*
Ammannendo i ricami
fatali, trappole per via
all’infera (immobile, ma desta).
Netta nell’iride
la scolpita
costanza, il teatro
forsennato suo d’amore, persona.
*
Il frutto lasso della dama,
dedalo del mugghiare,
raspa col corno
un talamo di pietra.
Torto alla traccia, all’arte
del solstizio, scopre
nel pugno
la chiave rugginosa.
*
Sfrigolio della passione ustoria,
si scherma dallo specchio, copre
ogni acqua – è serpe di Laconia,
magistero del taglio nell’icona.
*
Non sospettava
una ratio scenica alla merce
del banco donnesco,
prospero per
dominio d’oblio.
Per trascuranza
d’odio ne inumava
l’ostessa angelo magàra
rediviva – oh,
fioritura dei vasi levantini.
*
Con lo scatto caprino del nervo
esordisce, anima calcinata
ed osso, corpo
in memoria o in nuce,
serba la visione e luce
revoca, fornace dall’antro
collinare, da un vacuo
pensiero del calcare.
Sia, infine, materia la materia
amata.
*
Astuzia della pietra effimera,
l’amore mortale leviga, vellica, scarnifica.
Nega un saluto, tace ed acuisce
il passo, al tacco osceno.
Si narra del silenzio
estraneo e d’altra vita.

notevoli.
magnagrecia appuntita.
saluti,
rs
Incredibile la potenza evocativa di questi versi.
“Si narra del silenzio/estraneo e d’altra vita”
E nel silenzio andrebbero letti per un viaggio oltre,ancora oltre.
jolanda
PS
Egregio lei mi ha rubato “notevoli” dovrò essere più veloce con i tasti.
saluti domenicali
jolanda
Ciao caro Enrico! E’ sempre bello leggere qualcuno che ha il senso di una volta della scrittura. Cioè, un senso che per me sarebbe “normale”. Tanti baci. Anna