[Questo brano è stato tratto dal mio primo romanzo, Il cerchio, pubblicato nel 2003 dalle Edizioni Empirìa]
Quel giorno di un paio di settimane fa, lo stesso giorno in cui mi toccò pranzare cibandomi di un uovo senza senso, uscendo di casa, la mattina, mi resi subito conto che, per sopravvivere a quella giornata, avrei dovuto fingere un sacco di cose.
L’imperturbabilità, per esempio. Di fronte ai trenta gradi delle otto di mattina. Sapevo che se non avessi ammesso che faceva caldo, probabilmente quel caldo non l’avrei neanche sentito. Se non se ne parla, non è successo.
Una puntura di dolore, all’improvviso, aveva allargato il suo raggio d’azione, come disegnando cerchi concentrici nella mia testa. Finsi di non accorgermene. Il controllo è tutto, santiddio.
Arrivai in ufficio e notai l’assenza di Valentina e Sabrina. Finsi di non rallegrarmene, ché la stanza della Ria era aperta e avrebbe potuto vedermi.
L’aria condizionata cominciò ad insinuarsi tra le fibre del lino, aggrappandosi alle gambe e poi alle cosce, raggiungendo il ventre e attorcigliandolo, piroettò dentro le maniche della giacca gessata, dietro al collo, serpeggiando giù, fino alla schiena.
Decisi di adottare la stessa strategia che avevo usato con il caldo. Finsi che non stesse succedendo. Se non se ne parla, non è successo. Se non lo si comprime dentro due o tre parole, all’interno di una frase di senso compiuto, non esiste.
Mi spogliai, riluttante, mi sedetti accanto ad Alessandra e finsi di non vedere la sua espressione torva.
Alessandra colpì la scrivania con rabbia, con un pugno che fece tremare la tastiera del computer e me.
“Io non ci resisto qui, Sara, non ci resisto più. Sono mesi che me ne voglio andare.” Parlava con voce roca, Alessandra, profonda, maschile. Aveva voglia di piangere in quel momento, gli occhi le si erano fatti rossi e gonfi. “Ma ti pare il modo di trattarci? Siamo bestie, per lei, creature senza sentimenti, senza dolori…” scosse la testa.
“E dove andresti?”
“Dovunque. Da nessuna parte. Pazienza.”
“E che gli dai da mangiare a tuo figlio?” la provocai.
“Troverò il modo. Ma io non ci resisto ad essere umiliata continuamente, per due soldi.” Trasse un respiro e si sistemò sulla poltrona girevole. Drizzò la schiena all’improvviso e mi piantò gli occhi addosso.
“E poi proprio tu vieni a farmi la paternale? Ti sei guardata bene allo specchio, ultimamente? Lo vedi come sei ridotta?” Aveva un tono acido, velenoso.
Io la fissavo senza fiatare. Ipnotizzata.
“Hai due occhiaie da far paura, sei verde marcio fuori, e probabilmente anche dentro… e hai un mal di testa che ti schianta da due mesi.”
Ti schianta, disse. Sì, proprio “ti schianta”… mi suonò buffa questa parola, mi frullò in testa tintinnando, giocherellando con le altre… Quasi le scoppiai a ridere in faccia. Feci uno sforzo inane, alla fine la mascella mi doleva.
“Fuori ci sono quaranta gradi e noi qui siamo costrette a lavorare con il maglioncino. L’aria condizionata ci sta congelando anche i pensieri…”
Ti schianta. Ma che dici? Un mal di testa non ti schianta… ci si schianta contro un albero, contro una macchina, contro un Tir… ma come parli, purista dei miei stivali?
“E tu addirittura col berretto.”
E poi non è un mal di testa, è una nevralgia… sarà anche vero che una rosa non profumerà di meno se le si cambia nome ma la mia è una NEVRALGIA!
“E vieni a dire a ME di pensare bene a quello che faccio? Tu ti stai ammazzando qui. TU dovresti essere la prima ad andartene, sbattendo la porta. TU hai la salute in ballo, non solo uno stipendio… non è che non hai nulla da perdere, mi spiego?”
Oh sì, pensai io. Sì, che ho qualcosa da perdere. Odio i cambiamenti. Ma non ho voglia di spiegarti il perché. E forse, ormai, non saprei neanche io cosa dirti, come spiegarti. Anni fa, con Viviana, fu diverso.
“Arrivi qui ogni mattina e sei color verde marcio, ti giuro, verde marcio! Non sei neanche più pallida. Il dolore ti sta facendo marcire anche la pelle, secondo me. E continui a stare inchiodata qui.” Scosse la testa, sconsolata. Un’altra battaglia persa. “Con il mal di testa che ti ritrovi! E che ti è tornato per colpa SUA!” Alessandra tacque.
Tacemmo tutte e due per qualche secondo.
“È una nevralgia.” Dissi io, tutto d’un fiato.
“Cosa?” era disorientata.
“Non è un mal di testa che mi schianta, è una nevralgia.”
Riuscii a terminare la frase senza singhiozzare dalle risate. Sarebbero state verde marcio anche quelle.
Sapevo quello che voleva Alessandra ma non me la sentivo di assecondarla.
Sapevo che aveva ragione ma non ce l’avrei mai fatta. La mia mente respingeva anche il solo pensiero. Era una tessera che rifiutava d’incastrarsi alle altre, un pugno nello stomaco che toglieva il respiro.
”Io non me ne andrò di qui.” Pensavo. “Io non voglio andarmene. Perché dovrei cambiare? Non voglio lasciare il mio lavoro, il mio posto, la mia passione. Non lascerò qui il mio entusiasmo, perché so che poi non potrei più riprendermelo e l’avrei perso per sempre. Io non lascerò la mia scrivania, il mio computer, la mia scalcinatissima stampante, la cuffia di pelle lisa. Mi mancherebbe l’interruttore della luce che accendo il pomeriggio, soprattutto d’inverno quando fa buio alle cinque. Mi mancherebbero i colori della sera che scivolano su Roma e trasformano gli alberi in macchie scure. Mi mancherebbe l’orologio di legno che ticchetta solo a tratti e mi mancherebbero da morire i miei momenti di silenzio assoluto passati in contemplazione, quasi trattenendo il respiro, davanti alla portafinestra. Conosco alla perfezione ogni angolo di quella stanza, c’è anche una piccola crepa che si sta aprendo nell’intonaco davanti alla mia scrivania, in alto a sinistra. Ogni tanto si stacca un piccolo pezzo di calcinaccio. In fondo sembra proprio quello che sta accadendo alla mia vita da quando Viviana è sparita. Dopotutto, se lei tornasse sarebbe tutto come prima. Io la aspetto. La sto aspettando. E cosa vorresti che facessi, nel frattempo? Andarmene? Cambiare lavoro? Niente da fare. Qui conosco tutto a memoria. Mi muovo con destrezza e agilità, ormai non faccio cadere più nulla, neanche i copioni di solito appoggiati malamente sui videoregistratori. E non inciampo da parecchio, ho perso tutta la mia goffaggine da un bel po’ di tempo ormai. I miei movimenti sono sicuri e coordinati. Mi ricordo che i primi tempi non sapevo dove nascondere le mani, tutto mi ingombrava, il mio corpo sembrava una macchina arrugginita e pesante: ogni volta che facevo un mezzo giro su me stessa o mi voltavo di scatto sbattevo contro qualcosa. Ora me la cavo tanto bene da sorprendere anche me. So come muovere le dita sulla tastiera, so quale documento aprire, so come reagirà il mio pc, so come spostare un mouse: con grazia e leggerezza, spingendolo delicatamente, non solo col palmo della mano perché ormai mi bastano tre dita. Ho sempre pensato che doveva esistere un posto al mondo che io potessi considerare il mio posto: un microcosmo di sensazioni, parole, azioni e oggetti che interagissero con me ed il mio corpo e che trasmettessero energie positive e stimolanti alla mia mente, nel quale potessi riversare tutto ciò che sono e che penso senza sbattere contro tanti odiosi, incomprensibili, sconosciuti confini. Mi mancherebbero anche viale Trastevere e i sampietrini delle tante traverse tra i quali crescono ciuffetti d’erba. Anche quelli conosco a memoria, ho proiettato la loro immagine giorno dopo giorno, in continuazione, nel mio segretissimo schermo personale, quello che nascondo dentro me, dietro il mio sguardo. Lì c’è tutta la mia vita e la custodisco con riguardo e devozione. Ogni tanto la osservo ma con distacco, perché non è il mio rifugio: non ho bisogno di rifugiarmi da nessuna parte perché io sono dove devo essere e sto dove voglio stare. Non ho mai amato tanto Roma come da quando ho potuto osservarla, in silenzio, ascoltando solo le lancette dell’orologio a muro e me che deglutivo. Anche le prospettive sono importanti, possono aprire scenari insospettati. Si penetra nell’essenza della vita se si hanno occhi pazienti e desiderio di capire.
Io non amo i cambiamenti, Alessandra. Soprattutto quando “cambiare” è sinonimo di “non sapere”. Non resisto all’incertezza, non riesco a fronteggiare l’ignoto. Tutto può avvenire al di là di queste mura. Il vantaggio è che ciò che avviene qui dentro ormai mi è familiare. Lo conosco. Sono abituata, e forse anche corazzata. Non ho paura di questo posto, perché lo conosco. Dunque, perché mai mettermi nella condizione di cambiare? Per poi aver paura? Per trovare qualcosa di peggio?
E poi sono brava, sono la più brava qui, sono la migliore. No, non me ne vado, Alessandra, non ti seguo. Non voglio fare un’altra cosa. Sarebbe come sbagliare strada e non saper più tornare indietro.
Resta tu, invece. Restiamo insieme.”
Non so se avrò la lucidità di ripetere ad Alessandra tutte queste parole, senza tralasciarne alcuna. Io non mi muoverò. Non penso ad altro e non voglio altro. Tranne sciogliere questo gelo”.
Avevo dovuto fingere un sacco di cose, quel giorno di due settimane fa.
Se non se ne parla, non è successo.

Se non se ne parla, non è successo.
Triste strategia di sopravvivenza.
Conosco bene, redhead.
Tu lo sai che io ti adoro, vero?
No, non lo so. Non so più un accidente da un pezzo.
Solo ricordi di vite precedenti.
Allora ti aggiorno. Ti adoro. Perché sto leggendo qualcosa di davvero bello.
Stasera vado a suonare. Dovendo scegliere, dedicherei a madame
“A man in a long black coat” by Mr.Zimmermann. Conosce?
Non conosco: ma sarò felice di essere edotta da lei. Come mai proprio questa canzone? Stiamo parlando dello Zimmermann Dylaniano, giusto? Voglio leggere il testo…
E’ il post che l’ha evocato, quest’uomo che porta lontano.
MAN IN THE LONG BLACK COAT
(Words and Music by Bob Dylan)
Crickets are chirpin’, the water is high,
There’s a soft cotton dress on the line hangin’ dry,
Window wide open, African trees
Bent over backwards from a hurricane breeze.
Not a word of goodbye, not even a note,
She gone with the man
In the long black coat.
Somebody seem him hanging around
At the old dance hall on the outskirts of town.
He looked into her eyes when she stopped him to ask
If he wanted to dance, he had a face like a mask.
Somebody said from the Bible he’d quote
There was dust on the man
In the long black coat.
Preacher was a talkin’, there’s a sermon he gave,
He said every man’s conscience is vile and depraved,
You cannot depend on it to be your guide
When it’s you who must keep it satisfied.
It ain’t easy to swallow, it sticks in the throat,
She gave her heart to the man
In the long black coat.
There are no mistakes in life some people say
It is true sometimes you can see it that way.
But people don’t live or die, people just float.
She went with the man
In the long black coat.
There’s smoke on the water, it’s been there since June,
Tree trunks uprooted, ‘neath the high crescent moon
Feel the pulse and vibration and the rumbling force
Somebody is out there beating a dead horse.
She never said nothing, there was nothing she wrote,
She gone with the man
In the long black coat.
ah qui si sta precipitando… o forse è meglio dire che è un salire e scendere ma più un salire direi, vero, in quanto Climax lo posso dire no? stupisce, ma neanche tanto, la promiscuità della specie, se sono così in settembre quando arriva la primavera cosa ci combinano? si rotolano sul bolg si rotolano, ma pensa te. che hanno mangiato a Ponzano? Ponzano… Afrodisia si chiama ‘sto posto, ma che roba va’.
Se mi dedichi una canzone del genere, ci sarà un motivo. E mi hai emozionata.
“There are no mistakes in life some people say
It is true sometimes you can see it that way.
But people don’t live or die, people just float.
She went with the man
In the long black coat.
[…]
She never said nothing, there was nothing she wrote,
She gone with the man
In the long black coat.”
grazie, caro.
poi voglio sapere se l’avrai suonata davvero.
Certo, fa parte del reading.
Il motivo non lo so: andavo a naso.
Ben felice che il tuo naso ti abbia suggerito questa canzone!
uso di spazio pubblico per scopi privati. lo trovo poco educato. esistono modi alternativi che si usino perbacco!
ABBTE: e dove sarebbero questi scopi privati? Io sto parlando con un amico cui voglio bene e che ammiro come uomo e come scrittore. Tutto qui. Nessuna discesa e nessuna salita, tanto per rispondere anche a Doctorclimax. Le discese ardite e le risalite le lascio a LB.
Dài Gaja, si scherzava 😉
DC: menomale! 😉
la candida pulzella…o porcella?
Di chi sta parlando, Christian? Con chi? A chi si riferisce? Qui non esistono né pulzelle né porcelle. Esiste un blog di persone civili.
certo christian non si chiama. si chiamerà imbecille, come minimo. oh, idiota, vedi di andare svelto e non tornare o mi scatta la viuuuuuuuulenza.
Magari quando una signora mostra di non gradire lo scherzo è meglio fermarsi lì, come ho fatto io. Porcella mi sembra un po’ forte. Su dài, abbiamo fatto tanti discorsi sulla moderazione. Moderiamoci da noi, cerchiamo di non offendere, altrimenti si sa dove andiamo a finire e non è bello.
DC: ci sono scherzi e scherzi. Chi mi conosce *sa benissimo* che sono tutto tranne che permalosa e che sono la prima a fare battute. Il punto è che questo è un luogo pubblico, e un conto è scherzare tra amici, un altro leggere certe battute su un blog pubblico. Battute scritta da una persona che non mi conosce e che io non conosco. Mah. De gustibus. (ciao, DC!)
Scusa Gaja, mi riferivo alle cose che ho scritto io. Che coleva essere uno scherzo a prposito del flirtare(anche innocente) di uomini e donne sul blog. Per quello che hanno scritto altri l’ho trovato anch’io di cattivo gusto, tanto che ho invitato alla moderazione, sebbene io non sia il moderatore di nulla. Ciao a te!
molto bello il tuo racconto Gaja,
la cosa importante è non tentennare nelle decisioni, ammiro la fermezza
e la lealtà, nei pensieri e nelle azioni!
ciao
carla
ps, non racconto, brano del romanzo…
😉
Carla, grazie di cuore. Sei davvero gentile.
Il Cerchio. Gaja, ma mi tocca comperarlo? Ma ci hai messo almeno una partitina a carte da qualche parte, nel libro? 😉
Nei giorni scorsi ero a Roma; sempre bella e ho persino avuto l’impressione che il traffico fosse meno caotico e più tranquillo del solito. Subito smentito da due pazzi che alle tre di notte, sulla Colombo, hanno bruciato quattro semafori col rosso uno dopo l’altro.
Un giro alla roulette andato bene. Nessun articolo sul giornale.
Blackjack.
Ciao, Black! 😉 mmm… non c’è una partitina a carte vera e propria, diciamo che tutto il romanzo è una specie di partita!
Eh, la Colombo è tristemente nota per certe “acrobazie”, purtroppo! Tanto da risultare tragica, talvolta.
Comprarlo? Ne sarei felice e onorata. Ti ringrazio!
Un bacio, Black! 😉
Gaja, lo prenderò sicuramente. Poi, quando vorrai tentare di capire qualcosa di più sulle carte, ti consiglierò un testo che è una vera e propria bibbia.
Oh, ti avviso: sono quasi più stronzo come lettore che come giocatore di carte 🙂
Blackjack.
“Lì c’è tutta la mia vita e la custodisco con riguardo e devozione. Ogni tanto la osservo ma con distacco, perché non è il mio rifugio: non ho bisogno di rifugiarmi da nessuna parte perché io sono dove devo essere e sto dove voglio stare.” Stupenda dichiarazione di poetica ed esistenziale, Gaja, e prosa molto diretta. Bella pagina. Brava.
Grazie, caro. Sono *davvero* felice che tu mi abbia letto e che ti sia piaciuto ciò che ho scritto. Quello, per me, è stato – è – un romanzo particolare. Sconosciuto anche a me stessa, in un certo senso. Ti abbraccio forte.
@Black: non sarà una ricerca tanto semplice, quella del mio libro! 😀 (credo ti convenga ordinarlo direttamente alla casa editrice). Be’, che altro aggiungere? IMPLORO PIETA’!
(mamma mia, per me le carte sono un pianeta a sé… sono una schiappa! ;-))