LETTERA A FRANCESCO

Caro Francesco,
“ritorno nel luogo che da sempre mi compete: l’ombra”. Così dicevi prima di questa estate, se non ricordo male. Ti scrivo da una spiaggia, l’ultimo giorno di vacanza. Tutta l’estate mi sono battuto con questo pensiero pesante dell’ombra, del tornarci per necessità. Gli avvenimenti di questa estate mi hanno tentato parecchio. Scrivo nella piena luce e intanto sul mare si formano le ombre della sera. Non sono aggressive, c’è una levità in questo trascolorare, la stessa che ai viandanti intenerisce il core, certo. E’ l’ombra naturale che ogni cosa possiede, il suo essere doppio: questo sei tu, ombra rifranta, luce inappagata scrivevo in una poesia che ti dedico di seguito a questa.
  Tornare all’ombra che ci compete. Questo vorrei da tanti amici poeti; il gesto necessario del sottrarsi ogni tanto, per far posto agli altri. Ma parlo di una condizione dell’essere, non di un gesto umanitario; parlo di una condizione naturale per cui, scostandoci, avvertiamo il nostro corpo più sottile, più doloroso. Non siamo, non possiamo essere. Siamo nel senso di una sospensione che non vuol dire non essere, ma che è condizione necessaria di ogni poesia, di ogni parola. E non sai come ho avvertito in questi mesi la durezza necessaria dell’essere avvertito nell’ombra; ombroso, distante. Più saggio, forse, dolorosamente più saggio. E come ho sentito la struggente malinconia di mandare affanculo tutta questa serietà, di andarmene al lidò a cercare ragazze, come dice Vinicio Capossela in una canzone che mi ha accompagnato in questi mesi. L’ombra è vestita di dolore, di saggezza. E ci incupisce. Così bisogna essere vigili per noi stessi. Preferisco, caro Francesco, la notte, che non ha chiaroscuri, che semplicemente è. Dove, se impari a vedere, impari per sempre. Preferisco la notte che ha durata e finisce. L’ombra si muove e varia. 
  Ora, queste retoriche circonlocuzioni intorno all’ombra per dirti, per dirmi che dall’ombra emana una luce, un riflesso. Noi ombrosi siamo il sale della terra perché nutriamo, malgrado tutto; perché non dimentichiamo, come spesso dimentica chi vive nella luce, nei suoi rapidi passaggi. Chi vive nella luce è pacificato, dura meno, si brucia. Noi abbiamo questo ritegno, questo dolore dell’apparire e ne soffriamo. Non siamo esigenti, non ci accontentiamo della prima parola, del primo avviso. Noi siamo capaci di scavare fino a sotterrarci.
  Ecco, volevo dirti che in questo non esserci, l’essere è sempre. Da qualche parte, in qualche modo. Ci siamo tutti, sia che decidiamo di abitare la notte, il giorno o il regno intermedio che ci fa soffrire. Anche le parole, forse soprattutto le parole sono fatte di ombre. E non durano. Servono? Non lo so, ma esistono.
Sebastiano

MANI OSSIDATE CONTRO IL CIELO…

Ecco, il buco della pistola
lo svuotamento del collo in quel preciso istante
le carte in regola.
Solo per sentirsi onorato dalla poesia?
Si ricordò del fiato
il riflesso del sangue sull’asfalto
le parole dei poeti in pena
il fuoco di quegli anni.
Dagli occhi chiusi gli apparve ancora quel
colore da epifania
le ruote precise che rovinano nella notte.

***
Partire non sapeva
che dal soffio del
camino che allargava la casa.
La notte portava la forma a brani
a chiazze, a morsi del suo sangue
aperto come un fiume.
Sparami in un cantuccio
abbracciami in questa terra senza fine!
Lo disse ad occhi aperti e subito il
viso come un cielo, le mani arse
i fiori sul balcone in attesa del perdono.

***

All’insaputa della notte
quel fumo rappreso sul davanzale
portava i canti delle falene morte
il masso sospeso sulle teste
a ricordargli della fine
il primo villaggio
lo strato più intimo sotto
il taglio del lago.
Tu non conosci la pietra
e il segno di quella mano che
rovina nell’attesa.
Dietro le nostre sere, di
una piazza scolpita nelle parole
scivolata ancora più lontana
acerba nei ricordi dei poeti
– perché non sono mai stato come voi
perché non vi ho mai conosciuti
perché non mi siete mai appartenuti -.
Viscida, schifosa nella luce
mostrata veramente come la cena
della sera, qui, nel cerchio, e
consolato dalla durezza
estraggono a sorte, spaventano una
voce aprendola alla Storia.
Così disse, così rivide quello che
non aveva mai veduto, il ramo del
pianto, secco, l’indurita sentenza dei
poeti: questo sei tu, luce
inappagata, ombra rifranta.

da “La tua voce”, 1996

8 pensieri su “LETTERA A FRANCESCO

  1. Lucia

    In questi ultimi mesi la luce e l’ombra sono diventate pensiero dominante per me, pensiero ma anche ricerca. Seguendo questo ‘tarlo’ ho trovato questo:“Fra le ombre e la luce c’è, e si frappone, il corpo opaco che le genera.” Da “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” di José Saramago e questo:”Tutto vive perchè si oppone a qualcosa. Io sono quello a cui tutto si oppone. Ma, se io non esistessi, nulla esisterebbe.” di Pessoa.
    Ciao Lucia

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  2. f.

    Con quali lettere si scrive la parola “commozione”?

    E la parola “amicizia”?

    La parola “stima”?

    E “rispetto”?

    “Condivisione”?

    “Fratellanza”?

    Con quali lettere si scrivono queste ed altre parole, se nessuna, mai, riuscirebbe a rendere, nemmeno lontanamente, quanto più forte si vorrebbe esprimere?

    Forse solo con le lettere del silenzio, con gli alfabeti dell’ombra.

    Io prendo la tua lettera e i tuoi versi come un dono da porre, per sempre, nel reliquiario degli affetti più cari.

    Ti abbraccio, Sebastiano.

    f.

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  3. Chiara Daino

    “Non avere mai paura delle ombre. Significano solamente che c’è della luce che splende lì vicino”.
    [Ruth Renkel]

    e nella corrente alterna/alternata di “chiaroscuro” che l’occhio fissa – in profondità (se stesso, l’altro, l’alter ego e l’alter rogo,…). Il senso “plastico” delle “riflessioni”: è messa in moto – che sia. Comunque: emozione.

    L’Arte di Sentire.
    Vi abbraccio nel silenzio che comunica

    Chiara

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  4. Giovanni Nuscis

    “Tornare all’ombra che ci compete…”

    E’ nel tornare (nell’ombra), certo, molte volte, la dignità.
    Ma è il riaffiorare alla luce, anche, altre volte, il coraggio, la pronta risposta a una chiamata interiore. Perché a quella bisogna dare ascolto, è in quella che “noi siamo”. Non dunque nel buio, nella luce o nell’ombra di quanto ci è estraneo, seppure conveniente e rassicurante; ma nella dimensione che ci nutre; e, attraverso noi, nutre chi ci vive intorno, chi confida in noi e a noi si affida, con cuore fanciullo.

    Un abbraccio a Francesco e a Sebastiano

    Giovanni

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  5. Marco Saya

    l’ombra è necessaria sia per l’ascolto sia per poi ridestare quella parola, una parola che, prima tende a “spegnersi”,poi, quasi per incanto, si “creativizza”, si emoziona nelle più svariate angolazioni. Le pause sono delle ombre necessarie.

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