La matita rossa e blu

Anni fa, sul suo blog che si chiamava Uffenwanken, apparve una recensione di Franz Krauspenhaar in cui si sosteneva – provocatoriamente – che un certo libro era stato “scritto per non essere letto”.
All’epoca non conoscevo quel libro e lo scrissi (in seguito, dopo aver letto il primo volume, mi sono rifiutato di sprecare tempo e soldi con il secondo); in compenso, colsi l’occasione per abbozzare un ragionamento. Non ne facevo un discorso di “fruibilità”, che pure non è cosa da trattare dall’alto in basso. No, ne facevo proprio un discorso di letteratura. Questo.
Ho una età sufficiente per aver accumulato un discreto numero di delusioni epocali. Non conto più i libri che ho lasciato a metà perché proprio non riuscivo a mandarli giù e quelli che mi sono costretto a leggere fino in fondo per poi accorgermi, in capo all’una e all’altra esperienza, che non potevo fare a meno di domandarmi: “Ma questo libro che ca… mi ha detto?”


Quando avevo diciott’anni era obbligatorio aver letto La nausea di J.P. Sartre. Ancora oggi mi domando in che cosa mi abbia arricchito la lettura di quelle migliaia di parole. Anzi, non me lo domando più perché finalmente mi sono risposto: in niente.
Di quanti libri che a suo tempo (e magari ancora oggi) sono stati considerati “fondamentali” si può dire la stessa cosa? Ognuno la pensa come vuole, ci mancherebbe; ma proprio per questo anch’io la penso come pare a me, e lo dico: un libro ha valore se possiede una permanente e perennemente mutante attualità. Quasi tutti i libri strombazzati come “fondamentali”, riletti a distanza di tempo (neanche tanto), risultano tremendamente invecchiati e non hanno più niente da dire. Invece Amleto, Achille, Ulisse e Dante – guarda un po’ – ogni volta che li rileggi hanno sempre qualcosa di nuovo e non stancano mai (e se la Divina Commedia fu trascurata per qualche secolo fu perché la deriva che sfociò nel marinismo fece perdere di vista la preminenza della forma, riducendola a stile: discorso sul quale conto di tornare). È per questo che “si fanno leggere”. È per questo che non viene mai meno la loro “fruibilità”.
Continuo a trovare divertente il paradosso di Uffenwanken ma non lo condivido: scrivere per non essere letti è una contraddizione in termini. Anche il più ermetico dei poeti ermetici, in fondo al suo compiacimento elusivo, coltiva la speranza di essere compreso. Altrimenti, invece di comporre liriche, si iscriverebbe a un corso serale per sibille cumane, delfiche, o affini.
Altra cosa sono i narratori che non hanno niente da dire. Ce ne sono parecchi, da Ken Follett a Umberto Eco (ohibò!), che senza aspirare al premio Nobel si dedicano onestamente alla letteratura di evasione. Ma non si può pretendere di essere incoronati d’alloro in Campidoglio se non si fa qualcosa di eccezionalmente valido (e, tanto per chiudere il discorso sul libro di cui parlava Uffenwanken, non c’è proprio niente di notevole nel riempire pagine e pagine di vaneggiamenti su temi schifosi cercando di far colpo e generando soltanto noia). E non mi sembra neanche il caso di puntare alla nicchia di “autore di culto”: l’alone del guru non si confà a poeti e narratori. Si adatta meglio a chi predica una filosofia o una religione rivelata.
Non so voi, ma io di certe esagerazioni programmatiche non ne posso più. C’è chi scrive poesie in forma di filastrocca per deridere la vacuità del mondo contemporaneo. Chi non conosce il programma (e non si vede perché dovrebbe conoscerlo) legge e conclude: “Ma questa è una filastrocca per bambini!”.
Una volta ho conosciuto un pittore/scultore che organizzava mostre nelle quali non si esponeva niente: la “installazione” era costituita dal luogo dell’incontro e dagli amici che venivano a vedere, bere prosecco e sgranocchiare salatini. Le foto che si scattavano tra loro erano l’unica testimonianza di questa “opera d’arte”. Concettualmente, doveva essere una provocazione al quadrato, una metaprovocazione. Praticamente, era un’idiozia.
Dopo la buriana sperimentalista, provocazionista e concettualista del novecento, non è ora di procedere a un sincero riesame? Prendiamo in mano la matita rossa e blu e leviamoci dai coglioni un sacco di zuppe che abbiamo dovuto mandar giù per forza, perché “l’hanno letto tutti”, perché “tutti dicono che è un capolavoro”. Posso sbagliarmi, ma ho il fiero dubbio che la maggior parte della sedicente produzione artistica contemporanea sia una fredda costruzione col meccano. L’arte concettuale, l’esplorazione delle possibilità combinatorie del reale, è un cane che si morde la coda. In sé, un concetto può essere stimolante come un rebus o una sciarada; ma l’arte è un’altra cosa.
Insomma, se il re è nudo perché non dovremmo dirlo chiaro e tondo? Diciamolo almeno a noi stessi, confidiamolo agli amici più sicuri, parliamone nelle catacombe. Un giorno torneremo a vedere la luce del sole.

15 pensieri su “La matita rossa e blu

  1. Gaja

    Sì, mi associo a Richard The Lion Hearted e a Paolo.
    E poi, dato che “curiosità, il tuo nome è gaja” (sarebbe “donna”, ma io non sono curiosa come una donna: di più!), chissà qual è il libro cui ti riferisci, Riccardo…
    Baci!

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  2. elena f

    Insomma, se il re è nudo perché non dovremmo dirlo chiaro e tondo? Diciamolo almeno a noi stessi, confidiamolo agli amici più sicuri, parliamone nelle catacombe. Un giorno torneremo a vedere la luce del sole.

    sottoscrivo.

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  3. Gaja

    Dunque: per me Chuck Palahniuk, escluso il grandissimo “Fight Club”, è mediocre. (benché tradotto splendidamente, da Matteo Colombo, mi pare)
    Poi: parliamo anche dei libri che hanno qualcosa di universale e paradigmatico e che non riescono ad assurgere agli onori della cronaca perché pubblicate da case editrici medio-piccole.
    Cònal Creedon, Passion Play, tradotto da Fiorenzo Fantaccini, Le Lettere. (romanzo)
    Brian Friel, L’oro del mare, sempre tradotto dal bravissimo Fantaccini, sempre Le Lettere. (racconti)
    Marina Warner: splendida scrittrice anglo-italiana, quasi mai pubblicata in Italia (non è uno spot pubblicitario a Le Lettere, ma il suo unico romanzo, qui da noi, lo hanno pubblicato loro… “il padre perduto”, chiedo perdono ma mi sfugge il traduttore…)
    Basta. Chiedo perdono se sono andata un po’ OT rispetto all’argomento del post.

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  4. enpi

    questa cosa è un déjà vu: io che leggevo questo post, poi leggevo di Palahniuk, poi scrivevo che ‘Soffocare’ è davvero all’altezza di Fight Club.
    che dire? dejà vu a parte, l’accusa di non voler essere letti è frequente. e complessa.
    io mi ci scontro, come mi scontro con l’opposto, l’accusa di ‘non dire nulla’ (= vendersi).
    credo che tutti quelli che scrivono desiderano essere letti. come credo che l’essere compresi e letti non sia assolutamente necessario.
    che le anime simili si riconoscono e si pigliano; che un libro non può ‘parlare’ a tutti e non può piacere a tutti; che se questo accade qualcosa non va.
    e.

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  5. Stefania Mola

    Se mi consentite di salvare il Pendolo e l’Eco saggista sottoscrivo senza neppure rileggere. Capolavori? Libri imperdibili e fondamentali? Salvatori delle patrie lettere? Troppe volte vorrei indietro i soldi spesi, e soprattutto il tempo buttato nel cercare un senso pomposamente annunciato ma irreperibile tra le pagine. La Rete e la perversione autoreferenziale di decine di communities e blog “letterari” hanno una grossa responsabilità nella deresponsabilizzazione dei lettori. Ma la Rete siamo [anche] noi.

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  6. listexxx

    come disse camilla parker bowles, il re è nudo.

    saluti

    rs
    ps: era un principe ma va bene lo stesso.

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  7. Roberto

    Concordo con Gaja su «il padre perduto» della Warner, uscito nel 2002 per la casa editrice «Le Lettere»di Firenze. Traduttrice: Carla Pezzini Plevano.
    Un libro che mi ha impressionato molto è stato «The Untouchable» di John Banville, un lavoro di grande professionismo tra fiction e ricerca storica sulle spie di Cambridge.

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  8. fabry2007

    La montagna incantata, L’uomo senza qualità, Il processo. chi non ha letto questi si è perso qualcosa. poi buttare, buttare e ancora buttare. e nel frattempo dare un’occhiata a Milani, Mazzolari e Zanotelli, che ti cambiano la vita, almeno.
    grazie, Riccardo, questo lo metto tra i Memoranda.

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  9. Giovanni Nuscis

    “Ma questo libro che ca… mi ha detto?”

    Questa domanda schietta dovremmo porcela sempre, e anche in via preventiva, in libreria: il nostro tempo non è infinito, ed è giusto nutrirsi al meglio.

    Grazie, Riccardo

    Giovanni

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  10. Gaja

    Roberto, grazie per essere venuto in aiuto della mia memoria. Sono contenta che anche tu conosca la Warner. C’è un romanzo che sto tentando da anni di far tradurre, “The Leto Bundle”. Sarebbe una vergogna che non venisse pubblicato in Italia. Un abbraccio, bel thread, interessantissimo leggervi.

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  11. Giorgio

    “Quasi tutti i libri strombazzati come “fondamentali”, riletti a distanza di tempo (neanche tanto), risultano tremendamente invecchiati e non hanno più niente da dire”.

    Tema interessante, Riccardo, grazie. Ho sotto mano alcune perle di Marina Cvetaeva molto pertinenti:

    “Autenticamente contemporaneo è ciò che nel tempo v’è di eterno… La contemporaneità dell’arte è l’esatto contrario dell’attualità… Contemporanei: onni-temporanei… Essere contemporaneo: creare il proprio tempo e non rifletterlo…” (“Il poeta e il tempo”)

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  12. Roberto

    Gaja, ci vogliono diversi attori per produrre di una traduzione, però alla fine è una questione di dané per le case editrici (che poi pagano il traduttore). Per gli autori inglesi, un grosso aiuto lo potrebbe dare il British Council (o il Canada Council per autori canadesi). Mi informerò meglio.

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