Guy de Maupassant
Quel che serve a un romanzo nuoce a un pezzo di cronaca
da “Il Manifesto”, 28 agosto 2007, p.12.
La grande querelle che oppone i romanzieri ai cronisti sembra lontana dal concludersi. I cronisti rimproverano ai romanzieri di scrivere cronache mediocri, e i romanzieri accusano i cronisti di concepire dei cattivi romanzi. Hanno qualche ragione sia gli uni sia gli altri. Certo, sarebbe sorprendente sentire dei pianisti che rimproverano ai flautisti di avere le dita deboli e dei flautisti prendersela con i pianisti perché hanno il fiato troppo corto. Sono musicisti sia gli uni sia gli altri, sebbene suonino strumenti diversi.
Lo stesso vale per i cronisti e i romanzieri, entrambi uomini di lettere, benché dotati di temperamenti diversi, direi anzi opposti. Il romanziere ha bisogno di approfondire, necessita di idee panoramiche, di una osservazione penetrante e minuziosa degli uomini, e soprattutto deve concepire concatenazioni rigorose tra i pensieri e gli avvenimenti dai quali intende far dipendere la costruzione del suo libro.
Ciò che qui è adatto là stona
L’osservazione dei cronisti deve concentrarsi sui fatti molto di più che sugli uomini, la notizia essendo il nutrimento stesso del giornale, e la valutazione dei fatti deve contare molto di più della loro semplice osservazione. Inoltre, al cronista è più utile il tratteggio che l’approfondimento, deve avere più abilità nel mettere in rilevo un dettaglio che nel descrivere in generale, necessita di brio più che di cognizioni teoriche.
Le qualità maestre del romanziere – che sono il respiro ampio, la tenuta letteraria, l’arte di sviluppare metodicamente i diversi passaggi e la messa in scena, e soprattutto quella scienza difficile e delicata che consiste nel creare l’atmosfera in cui vivranno i personaggi – diventano inutili e persino nocive nella cronaca, che deve essere corta e frammentata, fantasiosa nel saltare di palo in frasca e da una idea a quella seguente senza la minima mediazione, senza quelle preparazione dettagliata che richiede tanta fatica a chi lavora per un libro. Parlavo prima dell’atmosfera interna a un’opera: ebbene, è un punto di importanza capitale, anzi essenziale. (…) Spetta all’atmosfera di un libro far sì che i personaggi e gli eventi sembrino realmente esistenti, verosimili e accettabili. Ma le qualità principali di un romanziere, trasferite in un giornale, diventano sterili e gli conferiscono, persino, pesantezza e un qualche imbarazzo. D’altronde, le prerogative essenziali di ogni cronista, il buon umore, la vivacità, lo spirito, danno ai romanzi dei giornalisti un’aria trascurata, sconclusionata, poco profonda. Se ci si chiedesse di andare oltre con questa analisi, dovremmo ancora constatare che il cronista piace soprattutto perché presta a quel che racconta il suo carattere, il suo umorismo, e perché giudica i fatti sempre con lo stesso metodo, applicando loro le medesime procedure di pensiero e di espressione cui il lettore del giornale è abituato. Il romanziere, al contrario, se vuole imprimere alla sua opera il marchio di una originalità tutta sua, deve consegnare ai personaggi che mette in scena altrettanti temperamenti, valutare i fatti intonandosi ai loro diversi giudizi, vedere la vita con i loro occhi, restituire i riflessi dei fatti e delle cose da tutti questi punti di vista, magari opposti, punti di vista che a loro volta si sono organizzati assecondando le complessioni fisiche dei personaggi, e gli ambienti in cui sono cresciuti. Così, non si è mai visto nascere un romanziere da un cronista, e meno che mai si è visto un cronista diventare un buon romanziere.
Gli autentici cronisti sono altrettanto rari e preziosi dei veri romanzieri. Quanti se ne contano, del resto, che resistono soltanto quattro o cinque anni al terribile mestiere di scrivere tutti i giorni, di trovarsi quotidianamente nello spirito giusto, di piacere al pubblico un giorno sì e l’altro pure?
Il romanziere può sfidare la collera dei suoi giudici, persino farsene beffe, e aspettare giustizia dall’avvenire. Va avanti nell’opera sua seguendo l’ideale che si è dato, assecondando le sue credenze e la sua natura. Il cronista, al contrario, non esiste se non grazie al favore immediato del pubblico. Bisogna che sia sempre il favorito dei suoi lettori, che si sforzi senza tregua di sedurli e di convincerli. Costantemente sotto pressione, ha bisogno di una incredibile energia, di una tempra infaticabile, di uno spirito – nonché di una presenza di spirito – senza limiti. Il disprezzo sistematico che i romanzieri riservano ai loro fratelli giornalisti non toglie di mezzo il fatto che è altrettanto difficile per il direttore di un grande giornale scoprire un cronista di quanto è difficile a un editore arrivare a mettere le mani su un autore.
La mia galleria ideale
Vorrei ora, in poche righe, tracciare un ritratto dei pricipali cronisti parigini, i maestri, quelli che tramite l’estensione nel tempo del loro lavoro e del loro successo hanno dato prova di quanto sia resistente il valore del loro talento. Ne lascerò da parte alcuni eccellenti, più giovani o almeno non altrettanto affermati. E voglio soprattutto scegliere tipi diversi, che siano rappresentativi di altrettanti generi. Non ci preoccuperemo di classificarli. Si sa quanto i cronisti siano suscettibili. Una volta si diceva dei poeti che il loro genio è irritabile. Oggi lo si può dire dei giornalisti. Tanto i romanzieri provano, o fanno finta di provare, indifferenza per i giudizi che ricevono, tanto i cronisti sono di umore eccitabile e di pazienza risicata. Non bisogna toccarli se non con i guanti e tramite mille precauzioni. Quelli di cui intendo parlare meritano questi riguardi. Partiremo dunque dalla F, sesta lettera dell’alfabeto, e cominceremo con Henry Fouquier.
Eccovi dunque Fouquier
Un bel giovanotto, con una grande barba bionda, galante e profumata. La sua fisionomia è dolce, raffinata e tranquilla, molto tranquilla. È di gesti sobri e parole moderate. Del resto, la struttura del suo talento corrisponde a quella della sua persona. È un cronista saggio e mordace, che nasconde i suoi mezzi. Scrittore castigato, coscienzioso, innamorato della sua lingua, che conosce alla perfezione, la usa con delicate precauzioni, nascondendo sotto le sue parole astuzie e perfidie. (…) Henry Fouquier, in effetti, è un filosofo di una razza oggi dispersa, un filosofo del XVIII secolo, benevolo, ottimista, sufficientemente impassibile, soddisfatto della gente, delle cose e del mondo, irritato con i disperati, con i pessimisti, con i pensatori tragici e penetranti che appartengono alla scuola di Schopenhauer. Ama vivere, lo fa vedere e lo dice, e trascina nei suoi scritti come nella sua persona il riflesso di questa soddisfazione. Il suo animo coltivato si crogiola nella metafisica galante degli uomini del secolo scorso, che un amore sognato o conquistato consolava di ogni cosa; e sembra vedere l’esistenza, tutto ciò che sulla terra è triste, desolato e terribile, attraverso un velo trasparente, dove è come se fossero disegnate immagini di donne, donne sorridenti, civettuole, che mostrano la grazia dei loro lineamenti, lo charme del loro sorriso, il richiamo dei loro occhi e delle loro bocche. Non è dunque affetto dallo scetticismo degli antenati dai quali ha ereditato la sua morale aggraziata: e gli insegnamenti che trae dai fatti del giorno sono talvolta affettati da una sorta di onestà che a me personalmente non aggrada, ma che al pubblico piace molto. È, insomma, uno tra gli scrittori più notevoli e amati della stampa attuale, uno di quelli che inducono a stimare e rispettare il giornalismo.
Ritratto di Rochefort
Di Henri Rochefort tutti conosciamo la fisonomia del pagliaccio spirituale, nervoso e mobile, con lo spesso toupet bianco, il naso rotto, l’occhio inquieto, la voce incrinata, dotato di uno stile così franco e cordiale che benché passi per terribile, ribelle e demolitore viene amato anche dai suoi più furibondi avversari, i quali gli tendono la mano con piacere. Collega eccellente e affidabile, Henri Rochefort, il Democratico, è – particolare curioso – un considerevole conoscitore di gingilli artistici, di quadri antichi, di ogni genere di anticaglie, e ama tutti questi oggetti di un amore appassionato. Non procede per sprazzi di abilità, né colpisce di punta per abbattere i suoi nemici, fa invece sgambetti improvvisi: sgambetti all’uomo, al francese, alla grammatica, sgambetti anche alla ragione, e questo è quanto. L’avversario caduto non si rialzerà. Questo uomo galante e fascinoso dietro la sua maschera da clown, ha inventato bizzarre pagliacciate linguistiche, un modo di fare saltare le parole, di disarticolarle, di piegarle in forme e contorsioni imprevedibili, che fanno ridere di un riso imperioso, irresistibile, smodato. Tramite l’avvicinamento mai sperimentato di alcune sillabe, tramite fantasiose scempiaggini, fa fare al pensiero dei guizzi sorprendenti e strampalati. E senza tregua dal suo ingegno, dalla sua bocca, dalla sua penna cadono parole inattese e singolarmente comiche, giudizi di una verità esilarante, che procurano un divertimento clamoroso. (…)
E questo è Scholl
Il numero delle parole che Aurélien Scholl ha seminato in questo mondo è grande quanto quello delle stelle. Tutti i cronisti presenti e futuri attingeranno alle sue riserve. Leggendo una buona cronaca di Scholl, sembra di sentire il midollo dell’allegria francese colare dalla sua sorgente naturale. È, nel vero senso della parola, il cronista spirituale, fantasioso e divertente. Guascone, imponente, bell’uomo, sciolto e elegante, dà bene l’idea di quale sia il suo talento: uno spaccome, uno di quelli che mandano in pezzi le stoviglie. Si è fatto, purtroppo, molti allievi, ben lontani dal suo valore, avendo preso i suoi modi senza avere il suo talento.
(Traduzione di F. B.)

Bello stimolo. Ma al tempo degli Ogm, alla fine i due modi si sono alla fine contaminati (e il ritratto di Rochefort e Scholl pare quello di alcuni romanzieri d’oggi). E tra l’altro si fa sempre più fatica ad affidare ai posteri il momento in cui (la speranza di) diventar noti.
Tuttavia mi chiedo (e chiedo a qualcuno di voi) se oggi per il mondo americano (dove tendenzialmente scrittori e cronisti sono due varianti di artigiano, al momento non ho un termine migliore) la cosa valga con lo stesso peso del mondo italiano (dove tendenzialmente il cronista, visto dal romanziere, resta artigiano e il romanziere artista) e, ammesso se ciò che affermo sia valido, mi chiedo pure che tipo di ricadute abbia ciò sul modo di scrivere e di vivere di chi è romanziere, sui lettori, sul mercato ecc. Troppe domande? però il discorso è complicato.
il mio cronista ideale è Scholl
spirituale, fantasioso e divertente
Auf Wiedersehen!
Caro Fabrizio,
provocazione particolarmente attuale, dal momento che quasi tutti i giornalisti diventano narratori, e i risultati si vedono.
E non tanto in certi libri, che non sono male, ma soprattutto in certi articoli, che dovrebbero informare e invece fanno altro.
Un caro saluto,
Roberto
P.S. Continuo a non ricevere mail dalla casella interna del blog, da te e da Stella. E’ un problema generale o solo mio?
Ho letto da poco una raccolta degli scritti politici di Majakovksij, che affrontava un problema simile. La soluzione del poeta russo a quest’antinomia era questa: i giornali dovrebbero “adottare” qualche romanziere, che possa parlare di letteratura in libertà, seguendo le proprie spontanee inclinazioni intellettuali, ma PARTENDO dall’attualità, da fatti di cronaca. In tal modo, secondo il buon Vladimir, due mondi opposti potrebbero conciliarsi, avvicinando il pubblico a delle tematiche che, se non fossero legate in qualche modo ad una particolare notizia, non potrebbero mai attrarre il lettore.
Non credo che ciò basterebbe a conciliare due mondi -quello dei romanzieri e dei cronisti- che sono e rimarranno diametralmente opposti, ma sono anche convinto che sui giornali italiani le pagine culturali siano troppo astratte e fatiscenti, e che una svolta nella direzione indicata da Majakovskij sarebbe più che necessaria (finora, gli unici vincoli che ho visto tra un articolo culturale e l’attualità erano libri in uscita, mostre d’arte, concerti…e lì più che la volontà di legare la cultura alla contingenza, mi sembra ci sia piuttosto la semplice necessità pubblicitaria…).
Michele
Ecco un sito veramente interressante sul grande scrittore francese che fu Maupassant.
http://www.maupassantiana.fr
vi ringrazio. personalmente, sono convinto che un punto fermo debba essere quello di evitare le generalizzazioni. tra i redattori di questo blog c’è Remo Bassini, esempio limpido di come si possa essere allo stesso tempo ottimo giornalista e ottimo scrittore. la qualità si trova dappertutto, come, purtroppo, il prodotto scadente. sarebbe interessante fare uno studio comparato delle scuole di giornalismo e delle scuole di scrittura creativa. quelle serie, ovviamente.