, ottengono l’ambito risultato di rendere fumoso ciò che all’inizio non lo era affatto. Fanno esattamente il contrario di quegli autori che scrivono solo «per essere capiti». Lavorano per trasformare una frase chiara in una espressione sibillina. Affermano – mi si assicura che la frase è autentica – «il mio libro è finito, non mi resta che complicarlo un po’». Nietzsche diceva: «alla fine, siamo diventati chiari!». Loro affermano: «Alla fine diventiamo oscuri!». Si difendono dall’indiscrezione grazie a questa fumosità, respingono la chance di ritrovarsi comprensibili ai più. Lo considererebbero una offesa e una vergogna. Nietzsche ha colto molto bene il loro ragionamento e le loro intenzioni: «quando si scrive non è detto che sempre si voglia essere capiti, è possibile anche che non lo si desideri affatto. Dire che non comprendiamo un libro non equivale a muovergli una obiezione: può darsi che fosse parte del disegno dell’autore non essere capito». In realtà questo impegno degli autori difficili, questo noli me tangere, noli me intelligere, risulta in gran parte vano, perché di fatto saranno interpretati, adottati, accolti, quanto meno «toccati» proprio da coloro che temono di ritrovare fra i propri lettori, ossia dai più sciocchi. Quelli che capiscono poco, solitamente corrono appresso alle cose in cui c’è veramente poco da capire. Ma consiste proprio in questo, alla fin fine, il loro lavoro: si velano, si mascherano, si travestono fino al momento in cui si considerano impenetrabili.
Provate a ripercorrere alla rovescia il cammino di questi scrittori, riconduceteli pazientemente alla semplicità. Invertite le inversioni, cambiate i termini impropri con quelli che più convengono, deducete il senso generale da un frammento, sempre che un senso ci sia. Tramite una lettura alternativa, penetrate nel senso delle parole dell’autore, e, se possibile, cercate a poco a poco di capire i piccoli procedimenti attraverso i quali ha sottratto le proprie idee allo sguardo degli altri, poi fate a pezzi quei procedimenti fino a che non vi troverete in presenza dell’idea di partenza. Idea che, con tutta probabilità, vi apparirà ordinaria, ma almeno in alcuni casi pur sempre interessante. (…)
Il lavoro che bisogna fare sugli autori difficili va nella direzione contraria ala loro. Si sono ammantati di complicazioni, dunque bisogna metterli a nudo e giudicarli, criticarli, amarli o provarne disgusto solo così: nudi. Si potrebbe avanzare, però, questa obiezione: se è vero che quando si legge un autore semplice si è propensi a prendere l’abitudine di mettere nei suoi scritti più cose di quelle che ha realmente pensato, non succederà che, spogliando gli autori oscuri di tutti i loro giochetti, si fa loro torto e li si priva dell’unico merito di cui dovrebbero andare fieri? Succede, è vero, ma si sono meritati la punizione: conviene spogliare e privare di tutto quelli che vogliono sembrare più ricchi di quanto non siano. Ricondurli alla povertà, contro ogni pretesa di ricchezza. È un esercizio faticoso, ma utile e salutare. Comporta la traduzione di un linguaggio cifrato. Il problema è trovare la cifra. Cercarla è una lotta. Quando l’abbiamo trovata è la vittoria. Non dico certo che si debba sprecare la propria vita a decodificare cifre e codici, ma ritengo tuttavia che sia un esercizio non del tutto privo di piacere e, in fin dei conti, di profitto.

(Traduzione di Marco Dotti)

5 pensieri su “Emile Faguet, Contro l’oscurità.

  1. cf05103025

    Questo pezzo pamphlettistico è tipicamente francais,
    e del peggio;
    è noioso da morirne,
    fa analisi scorrette perchè pregiudiziali in un campo ove comanda il “gusto”, più che altro,
    per di più dice diverse volte “pensiero”,
    “mettere su carta un pensiero…”

    Ma, perché, si scrive narrativa per metter giù pensieri?
    Mah…

    MarioB.

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  2. Giovanni Nuscis

    Dunque non contro l'”oscurità” della scrittura, si pone qui l’autore, ma contro chi, artatamente, rende uno scritto semplice difficile, per farlo sembrare (e per sembrare lui stesso) ciò che non è. Un lettore attento matura però una sensibilità tale da rendersene conto, prima o poi; egli (ma non tutti) è sensitivo e rabdomante per dote, certo, ma anche per necessità economica e di tempo. Sui “giochi di laboratorio”, sulle accorte alchimie (da parte dell’autore o interagendo con l’editore) ci sarebbe molto da dire:-)

    Grazie, Fabrizio

    Giovanni

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