Mezzogiorno
Gli ulivi s’inclinavano al passaggio:
bande di tronchi plurisecolari
carnevali di rami d’argento
ferivano l’aria nuova di carta da zucchero
la scottavano di vecchiaia condannata a figliare
ci specchiammo nella calce, lattea e fitta, dei vicoli snodati del passato
noi soldati bianchi alla deriva nei labirinti della memoria
noi sabbia elementare tra pennellate di carparo barocco
una piazza ci restituì la quiete, quell’altra il sole
“Tu non conosci il Sud”, leggo Bodini bruna a bordo spiaggia
“Noi siamo il Sud”, rispondi tu sgranando occhi normanni
che nome, Mezzogiorno! il dardo luminoso perpendicolare,
la luce che sfianca, sbianca e rallenta
l’arte di fermarsi – da quando è diventata un’arte, da quando?
e i contorni si smarcano nella dodicesima ora
mentre il pizzetto si dilegua tra i banchi del mercato
qui cercarono di chiudere il cerchio in un castello:
otto lati otto torri otto stanze – la precisa geometria
di un messaggio cosmico. numeri e proporzioni in terra
per carpire al cielo il suo mistero, stanare la corrispondenza:
l’umana sciocchezza del terreno stupore
dammi la mano, stringimi il polso, trasfondimi:
nuotiamo là, in mezzo ai dialoghi
che continueranno dopo di noi.
***
Lucchesìe
Il posto dei lecci è là in cima a quella torre
e dall’anfiteatro sgocciolano ellittiche
voci vive e lenzuola morte
che storia la Storia delle storie
È una crasi violenta la città:
passati fastosi che tamponano
le piazze di ombre arcuate
lo scatto trattenuto del futuro
L’agilità del sabato dismemore
smembra i vecchi arazzi
in un’alba fiammeggiante di sedie nobiliari,
posate d’oro, tessuti e schianti
e poi la notte come tosse, espulsa
estranea, congelata accanto all’uccelliera
tra i nitriti dei cavalli al buio
lo scalpiccìo babelico di battiti
Il lago delle possibilità si serra
dentro le mura antiche e nelle tele
di una pittrice bianca che osò
sfidarle e ne sconta l’ossessione
Serve un’eternità alla Storia
perché perdoni le sue storie. C’è
chi le rincorre tra una pizzica
e un saltarello, nascoste tra le mosse
delle danze popolari. Chi se ne
lascia invadere con rabbia,
costretto come un vaso. Chi non sa
vederle, chi le uccide e chi ne muore.
Dove s’impara il garbo? Quanto dura?
Noi viaggiamo sospesi in autostrada
per cacciarle: il bottino sa di muschio
e di patchouli, si incarta sincopato
tra spasimi di fumo e di silenzio.
E ruminiamo invece di parlare.
***
Due mani un volante
Due mani, un volante, un’auto fiammante
viaggiano sulla carreggiata sud:
tintinna un vento debole
che increspa i contorni d’asfalto.
A destra la corsia di sicurezza
vende ottanta chilometri all’ora
in coda dietro a un tir mezzo pesante
mezzo imponente fasciato
di foto di seni quotidiani.
Non interessa la posta alla mano
allungata: è già sul cambio che ingrana
la quinta coperta di sdegno e sudore
guardando la coda a sinistra,
insano amplesso del cuore.
Laggiù c’è il sorpasso
la chiave da squasso
il truce ruggito
di un indietro bandito.
La notte fiocca di ovatta nera
sopra i parabrezza argentei
e scuote i tergicristalli di tremori:
le mani abbrancano il clacson
lasciando che non suoni.
Un faro s’accende, un altro lo insegue
clamore di frecce nel buio:
scintillano le sclere da un abitacolo
all’altro come lucciole curiose.
In questa giungla di svincoli
ti aggiri famelico a caccia dell’uscita
giusta disegnata sulla mappa:
ti vedo sfrecciarmi accanto
mentre aspetto cieca in corsia d’emergenza
che un casello mi soccorra la vista
e tu il futuro.
***
E parto e torno nella mia casa di stazione
Avorio nell’aria, come di sorrisi
e biglie di cristallo rotolate
tra i rintocchi di una sagra di paese
Suoni stranieri al di là delle pareti
mormorìi e cigolìi di portoni
sempre aperti: svolazzano fantasmi
neri senza spaventare. E in cortile
momenti di seta, a sera,
sbirciati dagli scuri semichiusi
Un soppalco che invidio recintato
di quadri, una lampada rossa
come il divano che vorrei
– chissà che libri sugli scaffali –
ombre di intimità che tacciono
i neon diurni di uffici e corridoi
il sangue delle notizie aspre
la guerra la guerra sempre lei
tumori da sconfiggere
elezioni da turarsi il naso
spacci e patti, camorre e sporcherie
Siamo le ombre d’intimità,
mi dico,
non questo
e tento di sottrarre al silenzio
l’eco di un treno che riparte
e alla vista il getto del vapore
li ritaglio nella bandiera arcobaleno
appesa al balcone di fronte
e parto e torno
nella mia casa di stazione.
***
Gentedi confine
L’ho visto ieri
virare attento su quel lembo strisciante
in equilibrio tra un luogo e un altro
come un circense della vita
smacchiare muri dalle croste
del passato per riscaldarsi un presente
sopportabile – e firmare in bianco
l’assegno del futuro
Le regole del confine sono queste:
mai sporcarsi nella mischia
dei territori, mai graffiarsi
con le spine delle radici
Il bordo lo salva. E’ un pesce
immune all’incantesimo della rete
e non ha adesivi su questa terra:
ha stuprato la solitudine
fino ad amarla
accettando di slegarsi
con uno spago di lune.
Peccato che, indietro,
lasci solo orme di soffi
come un dettaglio
che nessuno può notare.
***
Valangando
Smotto e frano, mi dissesto
tra le pietre di un lastrico solare
polvere ruvida lungo sassi
levigati come se scorresse
il mare – e mani in affanno
bloccate solo da polsi vanitosi
intollerabile corrente di gesso
cemento potenziale che sfalda e stanca
per non farsi solido
che rovina di ghiaia sulle spalle
Rotolando mi assottiglio
e svuoto come un calice
ubriaco. A terra
piccole manciate,
sorsi asciutti come voci rauche
e più nessuno che mi beva
e mi parli – silenzi di terra
che discesa di fango sui costoni
Pioggia, dimmi il tuo segreto
di gocce riassorbite dentro al ciclo
ché io granello di granelli
non trovo più la strada
per ricompormi stella.
***
Vecchia ballata provenzale
Gracidano i fenicotteri nella Camargue,
rumorosi schizzi rosa tra paludi e stagni.
E io bambina e tu obiettivo come disegni
a carboncino sull’eternità marmorea delle arene
Ellittici nelle ellissi, reziari tra i reziari
la mìmesi diventa un obbligo scolpito
sulla pietra: audioguidato il circolo compìto
di tribuna in tribuna, appesa a un pollice
la vita. Siamo corpi, ci avvinghiamo, urliamo:
dove sono gli eroi di Nimes? Gli aruspici soffiano
sul sangue, noi beviamo rosè e intanto viaggiano
sensali di futuro tra le anse del Grande Rodano
Al entrade del tens clar,……Eya!
Pir joie recomençar…………Eya!
La lingua s’ibrida in un soffio sul paese presepe,
parcheggiamo alla rinfusa scossi dai troppi segni:
semiotica ipnosi davanti al Pont du Gard e ai bagni
del sole nel fiume. L’ultimo giorno di un anno astrale
esplode d’artifici, foie gras e pirotecnica neve.
Scriviamo bilanci sui menù, grondiamo promesse
e chissà se reggerò alla meraviglia di queste messe
laiche. Ci salva un trenino buffo improvvisato
un portafoglio perso e ritrovato oltreconfine
grazie a una Gloria illuminata e alle sue mani
che guariscono anime dolenti: epifanie inani
come il Trofeo che incanta di Storia il vento.
Al entrade del tens clar,……Eya!
Pir joie recomençar…………Eya!
Nella morbidezza delle corride innocue
pulsa l’atlante delle possibilità:
venti miglia, venti miglia ancora
e salutiamo i volgari troubaudors dietro l’aurora.
***
Sapete i tram
Sapete i tram, e quel sottile sferragliare
di sogni che attraversa le città:
un frammento di strada insieme
e le voci galoppano sulle rotaie,
cavalli pazzi di intese intuite
siamo stati solo parole, un tempo
Sapete i fari, e quel sottile tremolìo
di luce bianca sull’acqua scura:
siamo lanterne nel grigio intorno
fiammiferi sfregati nelle mani giuste
e scaviamo gallerie luminescenti
eravamo lettere senza carne
Sapete i vascelli, e quel sottile balletto
delle vele al vento nelle notti di silenzio:
disperdiamo bollicine di fumo in superficie
siamo spuma che incanta i drappelli
di stregoni e promette di tacere le sirene
che sorpresa il mare a Milano.
***
Avrò i capelli rossi
Invidio i cirri che si annodano di notte
quando nessuno può vederli, neri
tra i gelidi silenzi della luna stanca
e tende stellate che si scostano
Fu un cielomoto a desincronizzarti,
un astronomico scossone:
mentre ti parlo non posso toccarti
mentre mi afferri non puoi sentirmi
Sono tutta terra, fango e melma?
Tu diventi una cortina di vapori
T’incarni in una crosta di silicio?
Mi faccio cristallo di ghiaccio galleggiante
Cambiamo forma, ci inseguiamo invano
davanti ai vecchi portoni di bronzo
siamo gli stessi tra i fumi dell’incenso
figure vuote ritagliate nella carta
Abbiamo scavato tunnel di poesie
edificato templi trasparenti di parole
ma non ci tocchiamo più, a stento ci vediamo
stremati da troppe metamorfosi
Un bambino ti chiede quanti anni hai:
trentatrè, sempre trentatrè
infinitamente trentatrè.
Fammi compagnia alla tua maniera strana,
lasciati trovare terracqueo nello spazio:
avrò i capelli rossi, ho tanta paura di morire.
***
Sono un confetto
Sono un confetto, non c’è dubbio.
Stucchevole per i duri.
Troppo poco dolce per i golosi
Rotonda e imperfetta come la terra,
con un cuore di mandorla
– l’anima sgusciata e pelata-
puntualmente divorato
Sono un confetto,
basta consultare la mia agenda:
unioni strampalate
nascite improvvise
battesimi e inaugurazioni
nastri tagliati di qua e di là
Buona per tutte le occasioni,
bagnata nello zucchero
e poi via
bianca ai matrimoni
verde ai fidanzamenti
rossa alle lauree
nella cadenza sorridente
dei riti che ci salvano dal baratro.
Sono come mi volete,
dico quello che desiderate ascoltare
sto ferma dove mi mettete
credo alle vostre finzioni d’oltremare
per il mio bene? per il mio bene
Sono un articolo da regalo,
bomboniera tra le bomboniere
ballerina dai mille veli di tulle
con le iniziali di sconosciuti
ricamate addosso
Amo squagliarmi in bocca
insieme alle parole,
smorzare gli istinti
in innocue poltiglie
di sillabe e saccaride
Sono un confetto,
uguale a milioni di altri
gettato nel cesto della vita
per qualche attimo di festa
una manciata di addìi
baci a crepapelle
un pugno di carezze
Ecco la mia tragedia.
L’attesa che qualcuno mi peschi
Che scelga proprio me, che mi divori.
Nel frattempo io tintinno sulle punte
per non far troppo rumore.

Ma grazie, caro Fabrizio, grazie per una poesia vera, di forte pensiero poetico.
Dove trovare altri testi e libri, di Manuela, per conoscerla meglio?
Complimenti e un grazie
di MPia Quintavalla
Prosodia e forma, musicalità senza quella poeticità, che spesso fa da coprente, e poi:libertà, e noncuranza, ecco una voce che si fa riconoscere..
ecco cosa è stato tagliato prima dei miei saluti, lo riposto,
MPia
È bello leggerti qui, tesoro! Complimenti e un bacio speciale.
@Manuela: Brava! Sei giovane e talentuosa, vero? Piaci molto ad Anna.
@Fabry: Si può ripostare il tutto con i versi non spaziati, per rendere più leggera la lettura?
continuo dopo…
manuela è sempre un gran piacere leggerti. ripercorro attraverso questi versi momenti bellissimi.
Brava brava!
un bacio
lisa
Ne profitto perché t’ho avvistata, Anna: terzo messaggio che ti fo:(non li leggi!)
persi la tua mail, perché sto riscrivendola tutta la rubrica,dopo la sua scomparsa.. me lo ridai,o mi scrivi?
Thank you, MPia
sciocchezze come la richiesta di mail. proprio qui devi scrivere sta sciocchezzuola.
questa di Manuela è poesia che sulle sue “punte” fa finalmente un po’ di rumore (tu dici noncurante ma che vuol dire ?) e te ci scrivi sotto sta messaggistica ? non c’è il posto apposta di ALB in poesia e spirito per le comunicazioni?
niente rispetto. eh? rispetto zero.
p.
il messaggio è per Maria Pia, ovviamente.
riscrivo qui se riesco il messaggio per Manuela che ho inviato precedentemente ma non è apparso.
un passaggio e una lettura qui a questi versi vedenti e sensualmente colloquianti di Manuela (che molto saluto)
“per non far troppo rumore… “, così la poetessa chiude “Sono un confetto”, e invece rumore ne fanno
questi versi. eccome. un rumore che batte forte e stringe il lettore allontanandolo dal suo delirio solitario
per farlo avanzare (ritornare) nel tempi silenti delle pietre nel grembo di radici con le spine nei tempi silenti
delle spine.tutto sta sotto i nostri piedi come tutto sopra tanto quanto noi sotto le costellazioni
e intorno ai loro lati e dentro esattamente al centro quanto il fuori di noi sta esattamente al centro.
le immagini sono a volte prese dal vento come vele a volte ferme nel vento come vele in calma
volte hanno le guardie del corpo allora Manuela scrive la paura, scrive la solitudine
(come se un vetro si staccasse dalla finestra e tranciasse il filo della candela che ricalca le vene di chi scrive)
allora Manuela evoca un ritorno di cui ha perso la strada e si è persa nel bosco, le stelle sono tramontate
e mai sorte-
continua e finisce qui sotto
il flusso severo delle geometrie cosmiche che fa caso e combina il caso – astrale – a – strali.
combinazioni speculari – la sosta ai portoni tra oggetto o cuore aspettando
che la chiave giri e apra e anche la possibilità contemplata che nulla della natura
si apra senza prima essere rispettato, aspettato, sostato, dal nostro corpo.
rapportato al nostro corpomicro(?)universo altrettanto geometricamente cosmico, a pensarci bene.
paola
ciao
Ma gentile Paola,
se ho turbato l’aura intorno alla poesia di Manuela, me ne dispiace, non era davvero nelle mie intenzioni, visto che l’ho apprezzata tanto,e subito!
Ma poiché precisi, dilatandone il senso, il bruscolo ( e non la trave )di un asterisco, in fondo collocato lì per necessità poiché avevo intravisto un nome che mi precedeva, (!)che non leggeva nella sua page;nei blog spesso si esce nel parlato, allora sai cosa ne penso: guardiamo cosa ti sta a cuore.
La parola “noncurante” sottintende non curarsi degli altri (come giudizio e come poetiche!direi anche come consensi.. )ed è attributo di forza che pochissimi hanno e si permettono,tra i poeti.
Lo considero uno dei massimi complimenti all’ autonomia di voce e di forza di un autore o autrice.
E con questo il mio intervento va letto, salvo il fuori- tema di cui mi scuso, ma con Manuela
Maria Pia Quintavalla
@Maria Pia
in realtà mi sarebbe stato a cuore leggere solo questo tuo bel commento lineare e chiaro sotto a questi versi, cara Maria Pia, ma senza il fuori tema che a me è apparso un po’ svilente. tutto qui. e lo sto facendo. lo sto leggendo. quindi grazie per la “cura” nel rispondere/mi e mi scuso invece se sono stata io brusca con te.
un saluto
paola
Grazie della precisazione, reciproca(in effetti stavo lasciando messaggi nei posti giusti, da vari giorni, ma non erano..letti, di qui l’insistenza fuori di luogo)
Un caro saluto, da MPia Q.
e vorrei aggiungere anche per Manuela forse infastidita da queste mie – incursioni – che non era nè è mia intenzione fare la paladina di nessuno.
è solo che pur nel tanto spazio che qui in rete si ha a disposizione per ascoltare significative mareali poetiche con le antenne – antenne bistrattate già dalle ondeelettromagnetiche da ogni dove” spesso il “rumore del puor parler tanto per esserci a marcare” sovrasta tanto essendo in maggioranza. ed è un peccato perdere un segnale – on aircircolare – come questo di Manuela.
paola
Ringrazio tutte e tutti per la lettura e le parole care (Fabrizio, in particolare, per avermi “pescato”). Purtroppo con il trasferimento sul sito sono saltate le spaziature corrette e non si capiscono le strofe.
Ma sono felice che mi abbiate compresa comunque. E sono lieta di ritrovare qui vecchie carissime amiche di versi che mi leggono come un libro aperto (Lisa e Paola), compagne valorose di viadellebelledonne (Antonella), sorelle-confetto di vibrisselibri (Gaja).
Ad Anna rispondo: ho trent’anni e me li sento tutti. Sono fiera di piacerti.
A Maria Pia: non ho libri da indicarti e “non faccio tanto rumore”, ma sono certa che ci leggeremo ancora. Qui e là.
Grazie.
Grazie per aver rimesso le strofe e i rientri al loro posto. Così sono “loro”.