Accadeva in febbraio di solito. La cucina si trasformava in una specie di retrobottega di un mattatoio. Il maiale veniva portato lì dopo che l’ultima goccia di sangue fosse stillata dal suo corpo e, diviso in due adagiato sul tavolo di legno dopo essere stato anche scuoiato con cura.
Il liquido era raccolto in una bacinella. Era scuro, incredibilmente vivo, e rosso, come può essere rosso scuro e vivo il sangue a vederne tanto da riempire il recipiente fin quasi all’orlo. Era lì in un angolo, ancora caldo e schiumoso, in quelle stesse tinozze di plastica che ero abituato a vedere sulle terrazze colme del bucato in attesa di essere steso.
Una volta, pensando di non essere visto, era poco che sapevo scrivere le prime lettere sbilenche, ecco quella volta avevo fatto una piccola incisione sui bordi, E.M, per controllare quando febbraio sarebbe giunto che non fossero le stesse – che fai?- mi chiese la mamma quando mi sorprese – oh…niente, così… ho messo le mie iniziali – e sperai che non notasse la mia espressione un po’ colpevole.
Non volevo che lei sapesse quel mio timore, non volevo che lei sapesse quanto la vista del sangue m’inorridisse anche se le era già capitato di vedere come gli altri bambini mi prendessero in giro per quella mia debolezza- femminuccia, sei una femminuccia- mi canticchiavano ridendo all’uscita dalla scuola, lei però non me ne chiedeva mai il motivo. Quando mi sorprese cercò di non sembrarmi stupita e non mi fece altre domande, accennò solo un sorriso e continuò a stendere le lenzuola. Credo che sapesse cosa avevo in mente. In quei suoi silenzi sono certo che lei sapesse tante cose. Anche quella volta lì non aggiunse altro al suo sguardo e mi lasciò godere del bianco abbagliante e del profumo fresco delle tele stese sulla terrazza.
Le bacinelle non erano le stesse. Ma c’erano giorni in cui mi sembrava di sentire sui miei abiti quell’odore di putrido che mi ricordava la morte.
Quando il sangue del maiale si fosse addensato in grossi grumi sarebbe stato utilizzato. Se ne faceva addirittura una specie di crema con la cioccolata e la frutta candita. Ma questo lo scoprii solo molto tempo dopo entrando un giorno in cucina, proprio quando la mamma era impegnata nella sua preparazione – ma quello è il sangue del porco!- urlai con tutto il disgusto dei miei dieci anni – del maiale e della vita non si butta niente – rispose con calma mia madre continuando a mescolare.
Io da quel giorno non mangiai più quella che avevo sempre considerato la prelibata crema la cui ricetta la mamma ci teneva tanto a mantenere segreta.
Era febbraio. La pelle del maiale ripulita dei peli era invece ridotta in spugnose strisce larghe e irregolari, come quei ritagli di stoffa che capita di tener da parte – ché potrebbero sempre servire – e infatti arrotolate come braciole ce le ritrovavamo nel sugo della domenica.
L’animale poi era tagliato in pezzi e la carne era selezionata per essere lavorata in vario modo. Grossi parti di grasso venivano sciolte lentamente in enormi pentole sui fornelli, sarebbe stato poi filtrato e versato ancora tiepido in barattoli di vetro o di terracotta. Bianco e spumoso, una volta solidificato sarebbe stato usato come condimento in cucina. Anche i residui, grossi e scuri come chicchi marci di melograno che rimanevano nel filtro, sarebbero serviti per insaporire l’impasto del pane.
– del maiale non si butta niente-
C’era sempre qualcuno che ripeteva questa frase ogni volta che arrivava il tempo per ammazzare i maiali.
Credo che ci fosse una specie di tradizione tacita con cui, di volta in volta, qualcuno veniva investito di quella saggezza tale da poterla pronunciare – del maiale non si butta niente- Come se quelle poche parole potessero dare una dignità alla bestia e al suo destino.
L’anno della mia orribile scoperta era toccato alla mamma ripeterla, e lei la disse ma in modo un po’ diverso anche quel giorno come se volesse iniziarmi ad una nuova vita- del maiale e della vita non si butta niente- così disse, come se volesse indicarmi una direzione. Presto il bambino avrebbe lasciato il posto all’adulto e di quella nuova identità avrei dovuto accettare tutto. Presto sarebbe toccato a me ammazzare l’animale e non ci sarebbe stato modo di tirarsi indietro. Ma quando fui grande abbastanza per poterne prendere l’eredità, in casa mia il rito della preparazione del maiale si era già concluso per sempre, così come la vita dei miei vecchi. In quel caso fu la morte e la sua indiscutibile saggezza ad evitare a me, di confessare che non avrei mai potuto farlo, e ai miei genitori invece fu risparmiata la delusione di sapermi più fragile di quanto in cuor loro avessero sperato.
Sì, era quasi sempre febbraio, quando accadeva. La temperatura invernale era ancora rigida e tale da permettere la lavorazione senza pregiudicare la freschezza della carne, andare oltre avrebbe significato comprometterne il gusto e anche la commestibilità.
Ma in cucina, nonostante il freddo, un po’ per il calore dei fornelli e un po’ per i fumi dei grassi che evaporavano, l’odore era intenso e con un vago sentore di putrescenza. Ogni cosa ne rimaneva impregnata per giorni e giorni.
Era nauseante, pungente e intensamente dolciastro, ma le donne raccolte intorno al tavolo sembravano non badarci. Io assistevo con i miei occhi di bambino a quell’allegria che accompagnava i gesti di quelle loro mani sporche di sangue.
Ridevano e tagliavano, ridevano e affettavano, e sminuzzavano e preparavano larghi piatti dove la carne fresca e foglie di alloro si affastellavano alternandosi.
Guardavo incantato e disgustato le loro unghie. Era lì, sui bordi, che il sangue si concentrava in un arco netto e sfumava invece in rosee venature sulla superficie dell’unghia come se fosse uno smalto che stesse sfaldandosi nel tempo.
E c’era lo scivolare delle lame nella carne, i tonfi dei colpi per spaccare le ossa che rimbombavano senza sosta in tutta la casa rincorrendosi in tutte le stanze. Ma erano soprattutto gli odori a sembrarmi nelle loro essenze così lontane e in contrasto da quella vitale gioia con cui la donne lavoravano.
Quegli odori invadevano l’ampia cucina come un rumore fastidioso e perfino il vivace chiacchiericcio che ininterrottamente accompagnava il lavorio giungeva alle mie orecchie come una macabra cantilena tribale.
Ma quando mi svegliai quella mattina ero certo che non eravamo più in febbraio. Ero anche più che sicuro che da quei giorni in cui quel terribile rituale si perpetuava nella vecchia cucina erano trascorsi molti anni. Ne ero certo perché ricordavo benissimo di aver indossato la mia maglietta blu e un paio di bermuda, e di essere uscito in bicicletta e di essermi chiuso alle spalle la porta di casa mia. Ero cresciuto ora, ero un adulto, avevo un lavoro, una vita, conti da pagare, anniversari da ricordare.
Ero anche certo che fosse Maggio.
Ricordavo di aver assaporato i primi tepori che guizzavano già di nuova luce e di nuovi colori anche lì dove vivevo, tra le semplici casette a schiera di periferia, sbiancando il grigiore abituale e macchiando qui e là qualche minuscolo terrazzo di verde e di rosso.
Quando Maggio giungeva avevo sempre l’impressione che fosse quasi un atto di giustizia. Sembrava che alla vita opaca della periferia fosse offerta la possibilità di fremere in un miraggio di vita che per il resto dell’anno apparteneva solo agli altri e ne rimanevo inebriato. Mi eccitava quell’atmosfera di ribellione che si respirava nelle malinconiche strade scosse dagli insoliti profumi e dai rumori che si percepivano nitidi. Era come se qualcosa, Maggio sì, Maggio e la sua frenesia, li avesse liberati da una pellicola che toglieva loro il respiro.
Ma quell’odore di carne e sangue era lì, era nella stanza, me lo sentivo addosso, ed io ero disteso su un letto duro e scomodo come una tavola di legno. Io ero in una stanza che non poteva essere una della casa della mia infanzia.
Quando avevo aperto lentamente gli occhi di fronte a me c’era un’ampia finestra da cui la luce precipitava sul mio letto in una cascata di gocce che finivano la loro corsa fra le pieghe della coperta. Ad un leggerissimo movimento, sbirciando dalle palpebre socchiuse, le vidi rotolare, gelatinose e dense, cambiando la loro forma fra le grinze.
C’era silenzio, un silenzio rigido, composto, come quello delle chiese.
Sì, era chiaro che quella non era la mia stanza. La finestra in tal caso sarebbe stata chiusa, la stanza immersa nel buio e io mi sarei svegliato al suono fastidioso di una sveglia. Mi sarei rigirato su un fianco tirandomi il lenzuolo sulle spalle e avrei imprecato contro questa dannata vita e il mio lavoro semplicemente perché era divertente farlo, anche se invece ero felice di avere tutto quello che avevo. La mia casa, il lavoro, e soprattutto lui, Paolo che faceva diventare vita ogni più semplice cosa mi stesse intorno.
Se quella fosse stata la mia stanza, ad occhi chiusi ma ormai sveglio, avrei avvertito infilarsi nell’aria un vago profumo di caffè e pochi metri più in là dell’oscurità, oltre la porta della camera da letto, avrei sentito i rumori attutiti delle porcellane che venivano appoggiate sulla tavola.
Se ne avessi avuto la sufficiente lucidità, e non mi sembrava di averne in quel momento, probabilmente al risvegliarmi in un letto che non fosse il mio potevo dare mille spiegazioni. Ma non riuscivo a trovare quella giusta. E c’era quell’odore che pungeva le narici a confondermi. Era insopportabile.
Non avevo il ricordo di un viaggio, né di un’occasionale avventura, né di una sbronza. Ero uscito semplicemente in bicicletta, questo lo ricordavo bene…Ma allora?…o forse mi sbagliavo, sì mi sbagliavo e stavo ancora sognando, o mi sbagliavo e quello che ricordavo non lo stavo ricordando…forse avrei voluto che fosse un ricordo.
Era tutto così confuso, confuso così come capita che lo siano anche i ricordi che spesso sfuggono al mattino presto. Restano sospesi in una terra polverosa e opaca che li rende sfumati e imprecisi, in bilico fra giorno e notte, fra vero e falso. I ricordi si sa amano nascondersi. Sì, a volte si mescolano con i sogni, si fondono in qualche angolo della memoria e alla fine non si riesce più a distinguere ciò che è accaduto realmente da quello che avresti voluto che accadesse.
Ma cosa era accaduto?
Inspiegabilmente mi sembrava che anche il mio corpo non mi appartenesse. Era intorpidito e indefinito come se ogni sua parte durante la notte avesse preso una direzione differente l’una dall’altra, e anche con la certezza di essere ormai sveglio riuscivo a radunarne i pezzi. I movimenti erano pesanti e la loro percezione mi arrivava rallentata, come se avessi dormito per anni risvegliandomi in corpo lento e vecchio. Il corpo di un altro.
– Sei sveglio?-
Quella era la voce di Paolo.
Lui era sempre il primo ad alzarsi – mi piace vedere l’alba- diceva- e mi piace preparare la colazione per noi due-
Lui era il più romantico. Era quello che amava farmi le sorprese solo per vedermi sorridere. La sua voce mi era arrivata da un punto della stanza che il mio sguardo non poteva raggiungere. Perché non era in cucina come ogni mattina? Cucina? Ma questa non era la mia stanza! Non era casa nostra! O forse lo era? Dio mio cosa mi stava succedendo? Perché c’era tanto silenzio?
Luce, silenzio, odore di sangue. Fili di una ragnatela tesi da una parete all’altra, insidiosi e invisibili. Una trappola perfetta in cui mi sembrava di essere caduto. Ma no, ecco, sì avevo capito, era una delle sue sorprese. Paolo quella mattina ne aveva inventata un’altra delle sue.
– Enrico sei sveglio?… come ti senti?-
Perché quella domanda? C’era forse un motivo per cui avrei dovuto sentirmi diverso? Mi ero ubriacato? sì di sicuro mi ero ubriacato ed ora non ricordavo niente e Paolo voleva scherzare…ecco sì, non era una sorpresa, era uno dei suoi scherzi per farmi ridere. Voleva prendermi un po’ in giro. Sì, dovevo essermi ridotto proprio male la sera prima. Cazzo , non ricordavo niente!
Era tutto troppo confuso. Anche la mia voce sembrava aver perso l’orientamento. Continuavo a rispondere e farmi domande senza che un minimo suono riuscisse a trovare la strada giusta per arrivare fuori dalle mie labbra. Cazzo! Cosa ….
– Paolo…- la mia voce esplose con un moto di ribellione.
– Paolo..-
– Enrico…sono qui…sono qui…-
– Dove sono? Cosa succede?…-
– Stai calmo… va tutto bene….
– Paolo cosa succede?-
– ecco eri in bici…-
– Cazzo…sì, sì…ero in bici…è maggio vero? dimmi che siamo in maggio…-
– Sì, sì siamo in maggio Enrico…-
– Lo sapevo…lo sapevo cazzo…Paolo…
– Ecco vedi c’è stato un incidente…
– Aspetta…incidente?…aspetta…
Una vaga immagine iniziò a ricomporsi. Quella giornata era perfetta. Perfetta per qualsiasi cosa avessi voluto fare. Era semplicemente una giornata d’amare, da prendersela come viene. Era una di quelle giornate che quando te le ritrovi vorresti metterla in una poesia e ti tolgono il fiato, e vorresti averla tutta per te. Avrei potuto decidere di starmene dritto, fermo in un punto. Immobile a guardarmi semplicemente intorno e avrebbe continuato ad essere perfetta. Ed era quello che avevo fatto per un po’. Fino a quando l’asfalto non si era messo in movimento davanti ai miei occhi spingendomi a inseguirlo oltre l’angolo in cui in apparenza sembrava finire nel vuoto di un’ombra di un grande albero.
Paolo ti va di fare due passi- avevo detto ad un tratto. Sì, mi ero detto, era una giornata perfetta anche per camminare senza meta. Perfetta per perdersi perfino in quelle strade familiari e tutte uguali.
– Ho da finire alcune cose prima di domani…magari ti raggiungo.
Bugiardo. Paolo amava starsene in casa di domenica, aveva sempre avuto quel bisogno di ritrovarsi nella sua tana, di starsene fra le nostre cose, accordarsi alla sicurezza della loro familiarità, assecondare il suo ritmo al loro rassicurante ordine.
-Allora io vado…prendo la bici-
-Ti raggiungo se posso…
– Uhmm… non lo farai lo so già…comunque vado verso Via Belli…
Se c’è una cosa che mi piace fare è prendere una bici e pedalare. Mi piace il cadenza circolare che coinvolge non solo le mie gambe ma tutto il corpo, e la mente. Le immagini entrano nella messa a fuoco dello sguardo per sparire nell’istante successivo impercettibilmente e poi, come se avessero compiuto un giro su una ruota di un invisibile luna-park, ritornano in un angolo della mente e scopri che chissà come eri riuscito a coglierne particolari che non credevi di aver percepito. Ed è bello. È come scoprire di saper dipingere anche se di pennelli e tele non ne sai niente.
Quel giorno di Maggio era perfetto per sentirsi in armonia con l’intero universo. Ad ogni cerchio che i pedali tagliavano nell’aria mi sentivo sempre più in sintonia con quell’orbita divina. Il piccolo mondo di periferia, le piccole vite che lo abitavano sembravano incredibilmente vive e vere ora che Maggio aveva spolverato quel velo tristemente opaco e rassegnato.
Ancora una volta mi sentivo felice di essere fuggito dalla città. Dalla sua facciata decadente e patinata. Dalla distanza che scendeva pesante e incolmabile quando di sera io ed Enrico ritornavamo a casa e ci sembrava di essere stati solo parte di una recita d’avanspettacolo. Qui invece eravamo semplicemente Paolo ed Enrico, altri fra altri che scolpivano il loro pezzo di vita che gli era stato dato.
Pedalavo lungo un tratto in cui la strada era dritta e piana quando avevo visto il piccolo roseto. Poche piante che si affollavano l’una nei rami dell’altra.
Le foglie sbucavano da una ringhiera sottile, una terrazza come tante di un piano rialzato. Una rosa turgida, rossa e gonfia sotto il peso dei suoi petali bucava il verde come un occhio enorme iniettato di sangue che spiava sulla via. Era di una bellezza perfida, e il suo rosso cupo e minaccioso. Sì, io ero sulla mia bicicletta che scivolava veloce sull’asfalto, e mi ero girato, sì, mi ero girato e avevo fissato il fiore, no, era il fiore a fissarmi. Io ero ipnotizzato da quello sguardo freddo, tagliente, sembrava l’occhio di un demonio. Sembrava un’enorme fiotto di sangue che sgorgava da un taglio.
Un istante, solo un istante e poi un colpo terribile.
– Sì, l’incidente… –
– Te lo ricordi?… Enrico ti ricordi della macchina che…
– Sì…la macchina?…c’era quella rosa…
– Che rosa?… Enrico, quella macchina ti ha quasi ucciso…
– Sì…una rosa…mi fissava…
– Enrico… se vuoi riposa ancora un po’…
– Non sono stanco dannazione!…mi sembra di aver dormito mille anni…c’era quella rosa ti dico…
– Non capisco…
– Era inquietante… sembrava viva e… cattiva…
– Una rosa?-
– Sì…sì…uomini buoni e uomini cattivi, animali buoni e animali cattivi, rose buone e rose cattive…
– …
– …viviamo nello stesso mondo perché dovrebbe non esserci il male anche nelle piante?
– Sì…sì capisco…ma la macchina…
– Guardavo la rosa capisci?…lei mi costringeva a guardarla…
– La macchina ti ha preso in pieno…
– Non l’ho vista arrivare…guardavo la rosa ti ripeto…
– Va bene…va bene Enrico…comunque come ti senti ora?…
– A pezzi…sì come se fossi in mille pezzi…
– Vedi Enrico…è stato un brutto incidente…
– …-
– eri ridotto veramente male…
– …-
– hanno tentato di tutto ma…ma…
– ma cosa?…insomma, mi fa male dappertutto ma. …
– Enrico, Enrico ascolta…hanno dovuto amputare una gamba…
– Cosa? …Cosa?…No…no non ci credo…no, è uno dei tuoi scherzi, sì è uno dei tuoi scherzi vero?
– …-
Se il tuo compagno non ha il coraggio di guardarti quando dovrebbe semplicemente venirti accanto, e poi scoppiare a ridere dicendo- sì, sì… era uno scherzo, c’avevi creduto…- se il tuo compagno fissa un punto nel vuoto e non muove un passo e non riesce a farti uscire da quella disperazione in cui stai precipitando, allora questo significa che la risposta che aspettavi non arriverà mai.
– No…no mio dio…no- urlai
Fra le immagini distorte dai sedativi che s’impossessarono dei miei momenti di torpore ricomparve la vecchia cucina nitidamente illuminata da fredde luci al neon. Asettica e gelida come una sala operatoria. Io ero sul tavolo di legno al posto del maiale. Mani, c’erano mani ovunque, mani senza volto e sangue. Spesso mi risvegliavo al suono della voce di mia madre -…e della vita non si butta niente – ripeteva in una cantilena.
Quelli che seguirono furono poi giorni paralleli, cloni l’uno dell’altro. Giorni che si generavano in albe ovattate e metalliche che si alzavano nel silenzioso e regolare ritmo della degenza. Erano giorni indistinguibili se non per i volti che vi entravano ed uscivano.
Arrivavano quasi sempre in due gli amici, i vicini, quasi temessero di non sapere affrontare da soli quella situazione. Entravano a piccoli passi lenti come se non volessero turbarmi buttandomi in faccia la loro normalità – no, non dovevo ricordare che ora io avevo una gamba sola- credo che si dicessero questo prima di entrare. O forse c’era sulla porta un biglietto- non turbare il paziente- o qualcosa di simile. Doveva avercelo messo Paolo. Era da lui fare queste cose. Sì lui e quella sua voglia di proteggermi sempre. Forse c’era un disegno, uno di quegli omini stilizzati che trovi sulle porte dei bagni pubblici. Donna con gonna a triangolino, uomo due belle gambe dritte dritte. Sì, anche sulla mia porta c’era un omino, solo che gli mancava una gamba e tutti lo fissavano chiedendosi- ma come farà a mantenersi dritto?- Ma quello sarebbe stato solo un disegno e quando si usano i colori e la fantasia tutto sembra possibile, tutto può accadere. Ma io come avrei fatto senza la mia gamba?
Sì, mi dicevo, oltre quella parete doveva esserci una specie di avviso perché tutti entravano sempre con un’espressione d’imbarazzata colpevolezza e quella domanda stampata sulla faccia – come avrei fatto?-
Omosessuale e senza una gamba. Forse questo era davvero pretendere troppo dalle loro piccole vite normali e tranquille. Intere generazioni spese a ripulire tutti i pregiudizi, per capire che parlavamo la stessa lingua e che questo mondo era anche nostro, sì finalmente poter dire- venite anche tu ed Enrico stasera?-
Oh sì, erano così orgogliosi di esserci riusciti a non badare più a quei due nostri nomi uniti in coppia! Ma ora, d’ora in poi saremmo stati Paolo e il suo compagno con una gamba sola!
Sì, dovevo ammetterlo era davvero dura. Lo sarebbe stato perfino per il pacifico Alessandro, il nostro vicino, che forse era come noi ma non l’avrebbe mai ammesso nemmeno con se stesso. Ora che un pezzo del mio corpo era stato tagliato via avevo l’impressione di averli traditi.
Ero un avido, uno che nonostante i loro sforzi avrebbe preteso sempre di più da quella loro dichiarata tolleranza, uno che probabilmente voleva godere nel vederli fallire, uno che voleva provocarli per farli uscire allo scoperto.
Fino a ieri se si fossero trovati di fronte a due uomini che stavano baciandosi e non avessero voluto ammettere che un po’ la cosa li turbava, potevano sempre guardargli le punte delle scarpe, sì, fingendo che ci fosse qualcosa lì ad attirare l’attenzione. Ma ora… ora come avrebbero fatto? dove avrebbero potuto rivolgere il loro sguardo su me e Paolo senza tradire il disagio inconfessabile delle loro coscienze?
Sì, dovevo ammetterlo… come omosessuale mi stavo dimostrando un grandissimo rompipalle!
In qualche modo dovevo andare loro incontro. Non potevo farlo più camminando sulle mie due gambe. Non potevo dar loro una pacca sulle spalle per rassicurarli e dire -non è niente-
quindi cercavo di essere almeno sufficientemente clemente con quell’espressione smarrita con cui entravano nella stanza.
Li vedevo rilassarsi solo quando la mia voce risuonava con quella finta allegria che mi ero imposto di usare – dannati bipedi, fatevi avanti!- Mi erano bastati un paio di giorni, poi ero diventato proprio bravo a fingere. I silenzi imbarazzati che all’inizio echeggiavano duri pesanti e interminabili divennero sempre più brevi fino a sparire del tutto col trascorrere dei giorni di degenza per lasciare posto alle solite chiacchiere da salotto e persino a qualche risata.
Inevitabilmente giunse anche il giorno in cui avrei dovuto lasciare quel posto. La mia stanza. Mi sembrava che ormai le pareti azzurrine a cui mi ero abituato avessero assorbito il mio odore. Anche a quello mi ero abituato. Lì dentro mi sentivo al sicuro. Me ne staccai a fatica. Allontanarmene sbriciolò quella sicurezza da cui mi sentivo circondato. La nostra casa, i suoi oggetti, la sua normalità sembravano non appartenermi più.
-Non è cambiato niente…- disse Enrico quando entrammo.
Nella sua familiarità, in quella intimità e per la prima volta insieme, io e lui, fra le nostre cose che erano rimaste immobili, ferme nell’attimo in cui io le avevo lasciate, come se realmente nulla fosse accaduto o cambiato, quelle parole suonarono quasi vere.
Le mie scarpe da jogging erano sempre allo stesso posto. Non c’era stato tempo, non c’era stato tempo di metterle via sarebbe servito almeno a mascherare la realtà. Erano rimaste lì, in quella loro stupida attesa strafottente – non è cambiato niente, non è cambiato niente- gridavano. E quelle voci senza suono arrivavano con più forza alle mie orecchie di una voce reale e facevano molto più male.
-Non è cambiato niente…- ripeté Paolo con più dolcezza raccogliendo il mio sguardo. Non era vero, ma lasciai che quella frase restasse ancora per un po’ sospesa fra le pareti come una delle tante frasi d’amore che amavamo inventarci per sorprendere il sentimento che ci legava come se fosse sempre un primo incontro. E gli sorrisi perché glielo dovevo. Glielo dovevo per tutta la paura che quelle poche parole nascondevano nonostante dichiarassero il contrario.
– Niente, capisci…e ti verrà di nuovo la voglia di scrivere –
Scrivere. Avevo dimenticato che scrivessi poesie. A lui piaceva ascoltarle, e in tutto quel tempo trascorso, tutte quelle ore sedimentate in quella stanza non ne aveva mai fatto un accenno. Scrivere ora? Scrivere su una gamba sola?
Forse il poeta era la mia gamba. Era il suo tocco saldo e sicuro con la terra che me ne lasciava giungere la poesia. Era in quel contatto troncato che c’era la mia capacità di guardare la bellezza delle cose. E ora, ora con lei forse era stata sepolta anche la mia poesia.
Sepolta? Chissà se poi esisteva un cimitero di gambe, braccia, mani? Pezzi di un’umanità che come me si era interrotta ed era stata costretta a rinascere incompleta.
Nei giorni che erano seguiti all’incidente mi ero concentrato solo sulla conoscenza di quel mio nuovo corpo monco che avevo quasi cancellato dai miei pensieri la parte mancante. Quando ero solo osservavo quella bizzarra disarmonia cercando in tutti i modi di non provarne disgusto.
– Partirò per andare in Africa- dicevo poi a Paolo- imparerò dai fenicotteri a stare in equilibrio, e forse chissà imparerò anche a volare – Paolo rideva e anch’io ridevo, ma lo sapevamo entrambi che niente di quel che accadeva in quella stanza, niente di quello che mostravamo o dicevamo corrispondeva a ciò che provavamo realmente.
Fuori di lì non solo io avrei dovuto ritrovare un nuovo equilibrio ma anche le nostre vite, ma lì, fra quelle mura che conoscevano dolore sofferenza e morte, avevamo avuto solo la forza di fingere che non fosse successo niente.
Ma ora ero a casa – no, non è cambiato niente- dissi anch’io per rassicurarlo e mentre lo dicevo la vidi. Vidi la sua immagine precisa. Vidi la mia gamba sanguinante e così ridicolmente inutile staccata dal resto del corpo. Era la prima volta.
– Sono un po’ stanco…- dissi cercando di non tradire il mio turbamento
– Oh sì scusa…è che…che…-
– Sì…lo so anch’io sono felice di essere di nuovo a casa…
– Vedrai…andrà tutto bene…ma ora …ora ti lascio riposare-
Chiusi gli occhi per riafferrare l’immagine del mio arto sanguinante. Sembrava che fosse piantato nella terra come una talea. Immaginai che lentamente affondasse le vene nell’umida oscurità, e ne succhiasse avidamente il nutrimento e aspettava, aspettava…
Scrivere, pensai riaprendo gli occhi e scacciando quella macabra fantasia. Forse potrei scrivere un’ode alla mia gamba pensai amaramente.
Fuori imbruniva. Mi era sempre piaciuto l’imbrunire. Amavo quei suoi colori che smagliavano con dolcezza perdendosi in chiaroscuri che si poggiavano lievi sulle cose. Era una meravigliosa ora di attesa che s’impossessava del mondo, un’ora in cui ci si poteva fermare a riprendere fiato, era un’ora che si lasciava toccare e spogliare. Era un’ora da percorrere lentamente come se si dovesse camminare su un filo teso. Io avrei dovuto imparare a farlo di nuovo, ma su una sola gamba.
Dietro di me avvertii la presenza di Enrico. Quando sentii la sua mano poggiarsi sulla mia spalla, non mi girai ma sorrisi – …e della vita non si butta niente – pensai. Forse poteva essere vero.

a mia zia amputarono entrambe le gambe al di sopra del ginocchio e lei, per anni, continuò ancora a sentire le dita dei piedi che le dolevano…
@ abbte
me ne dispiace
@antonella
grazie per la precisazione
e grazie per la lettura
lisa
Lo stamperò e lo rileggerò con calma.
Blackjack.
Racconto oltremodo intrigante, pervaso da una vena di sofferenza, di tristezza. Mi sono identificato nella prima parte, il bambino traumatizzato dall’uccisione del maiale. Quello sono io: dai nonni, assistevo alla lenta preparazione delle’evento, la mancanza assoluta di pietà di quegli uomini che lo legavano, lo ribaltavano, lo pugnalavano alla gola e lo tenevano fermo finché non cessava di vivere tra urla spaventevoli. E tutto quel sangue, le frittelle di sangue con lo zucchero. Il protagonista di questo racconto diventerà gay, io chissà quale demone ho sviluppato qua dentro, chissà quale trauma.
Brava, brava Lisa.
sarà l’ora ma m’è venuta un po’ di fame. quasi quasi mi taglio un braccio… racconto carico di simboli e denunce varie. ma a parte la gamba, recisa come una rosa, tema che sempre ha affascinato molti poeti e scrittori e l’omosessualità, che ormai è di moda come questa opulente povertà che viviamo e non a caso della vita non si butta via niente, quello che più mi preme ricordare di questo racconto “interrotto” è quell’innocente marchio sulla pelle del maiale, le iniziali del bambino-femminuccia, la cui via non poteva essere altra che quella del suicidio-omcidio, ma per fortuna in questa vita come in un’altra non si butta via niente per niente.
@blackjack
aspetterò un tuo giudizio. grazie comunque per l’attenzione
@baldrus
sì.anche la mia infanzia è legata a questi suoni,odori. un tempo fin da piccoli si veniva abituati ad un rapporto con la morte strettamente legato alla vita. assistere all’uccisione degli animali era abbastanza usuale nei paesi, e anch’io come te non saprei dirti quali effetti abbiano poi sviluppato in me. so che li lego a luoghi e periodi della mia vita che conservo con cura. grazie della lettura
@wordinprogress
onestamente ho una certa difficoltà ad interpretare il tuo commento. posso dirti che sono fermamente convinta che “della vita non si butta via niente” e che quindi è lontanissima da l’idea di non averne rispetto in ogni suo aspetto.
il fatto che il protagonista sia omosessuale è marginale e legato ad una circostanza accaduta quando stavo scrivendo il racconto. ti ringrazio del tempo che mi hai dedicato
lisa