One, two, free

di Loris Pattuelli

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Ecco tre passi essenziali nella danza moderna, secondo Abbie Hoffman: “One, two, free. Accendi il tuo motore e vola. Puoi andare avanti per sempre”.
Dice Thomas Pynchon: “Ero convinto che non sarei morto mai. Ah! Sfido che il potere abbia preso paura. Come farebbe infatti a controllare una popolazione che sa che non morirà mai? Perché è sempre stata questa la loro briscola: pensare di avere il potere di vita o di morte”.
Per sopravvivere a tempi duri come questi occorrono rituali in cui riconoscersi. Forti rituali proprio come dice Joseph Campbell. I rituali non hanno bisogno di audience. Hanno bisogno di una tribù che partecipi e faccia rumore. Non è come con la TV. Non puoi stare seduto in poltrona ad aspettare che lo spettacolo venga da te. Nei rituali ti alzi in piedi, danzi, canti, suoni il tamburo. Penso che il nostro compito più importante sia questo: creare nuovi rituali capaci di coinvolgere tutti.

Dice Ken Kesey: “E’ facile cominciare a indicare i problemi quando i problemi sono sotto gli occhi di tutti. Chiunque sa trovare cacca di cane in un parco. Ma sai trovare un giglio che cresce da questa merda? Quello è il vero obiettivo: trovare una strada attraverso la merda di cane, farla sbocciare”. Ma noi sappiamo già che c’è e non abbiamo proprio bisogno che qualcuno ce lo dica.
Tutte le ideologie, le religioni, le politiche, vogliono convincerti del loro mondo. La sensibilità psichedelica vuole convincerti del tuo mondo, della possibilità di dar vita a infiniti mondi singolari. Qual’è lo stile di vita psichedelico? L’ha detto Tom Robbins: “Stanchi di aspettare che il mondo migliori, vivere come se quel giorno fosse già qui”.

7 pensieri su “One, two, free

  1. vbinaghi

    Il rituale è la ripetizione di un gesto altamente significante, qualcosa che celebra e rigenera. Non è che si possa inventare a tavolino: si può trovarlo nel più condiviso della vita corrente e fermarlo in solennità. Quand’ero psichedelico, era far girare il cylum come fosse il calumet della pace.
    Ma non dava pace: solo fantasie a buon mercato.

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  2. lorpat

    Dice Joseph Campbell, “Nei tempi antichi ogni avvenimento sociale aveva un rituale preciso e il senso di profondità veniva reso conservando e difendendo il suo significato religioso. Oggi, invece, questo tono religioso viene riservato solo per le occasioni sacre eccezionali e straordinarie. Tuttavia il rituale sopravvive anche in certi schemi della vita secolare: lo possiamo vedere, per esempio, non solo nel cerimoniale delle corti di giustizia o nelle regole della vita militare, ma anche nel comportamento delle persone sedute insieme alla stessa tavola”.
    E’ vero, i rituali non sono una cosa “che si può inventare a tavolino”, ma sicuramente qualcuno un bel giorno deve essersi preso la briga di farlo, visto che ce ne sono ancora parecchi in giro. Anche a loro sarà capitato di nascere, di invecchiare e poi anche di morire, suppongo.
    Quello del cylum effettivamente non era un rituale molto elevato e, per quanto mi riguarda, è roba che ho lasciato ad Amsterdam tanto tempo fa.
    Dice giustamente Valter Binaghi, “il rituale è la ripetizione di un gesto altamente significante, qualcosa che celebra e rigenera”. Spero che nessuno rivendichi l’esclusiva.
    E adesso posso permettermi di ricitare Joseph Campbell? Lo faccio, sperando di chiarire almeno qualche bel proposito.
    “In altre parole, per noi la società ideale non deve essere un’organizzazione perfettamente statica, le cui fondamenta risalgono all’epoca dei nostri avi, destinata a rimanere immutata attraverso i tempi: al contrario, deve essere un’organizzazione tesa alla conquista e al compimento di tutte quelle possibilità non ancora realizzate: in questo processo vitale, ognuno deve essere contemporaneamente centro di iniziativa e di cooperazione. Nell’educare i giovani, di conseguenza, ci troviamo di fronte al problema relativamente complesso di insegnare loro non solo ad accettare senza critica gli schemi del passato, ma anche a riconoscere e a coltivare le loro stesse capacità creative: solo così non rimarranno ancorati sempre e soltanto a qualche livello psicologico e sociale consolidato, ma saranno in grado di rappresentare il progredire della specie. Questo, direi, è in modo particolare il compito specchio degli uomini di oggi, perché è proprio la nostra civiltà occidentale che, da circa la metà del XIII secolo, continua letteralmente a essere l’unica civiltà innovatrice di tutto il mondo”.

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  3. Gian Ruggero Manzoni

    Condivido il commento di Lorpat aggiungendo che ogni società… se non ogni civiltà che si rispetti (che si possa rispettare) trova e ripropone la sua identità tramite il rituale (la celebrazione, la sacralizzazione del gesto etc.)… anche, anzi, proprio per questo non sopporto più un mondo desacralizzante, desacralizzato e ipocrita come il nostro. Riprendendo una questione in questi giorni dibattuta qui: ecco perché non mi sento più di onorare ciò che non è più onorabile o ciò che viene onorato falsamente oppure ‘riti’ che non contengono più il germe del credere. Bisogna riappropriarci della nostra tradizione e farne di nuovo centro. Vi rimando qui: http://www.lapoesiaelospirito.it/2007/09/14/che-fare/#comments – commento 7 – Lombardini che riporta un intervento di PPP. Leggetevelo quell’intervento.

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  4. vbinaghi

    Niente da eccepire su questo brano di Campbell.
    Ma il nuovo in quanto nuovo non può essere un criterio di scelta.
    C’è sempre una struttura di compatibilità che giudica il possibile. Lo chiamerei senso comune. Se l’innovazione viene integrata dal senso comune, diventa esperienza condivisa.
    Altrimenti è puta eccentricità, spesso pericolosa.
    Una volta un mio amico in acido stava per spiccare il volo da un balcone al terzo piano. Anche lui come Pynchon pensava che non sarebbe mai morto. Per fortuna altri due erano meno fuori di lui e l’hanno tirato dentro.

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  5. lorpat

    Ma si fa presto, caro Valter, ad evocare il senso comune. Cose del genere, sai, riempiono la bocca, il cuore e, volendo, pure le viscere. Il rischio, per quel che mi è dato sapere, è sempre quello di parlare di corda in casa dell’impiccato. Mica facile trovare un po’ di senso comune. Io, per quanti sforzi abbia fatto, non ci sono mai riuscito. E pensare che sono così in tanti ad offrirlo. Mi viene da cantare (I CAN’T GET NO) SATISFACTION. Credo sia iniziato tutto da lì. E dire che “ci provo, ci provo, ci provo”. E se un po’ di senso comune fosse anche in quel giglio che cresce dalla cacca di cane? Come dice Ken Kesey, “è facile cominciare a elencare i problemi quando i problemi sono sotto gli occhi di tutti”.
    E poi il problema, caro Gian Ruggero, è che siamo in tanti (troppi? non abbastanza?) a non sopportare più “un mondo desacralizzante, desacralizzato e ipocrita come il nostro”. E poi, e poi… mi sa che dovremo farcene una ragione, oppure, come diceva Rimbaud, armarci di un’ardente pazienza”.

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