Intervista al proprio padre

di Lucia Marchitto

Eccoci pronti, tu padre, io figlia: di fronte. Abbiamo lo stesso
naso, gli stessi zigomi, la stessa fronte spaziosa … riflessi …

E’ passato tanto di quel tempo, adesso tu sei in pensione, vai e
torni dalla campagna, zappi, poti, innesti, semini, raccogli. Mai
fermo come se volessi recuperare il tempo perduto. Tutto il tempo che
sei stato in Germania. Da piccola pensavo fosse normale che i padri
fossero altrove per lavoro. Erano via gli zii, i vicini, gli zii degli
zii; per le strade, per le campagne s’incontravano perlopiù donne,
bambini e anziani.

Adesso che sono adulta e madre vorrei capire le ragioni della tua
scelta. Cosa ti ha spinto a partire per la Germania?

* La miseria. –

Solo la miseria, sei sicuro?

– Dovevo farlo, per te, per tuo fratello … per farvi studiare –

Questa è la motivazione evidente ma quella nascosta, l’altra, qual è?

* Non esiste “l’altra” –

Non sono qui per criticare o condannare. Sono qui per capire le
ragioni di una scelta. La tua.

* E’ difficile. Sono passati tanti anni … ricordo la casa
senza acqua, senza bagno, senza stufa solo un piccolo camino che non
tirava, faceva fumo e basta. Quell’anno l’inverno fu particolarmente
rigido. L’estate era stata arida e come se non bastasse anche la
grandine aveva fatto la sua parte e il granaio era quasi vuoto. Questa
terra argillosa è piena solo di sassi e crepacci, per far crescere
anche solo un filo d’erba la devi bagnare di sudore. Allora non c’era
la motozappa, la mietitrebbia, la pompa che tira l’acqua dal pozzo …
solo queste mani (mostra le mani piene di calli, l’indice sinistro ha
una falange in meno). Avevamo solo l’asino e queste mani e non
bastavano … non bastava lavorare dalla mattina alla sera per essere
sicuri di avere un piatto pieno.

Partì per primo zio Francesco, poi zio Peppino, il mio amico
Vincenzo… Lo accompagnai alla stazione. Nel porgergli la valigia di
cartone dal finestrino vidi nel suo sguardo preoccupazione ma anche
speranza. Mi disse soltanto “Ti aspetto”.

Certo è che a vedere tutti partire in un certo senso si
acquista coraggio. Da quando avevo salutato Vincenzo sapevo che, prima
o poi, anch’io avrei riempito una valigia di cartone.

Quale fu l’elemento che ti indusse poi a concretizzare questa tua

consapevolezza?

* Non so se ti ricordi la vecchia casa, quella in cui siete
nati tu e tuo fratello

… forse eri troppo piccola per ricordare … ma non ha
importanza. Quella casa aveva un portone di legno pieno di buchi, le
tarme lo stavano divorando, la serratura, sebbene avesse un maniglione
di ferro (arrugginito), cedeva facilmente sotto una spinta violenta.
Ebbene qualcuno era entrato in casa e aveva rubato quel poco grano che
ancora c’era nel granaio. Ricordo ancora tua madre ferma vicino al
granaio, dallo sportello aperto non scendeva neanche un chicco. Non
disse una parola, non versò una lacrima, tolse soltanto i piatti dalla
tavola e se ne andò a letto. Non saprei dire per quanto tempo restai
fermo vicino al camino e neanche quello che pensai, so che ad un certo
punto mi alzai presi il grosso mantello appeso al chiodo dietro le
porta e uscii nella sera. Nevicava. Ricordo le orme che lasciavo
dietro di me.. C’era silenzio per le strade, la neve brillava alla
luce della luna, rotonda, bianca che mi accompagnava. Adesso mi rendo
conto che ogni passo sulla neve era come distaccarsi; mi sembrava
quasi di sentire, nel poggiare lo sguardo sulla strada, sulle case, il
rumore di una forbice mentre taglia il grappolo dalla vite.Quando
arrivai davanti alla porta di zio Renato, restai un attimo fermo prima
di bussare. Entrai. Il lumino ad olio illuminava la tavola ancora
apparecchiata. Zia Antonietta mi offrì la sedia e un bicchiere di
vino. Non avevo ancora detto una parola riguardo alla mia visita ma
zio Renato si alzò, si diresse verso il letto e sollevando il
materasso tirò fuori i soldi di carta grossi come fazzoletti. “In
bocca al lupo. Quando parti? “Te li rendo appena possibile”. Non era
ricco zio Renato quell’anno era stato solo un po’ più fortunato di
noi. La grandine aveva risparmiato i suoi raccolti e sua moglie aveva
ricevuto una piccola eredità da un lontano parente. Finii il bicchiere
di vino e ritornai nella neve. Nella tasca i soldi di carta pesavano.

Ma adesso a distanza di tanti anni forse riesci a vedere anche
un’altra motivazione che va al di là di quella del granaio vuoto e che
comunque non la sminuisce né la rende secondaria ma, in un certo
senso, l’accompagna. Mi spiego. Eravate più o meno tutti nelle stesse
condizioni ma non tutti gli uomini della tua età, padri (o non)
partirono perciò suppongo che ci sia “l’altra”.

Una pausa di silenzio segue le mie parole. Il suo sguardo più che
lontano sembra accartocciarsi dentro le orbite.

* Forse hai ragione. Non avevo mai riflettuto su questa cosa.
Non tutti partirono. E un motivo ci deve essere. C’è. Forse lo avevo
già visto negli occhi di Vincenzo.

Quando il treno partì dal finestrino guardai voi tre, tu
dormivi in braccio a tua madre, tuo fratello attaccato alla sottana
con la manina alzata, due occhi sgranati .. ma non ricordo il viso
della mamma, anche sforzandomi non ci riesco, ricordo soltanto il
movimento della gonna mossa dal vento e fu l’ultima cosa che vidi poi
mi girai e guardai davanti a me e una specie di allegria, non
allegria, no, ma neanche contentezza …. Non saprei dirti … ma un
qualcosa alleggerì il mio dolore, sì, lo alleggerì, e nello stesso
tempo mi provocò un vuoto, qui, proprio in mezzo al petto …

Fascino per l’avventura e paura dell’ignoto.

* Paura …. Ma … direi preoccupazione … non sapevo leggere, non
sapevo scrivere …. Andare in Germania …. Era lontana la Germania … Era
una parola … Era la notte ….

Un sogno?

* Forse –

7 pensieri su “Intervista al proprio padre

  1. adriana iacono

    è giusto ricordare un passato che sembra remoto e invece riguarda la generazione dei nostri padri, e non solo. Vivo al sud, insegno in una scuola in cui la maggior parte degli studenti vive situazioni come quella che hai descritto, l’unica differenza è che oggi i padri (ma anche le madri,i fratelli) emigrano al nord piuttosto che in Germania o in America. E questo succede in una terra dove ogni stagione sbarcano (quando non naufragano) migliaia di migranti africani. La tua intervista mi è piaciuta, tocca un nervo scoperto. Mi piacerebbe saperne di più, per esempio la fatica dell’integrazione in un paese straniero, credo che sia un tema estremamente importante di questi tempi.

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  2. lucia

    Cara Adriana, innanzitutto grazie per aver avuto la pazienza di leggere, per saperne di più ti invierò un racconto che è una rielaborazione di una succesiva intervista a mio padre, intitolato Pane e che fa parte della raccolta di racconti “Dentro e Fuori”, un lavoro fatto intervistando una ventina di persone anziane, dieci dentro un ricovero e dieci che vivono nelle proprie case, per vedere come si vive oggi la vecchiaia e per raccogliere la memoria di ciò che hanno vissuto. Ciao Lucia

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  3. remo

    la rete e i blog son pieni di schiamazzi.

    lucia marchitto sa dire grandi cose, sempre, dal suo blog. che è schivo, remissivo, pieno di umanità.

    complimenti a lei, complimenti a chi, de LPELS, l’ha scovata, invitandola a scrivere, qui.
    buona giornata

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  4. lucia

    Grazie Remo per le tue parole e grazie a Fabrizio che mi ha invitato qui, e a tutti quelli che hanno letto. Buon fine settimana Lucia

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