di Ezio Tarantino con “controcanto critico” di Gianni Biondillo
Ma insomma, Per cosa si uccide di Gianni Biondillo è un romanzo di genere, oppure no?
Io direi di sì, che lo è. Di quale genere? All’ingrosso: è un poliziesco all’americana; ancora meglio: un poliziesco alla milanese – Carlo Manzoni, qualcuno l’ha letto? spassosissimo.
Per cosa si uccide fa sue alcune caratteristiche che mi paiono imprescindibili perché un romanzo possa definirsi di genere.
a) Una storia molto solida come impalcatura.
I fatti sono legati fra loro da una logica ferrea. Spesso però le motivazioni che stanno dietro sono miserabili, o assenti. Non ha importanza.
b) Il punto di vista del narratore è completamente immerso nella vicenda.
Al punto che, ad esempio, la terza persona usata da Biondillo sembra in verità la terza persona vicaria di una prima persona timida. Il punto di vista del narratore può essere moralista, cinico, ironico. Comunque totalmente dentro la storia. Nel caso di Biondillo è moralista e ironico (a tratti spassoso).
c) La fiducia del narratore nella materia narrata e nella forma scelta è assoluta.
E’ l’elemento più importante: il genere è tale perché rispetta il codice. Se lo viola, lo rivisita, lo altera non è più genere. E in questo libro le regole del genere vengono rispettate. C’è il fatto, la soluzione del fatto, c’è il poliziotto smagato e un po’ cinico, c’è il narratore.
I commenti del narratore in questo romanzo sono molto invadenti (come del resto lo sono spesso nei polizieschi): “Scena provata e riprovata in commissariato, che fa sempre la sua porca figura” (p. 69); “Gli tirò un calcio sotto il tavolo, sembravano Totò e Peppino” (ivi); “Che palle questa retorica da programma televisivo”, chiosa a pagina 137 il narratore. Sembra proprio che se ne stia appollaiato sulle spalle dell’ispettore Ferraro, Biondillo, e gli suggerisca le battute, o gli legga nel pensiero, comunque si sostituisca a lui. La pensano esattamente nello stesso modo. Sono interscambiabili.
A pagina 32 l’ispettore Ferraro domanda al collega Lanza (facendo il verso alla sua proverbiale pignoleria): “La vuoi una tazza di caffè? Cioè, volevo dire, vuoi una bevanda composta da acqua calda, caffè liofilizzato e zucchero…”. Poi, a pagina 47-48 il narratore dice: “Per cercare di placarlo gli aveva piazzato fra le dita un caffè (cioè per la precisione una bevanda al gusto di caffè, eccetera, eccetera)”: il narratore e il suo personaggio duettano ironicamente. Il narratore fa il verso al personaggio, citandolo, facendo proprio il suo umorismo, dandogli una spallata e proseguendo in sua vece con lo stesso stile.
In qualche occasione, sembrerebbe essere proprio l’autore (Biondillo Gianni, l’architetto Biondillo, l’acuto, sapido osservatore Biondillo) a scendere in campo. Le tirate sull’architettura di Milano, sui cambiamenti antropologici che questa città ha subito in questi ultimi venti, trent’anni…: il dialetto, la vita dei quartieri, le professioni (memorabile la descrizione degli agenti immobiliari).
Naturalmente il lettore non sa che Biondillo è un architetto, ma questo ha poca importanza. Sicuramente non lo è Ferraro. Sicuramente Ferraro non è in grado di fare certe valutazioni.
E infatti non è Biondillo Gianni a parlare, ma il narratore onnisciente, e il lettore si fida di lui. Questo definisce il quarto punto:
d) il romanzo di genere non si occupa di letteratura.
Mai. E’ già di per sé talmente letteratura che non ne fa mai oggetto né di una metariflessione (ripeto, se lo fa non è più genere); né della sua preoccupazione estetica, per così dire.
Questo è evidente sul terreno della lingua. La lingua utilizzata dallo scrivente per far parlare il narratore non è certo letteraria. Cioè: non si mette in gioco con la lingua letteraria. Il suo qiadro di riferimento non è e non può essere la letteratura alta. Non solo: non è la letteratura tout-court. Quella cosa cioè che costruisce l’espressione appropriata sulla base di un confronto e di un superamento del passato, senza dipendere da modelli rigidamente precostituiti, mettendosi continuamente in discussione.
Ma non è neppure la lingua della realtà. I personaggi di Biondillo non parlano come parlerebbero veri poliziotti o veri carabinieri. Parlano piuttosto uno slang da poliziotti di romanzo di genere: “Non si preoccupi, ispettore, è tutto sotto controllo, li conosciamo già questi rapinatori” (p. 97); “Interessante, molto interessante. Avete dei sospetti?” (p. 134): lingua da fumetto, da fiction televisiva. O puro scherzo linguistico: “… pronto a reiterare nuove malefatte nei meandri torbidi della nostra società al declino”. Al che il narratore commenta: “E’ probabile che Comaschi se le studi di notte certe frasi” (p. 150). E poco dopo: “L’istituzione si dà molto da fare perché l’immondo reato non venga più perpetrato” E stavolta il commento è affidato a Ferraro: “Ma come cazzo parli? Non è mica un radiodramma.” (p. 172). Dialogo davvero deliziosamente assurdo: a uno che parla una lingua artificiale falsamente alta l’altro rispondi con uno slang letterario basso (chi, nella vita reale, direbbe non è mica un radiodramma?) .
Il riderimento dunque non è la letteratura e non è la realtà. E dunque:
e) il genere non è mai mimesi della realtà
Non può esserlo perché la pura mimesi è pura letteratura. E lo è perché la pura mimesi si contrappone alla letteratura venuta prima, che, avendo costruito un linguaggio letterario, verosimile, ma non vero, si è costituita mondo, e non – se non in rari casi – specchio del mondo. Un dialogo smozzicato, pieno di intercalari, di tic, di mezze parole, insomma, un dialogo vero risulta molto più letterario di un dialogo finto. Il livello basso è non-mimetico, ma artificiale.
E’ il genere. Cioè uno stilema che vive più di ogni altro mezzo di comunicazione artistica del patto fiduciario stabilito con il lettore. La lingua del genere è artificiale tanto quanto quella della letteratura alta, solo che è semplice, colloquiale, finge di specchiarsi nella realtà, mentre la reinterpreta.
Questo non vuol dire che il genere sia una sottospecie di letteratura, o letteratura di serie B. Basso, alto, medio: sono solo convenzioni per graduare il livello di dipendenza da uno stilema.
Nel genere, così come nella letteratura “alta”, la parola è azione, assorbe e veicola significati. La parola è sulla scena, sotto i riflettori. La sola differenza è che non si mette in discussione, non è autoriflessiva, è disciplinata e diretta.
Gianni Biondillo: Posso interrompere?
Ezio Tarantino: La prego, è un onore.
GB: “Hai ben compreso che io ho lavorato sul popolare. Anzi, per non cadere in confusione (popolare in che senso? Populistico? Folk? Pop?) io dico che scrivo romanzi plebei. Plebei per i soggetti trattati, per le storie esposte, plebeo pure nel desiderio ponderatissimo di utilizzare una precisa tipologia. Nota, ho detto tipologia, non genere.
Per un architetto la questione del genere non esiste, e io sono un architetto. Esiste la tipologia. Nessun architetto si sognerebbe mai di dire che un progettista di chiese è più bravo di uno che progetta grattacieli, o fabbriche. A ogni funzione una forma. La perfetta aderenza fra forma e funzione, fra voce, scrittura e storia, fa l’opera, per me.
Ho trovato la tua disanima sul genere molto interessante. Ma (perché c’è sempre un ma) viziata da un pregiudizio. Che è, appunto, quello che hai nei confronti del “genere”. L’idea che il genere, in quanto tale, resta una cosa non matura, “infantile”.
ET: Quando lo avrei detto?
GB: Qui: http://blogsenzaqualita.clarence.com/permalink/63270.html.
ET: L’avevo dimenticato.
GB: Io questo pregiudizio non posso estirpartelo, purtroppo.
Quello che penso che tutti i discorsi sul genere sono, solitamente generici. Io non faccio discorsi sul genere, io parlo di libri. Per me Poe, Chandler, Duerrenmatt, Sciascia, Gadda, hanno già detto e fatto tutto sull’argomento. Nel senso che hanno ampiamente dimostrato che esistono le tipologie e le opere. Poi ci sono architetti bravi a fare chiese e altri no.
Non basta dire che la maggior parte dei romanzi di genere, in effetti, è come la descrivi tu. Non basta. Perché anche la maggior parte di romanzi di “letteratura alta” (che aspirano ad esserlo) sono orrendi. Autoreferenziali, scritti male, colmi di farragine, con dialoghi impossibili. Questo significa che tutta la “letteratura alta” è autoreferenziale, farraginosa, inverosimile? No, ovviamente.
Esiste il genere “romanzo esistenzialista”, il genere “romanzo borghese”, etc. etc. E questo non garantisce loro di essere letteratura (e basta. Senza alta, bassa, di genere etc.).
“C’era una volta in America” è un film di gangster? O è un film epico, sul tema dell’amicizia e il tradimento?
ET: Rimane il dubbio che mentre il costruttore di chiese e quello di grattacieli utilizzano gli stessi strumenti progettuali (l’idea, il disegno – a mano o sul PC – e via via tutto il resto) per chi scrive romanzi le cose stanno in un modo leggermente diverso. Chi scrive un poliziesco ha una sua valigetta di strumenti. Il romanziere “alto” puo’ scrivere solenni zozzerie, ma quello che voglio dire è che non dispone di nessuna valigetta. Deve costruirsi anche la valigetta. Non esiste un architetto che prima debba progettarsi anche AutoCad.
GB: Però rispondimi: Poe, Chandler, Duerrenmatt, Sciascia, Gadda avevano la valigetta fatta e finita?
“Il resto di niente” o “i promessi sposi” sono romanzi di “genere storico”?
“C’era una volta in America” è film di gangster?
“Ran” è film di genere tipo “l’ultimo samurai”? La Mazzantini o la Maraini sono “letteratura alta”? Se la fanno loro la valigetta?
ET: Giochi sporco! La Mazzantini! Ho detto o no che la cosiddetta letteratura alta produce cose orrende? anzi è piu’ frequente che questo succeda, molto più frequente (forse perché è più difficile? nelle difficoltà non sai dove aggrapparti, non possiedi la mappa del tuo territorio).
E’ evidente che gli scrittori che citi la loro valigetta l’hanno riempita con qualcosa di unico e irripetibile (cioe’ con strumenti non “generalizzabili”). Non mi sogno neppure di sostenere che sono letteratura di serie B! Durrenmatt è fra i miei scrittori preferiti in assoluto (ma conosco lettori “forti” che si annoiano mortalmente leggendo Chandler proprio a causa delle stilizzazioni “imposte” dal genere: il linguaggio, l’etica da duro, le pistole, i bassifondi: tutto quello, cioè, che troviamo, sicuramente scritto peggio, in tutti gli altri romanzi dello stesso tipo).
GB: Te l’ho detto, Ezio, un pregiudizio è impossibile da estirpare.
Per me, come scrittore, il genere semplicemente non esiste. Per uno invece che ha una cultura da “vero scrittore” (laurea in lettere o in filosofia, letture blindate, etc. etc.) il genere esiste. Gli semplifica la visione del mondo.
Che poi il mio primo romanzo sia, in realtà, un romanzo di formazione, colmo di citazioni dottissime, di riferimenti aulici, etc. non interessa una cippa. Ci sono i poliziotti? Allora è un libro di genere! (capisci cosa dici? Che la Mazzantini sbaglia, non ce la fa, però comunque fa il tentativo di costruirsi la valigetta. E invece, mi dispiace per te, la valigetta della “letteratura alta” esiste, eccome! Fatta e finita!)
ET:Gianni,forse è vero: i pregiudizi sono poco addomesticabili.
Non so, pur condividendo la tua posizione “morbida” (non esistono griglie, esiste la scrittura) in qualche modo non riesco a convincermene del tutto.
Scrivere è un atto libero. Sono d’accordo che la riuscita di un libro è sempre e comunque il successo dell’immaginazione, non del rispetto delle regole.
[questo testo è apparso in una forma più ampia, nel marzo del 2005 sul blog Apprendista stregone. In quella occasione Gianni Biondillo, che ringrazio, era intervenuto nei commenti]

Sul discorso dei generi e dei pregiudizi che intorno ad essi nascono mi trovo allineata con Biondillo.
Il mio personale pregiudizio, però, cade sulle “citazioni dottissime” in quanto pretendono d’essere materia dell’antimateria o antimateria della materia, a scelta (in sintesi aria fritta). L’unica forma di citazionismo dottissimo che concepisco è l’autocitazionismo: non c’è persona più Dotta di me, più Gongola, Eola, Cucciola, Brontola, Mammola e Pisola.
In questo riconoscermi un po’ nana è implicita la possibilità di ascendere (se proprio si deve) verso Biancaneve, donna di naso avvelenata dall’acido acetilsalicilico di una mela.
Saluti da Martina
Il citazionismo è una componente fondamentale della letteratura, dal romanticismo in poi. Per dirla con Schiller, gli antichi erano ingenui, noi sentimentali. Ci commuoviamo prima per le parole che per le cose.
Il mio pregiudizio è verso le “citazioni dottissime”, non verso il citazionismo. Per le “dottissime” non basta un’autocertificazione, serve un’investitura dall’alto; in ambito autocitazionista, invece, tale investitura è del tutto superflua.
Saluti da Martina
Peccato che il citazionismo non abbia nulla a che vedere con i romanzetti di Biondillo. I personaggi di Biondillo parlano come parlerebbero dei fumetti, nulla di più.
E lasciamo perdere Manzoni, Poe, Chandler, Duerrenmatt, Sciascia, Gadda, Maraini: al massimo Biondillo può essere paragonato a Scerbanenko, punto. Ma non è che Scerbanenko sia chissà che cosa: solo uno che scriveva e piuttosto male per giunta.
iannozzigiuseppe, la critica letteraria si fa col cervello, non con la trippa di seconda scelta.
saluti,nonostante
rs
@ SOLMI
Io qui leggo soltanto il suo commento che è vuoto di qualsivoglia contenuto, anche di seconda scelta.
Ho esposto il mio punto di vista. E lei? La sua acrimonia nei miei confronti. Però io non sono il soggetto del post. “Facci lei!”
Saluti, nonostante
g.
Grazie Giuseppe, di cuore: i tuoi commenti sono una garanzia per me.
Gianni, io non capisco perché sprecare del tempo per parlare di me. No che non mi faccia piacere, alla fin dei conti si parla nel bene e nel male di me, cioé proprio di Iannozzi Giuseppe, evitando il contenuto del post, quasi mi venisse detto che io proprio io sono più interessante sia per via delle mie osservazione sia per tutto il resto. Accidenti, non lo credevo, Gianni. Davvero, mi sento lusingato. 😀
Sono comunque felice di sapere che i miei commenti riescono a pacificare il tuo animo. Non è cosa da poco. O no? 😉
L’ispettore Ferraro, mitica figura,
e come dimenticarlo?
è di una simpatia esilarante!
e Lanza non è da meno!
io lo inserirei sicuramente nella categoria dei ‘polizieschi con gusto’
perchè è un libro che si gusta!
ciao