Lo spatriato
Lo hanno portato via
dal luogo della sua lingua.
Lo hanno scaricato male
in una terra straniera.
Ora, non sa dove sia
la sua tribù. È perduto.
Chiede. Brancola. Urla.
Peggio che se fosse muto.
(Giorgio Caproni)
Il giudice democratico
A Los Angeles davanti al giudice che esamina coloro
che vogliono diventare cittadini degli Stati Uniti
venne anche un oste italiano. Si era preparato seriamente
ma a disagio per la sua ignoranza della nuova lingua
durante l’esame alla domanda:
che cosa dice l’ottavo emendamento? rispose esitando: 1492.
Poiché la legge prescrive al richiedente la conoscenza della lingua nazionale,
fu respinto. Ritornato
dopo tre mesi trascorsi in ulteriori studi
ma ancora a disagio per l’ignoranza della nuova lingua,
gli posero la domanda: chi fu
il generale che vinse la guerra civile? La sua risposta
fu: 1492. (Con voce alta e cordiale). Mandato via
di nuovo e ritornato una terza volta,
alla terza domanda: quanti anni dura in carica il presidente?
Rispose di nuovo: 1492. Orbene,
il giudice, che aveva simpatia per l’uomo, capì che non poteva
imparare la nuova lingua, si informò sul modo
in cui viveva e venne a sapere: con un duro lavoro. E allora
alla quarta seduta il giudice gli pose la domanda:
quando
fu scoperta l’America? E in base alla risposta esatta,
1492, l’uomo ottenne la cittadinanza.
(Bertold Brecht)
da Pasqua a New York
Signore, la folla per cui facesti il Sacrificio,
è qui, stipata come bestiame, negli ospizi.
Immense navi nere arrivano dagli orizzonti
e lo sbarcano, a mucchi, sui pontoni.
Vi sono Italiani, Greci, Spagnoli,
Russi, Bulgari, Mongoli, Persiani.
Sono bestie da circo che saltano i meridiani.
Si getta loro un pezzo di carne nera, come ai cani.
È tutta la loro felicità questo cibo immondo.
Signore, pietà per i popoli che soffrono.
(Blaise Cendrars)
Zingari in viaggio
Ieri s’è messa in marcia la profetica
tribù dalle pupille ardenti, i bimbi
portando sopra il dorso o prodigando
ai loro fieri appetiti il tesoro
delle flosce mammelle, sempre pronte.
Sotto armi lucenti vanno gli uomini,
a piedi, fiancheggiando i carrozzoni
ove accucciati stanno i loro cari,
volgendo in giro per il cielo gli occhi
appesantiti dal cupo rimpianto
delle assenti chimere. Dal profondo
della tana sabbiosa, nel vederli
passare lentamente, il grillo aumenta
il suo canto; e Cibele, che li ama,
più rigogliose fa le piante, l’acqua
fa sprizzar dalla roccia ed il deserto
fiorire avanti a questi viaggiatori
pei quali si dischiude familiare
l’impero delle tenebre future.
(Charles Baudelaire)
Buenos Aires
Il bastimento avanza lentamente
nel grigio del mattino tra la nebbia
sull’acqua gialla d’un mare fluviale
appare la città grigia e velata.
Si entra in un porto strano. Gli emigranti
impazzano e inferocian accalcandosi
nell’aspra ebbrezza d’imminente lotta.
Da un gruppo d’italiani ch’è vestito
in un modo ridicolo alla moda
bonearense si gettano arance
ai paesani stralunati e urlanti.
Un ragazzo dal porto leggerissimo
prole di libertà, pronto allo slancio
li guarda colle mani nella fascia
variopinta ed accenna ad un saluto.
Ma ringhiano feroci gli italiani.
(Dino Campana)
In memoria
Locvizza il 30 settembre 1916
Si chiamava
Maommed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera
E forse io solo
so ancora
che visse
(Giuseppe Ungaretti)
Non c’era mare ai nostri piedi
Per tutti i Rom, Sinti e Jenische,
per tutte le ebree e gli ebrei,
per gli uccisi di ieri e per quelli di domani.
Non c’era mare ai nostri piedi,
anzi, gli siamo
sfuggiti a malapena,
quando – le disgrazie, si dice, non vengono mai sole –
il cielo d’acciaio ci incatenò il cuore.
Abbiamo pianto invano le nostre madri
davanti ai patiboli,
e ricoperto i bambini morti con fiori di mandorlo
per scaldarli nel sonno, il lungo sonno.
Nelle notti nere ci disseminano
per poi strappare noi posteri alla terra
nelle prime ore del mattino.
Ancora nel sonno ti cerco, erba selvatica e menta:
chiuditi, occhio, ti dico,
e che tu non debba mai vedere i loro volti,
quando le mani diventano pietra.
Per questo l’erba selvatica, la menta.
Ti stanno leggere sulla fronte
quando arrivano i mietitori.
(Mariella Mehr)
Governatore
Quando avrai insegnato al tuo cane
ad avventarsi su un negro
e a strappargli il fegato con un morso,
quando saprai anche
per lo meno latrare e dimenar la coda,
rallegrati: ormai sei in grado,
o bianco,
di diventare governatore del tuo Stato.
(Nicolas Guillen)
da Forse la mia ultima lettera a Mehmet
… mio piccolo,
mio Mehmet
forse il destino
m’impedirà di rivederti.
Sarai un ragazzo, lo so,
simile alla spiga di grano
ero così quand’ero giovane
biondo, snello, alto di statura;
i tuoi occhi saranno vasti come quelli di tua madre,
con dentro talvolta uno strascico amaro
di tristezza,
la tua fronte sarà chiara infinitamente
avrai anche una bella voce,
– la mia era atroce –
le canzoni che canterai
spezzeranno i cuori.
Sarai un conversatore brillante
in questo ero maestro anch’io
quando la gente non m’irritava i nervi
dalle tue labbra colerà il miele.
ah Mehmet,
quanti cuori spezzerai!
E’ difficile allevare un figlio senza padre
non dare pena a tua madre
gioia non gliene ho potuta dare
dagliene tu.
Tua madre
forte e dolce come la seta
tua madre
sarà bella anche all’età delle nonne
come il primo giorno che l’ho vista
quando aveva diciassette anni
sulla riva del Bosforo
era il chiaro di luna
era il chiaro del giorno,
era simile a una susina dorata.
Tua madre
un giorno come al solito
ci siamo lasciati: a stasera!
Era per non vederci mai più.
Tua madre
nella sua bontà la più saggia delle madri
che viva cent’anni
che dio la benedica.
Non ho paura di morire, figlio mio;
però malgrado tutto
a volte quando lavoro
trasalisco di colpo
oppure nella solitudine del dormiveglia
contare i giorni è difficile
non ci si può saziare del mondo
Mehmet
non ci si può saziare.
Non vivere su questa terra
come un inquilino
oppure in villeggiatura
nella natura
vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre
credi al grano al mare alla terra
ma soprattutto all’uomo.
Ama la nuvola la macchina il libro
ma innanzitutto ama l’uomo.
Senti la tristezza
del ramo che si secca
del pianeta che si spegne
dell’animale infermo
ma innanzitutto la tristezza dell’uomo.
Che tutti i beni terrestri
ti diano gioia
che l’ombra e il chiaro
ti diano gioia
ma che soprattutto l’uomo
ti dia gioia.
La nostra terra, la Turchia
è un bel paese
tra gli altri paesi
e i suoi uomini
quelli di buona lega
sono lavoratori
pensosi e coraggiosi
e atrocemente miserabili
si è sofferto e si soffre ancora
ma la conclusione sarà splendida.
Tu, da noi, col tuo popolo
costruirai il futuro
lo vedrai coi tuoi occhi
lo toccherai con le tue mani.
Mehmet, forse morirò
lontano dalla mia lingua
lontano dalle mie canzoni
lontano dal mio sale e dal mio pane
con la nostalgia di tua madre e di te
del mio popolo dei miei compagni
ma non in esilio
non in terra straniera
morirò nel paese dei miei sogni
nella bianca città dei miei sogni più belli.
Mehmet, piccolo mio
ti affido
ai compagni turchi
me ne vado ma sono calmo
la vita che si disperde in me
si ritroverà in te
per lungo tempo
e nel mio popolo, per sempre.
(Nazim Hikmet)
Ninnananna emigrata
Prima addormentati
e poi torna a casa:
la rosa verticale s’inchina
– non dirlo a nessuno –
al tuo passaggio,
una campana muta
si scioglie in note
insieme alla fontana,
fatti anche tu campana
e risuona: col cane
impazzito, col merlo timido
che scruta di lato i tuoi
passi che sanno d’autostrada
col lampione incerto
tra la tua vecchiaia
e il suo non esser salvo
dalla vita; prima addormentati
e poi apri gli occhi
sulla pianura senza amici
sul vento snello che smuove
le foglie stanche dei pensieri
e guarda: un paesaggio volato
da chissà dove si posa
ai tuoi stivali, si apre
come una giostra d’inviti:
“a casa” chiunque ritorna
quando si addormenta
dopo aver vagato tanto
– coatto – nei territori
della veglia.
(Livia Candiani)
Fastidioso mattino d’autunno
Fastidioso
mattino d’autunno.
Tempo svogliato e cupo.
Gocciola sullo sfiorito
paesaggio d’autunno
la pioggia.
Nella camera
siamo seduti in due:
io e la noia.
Ospite greve quale pietra da macina
su di me s’appende
e io l’inganno.
Segretamente
dalla mia stanza
libero l’anima mia
vola, anima, vola
lontano, lontano…
Vai verso Ponente.
Verso Ponente
stanno coloro
che a me son cari:
i vecchi genitori
e la mia fanciulla:
tutti quelli che amo.
Vai a trovarli
ad uno ad uno
e torna a tarda sera
carica
di dolcezza
come l’ape dai fiori.
(Sandor Petofi)
I disgraziati
Sta per sorgere il giorno; carica
il tuo braccio, cercati sotto
il materasso, mettiti ancora in piedi
sulla tua testa per andare diritto.
Sta per sorgere il giorno; indossa l’abito.
Sta per sorgere il giorno; reggi
forte con la mano il tuo intestino grande, rifletti
prima di meditare, perché è orribile
quando ci cade addosso la disgrazia
e quando cade addosso il proprio dente.
Di mangiare hai bisogno, ma – mi dico –
non appenarti, che non è da poveri
la pena, il pianto sulla propria tomba;
rammendati, ricorda,
confida nel tuo filo bianco, fuma, fa’ l’appello
alla catena e conservala dietro il tuo ritratto.
Sta per sorgere il giorno; indossa l’anima.
Sta per sorgere il giorno; passano,
hanno aperto nell’albergo un occhio,
frustandolo, picchiandolo con uno specchio tuo…
Tremi? È lo stato remoto della fronte,
la nazione recente dello stomaco.
Russano ancora… Che universo porta seco questo suono!
Come diventano i tuoi pori al giudicarlo!
Con quanti due, ahimè, sei così solo!
Sta per sorgere il giorno; indossa il sogno.
Sta per sorgere il giorno, ripeto
per l’organo boccale con cui taci,
e urge prender la destra con la sete
e prender la sinistra con la fame; ad ogni modo,
evita d’esser povero coi ricchi,
attizza
il tuo freddo perché in esso si completa il mio caldo, amata vittima.
Sta per sorgere il giorno; indossa il corpo.
Sta per sorgere il giorno;
il mattino, il mare, la meteora vanno
dietro la tua stanchezza con bandiere,
e le iene, per il tuo orgoglio classico,
ritmano il passo su quello dell’asino,
la panettiera pensa a te,
il macellaio pensa a te, palpando
l’ascia in cui sono prigionieri
l’acciaio il ferro ed il metallo; non scordare
che durante la messa non v’è amico.
Sta per sorgere il giorno; indossa il sole.
Già sorge il giorno; raddoppia
il fiato, triplica
la tua bontà risentita
e scuoti la paura, nesso ed enfasi,
poiché tu, come si osserva fra le tue cosce ed essendo
il cattivo ahimè immortale,
hai sognato stanotte che vivevi
di nulla e morivi di tutto…
(Cesar Vallejo)
Era terra dentro di loro
ERA TERRA DENTRO DI LORO, ed essi
scavavano.
Essi scavavano e scavavano, così trascorrendo
il dì e la notte. E non lodavano Iddio,
il quale, gli fu detto, tutto questo voleva,
tutto questo, gli fu detto, sapeva.
Essi scavavano e nulla più udivano;
essi non capivano, né crearono un solo canto,
non si diedero una lingua.
Scavavano.
E giunse un silenzio, giunse anche un vortice,
giunsero i mari, tutti.
Io scavo, tu scavi, e scava anche il verme,
e ciò che lì va cantando, dice: Essi scavano.
Oh uno, oh nullo, oh nessuno, oh tu:
Dove s’andava, giacché non s’andava in nessun luogo?
Tu scavi ed io scavo, scavando ti raggiungo:
e al dito si ridesta a noi l’anello.
(Paul Celan)
Un seculu di storia *
Un seculu di guerri,
un seculu di stragi:
c’è ossa di siciliani
vrudicati nte diserti,
nta nevi,
nto fangu di ciumi…
… A Sicilia non havi chiù nomi
né casa né paisi;
havi i figghi spartuti pu munnu
sputati comu cani,
vinnuti all’asta:
surdati disarmati
chi cummattinu chi vrazza.
Chi vrazza,
i rami virdi da Sicilia,
arrimiscanu a terra,
rumpinu timpuna,
siminanu
e fannu orti e ghiardina.
Chi vrazza,
fabbricanu palazzi,
costruiscinu scoli,
ponti,
officini
e aeroporti.
Chi vrazza,
i lapi di meli da Sicilia
grapinu strati,
spirtusanu muntagni,
svacantanu a panza da terra.
Chi vrazza,
i surdati senza patria,
i sfardati,
i carni senza lardu
vestunu d’oru i porci di fora.
I chiamanu terroni,
zingari,
pedi fitusi;
e hannu i figghi e i matri
chi cuntanu i jorna
cu l’occhi vagnati;
e stu celu ca vasu,
e sta terra ca toccu
e mi canta nte manu;
e seculi di civiltà
sutta i pedi…
… Cu camina calatu
Torci a schina,
s’è un populu
torci a storia.
(Ignazio Buttitta)
* Un secolo di storia
… Un secolo di guerre,/un secolo di stragi:/ci sono ossa di siciliani/sotterrate nei deserti,/nella neve,/nel fango dei fiumi…
… La Sicilia non ha più nome/né casa né paese;/ha i figli sparsi per il mondo/sputati come cani,/venduti all’asta:/soldati disarmati/che combattono con le braccia.
Con le braccia, i rami verdi della Sicilia/rimescolano la terra,/rompono le zolle,/seminano/e fanno orti e giardini.
Con le braccia,/fabbricano palazzi,/costruiscono scuole,/ponti,/officine/e aeroporti.
Con le braccia,/le api da miele della Sicilia/aprono strade,/perforano montagne,/svuotano la pancia della terra.
Con le braccia,/i soldati senza patria,/gli stracciati,/le carni senza lardo/vestono d’oro i porci di fuori.
Li chiamano terroni,/zingari,/piedi fetenti;/e hanno i figli e le madri/che contano i giorni/con gli occhi bagnati;/e questo cielo che bacio,/e questa terra che tocco/e mi canta nelle mani;/e secoli di civiltà/sotto i piedi…
Chi cammina curvato/torce la schiena,/se è un popolo/torce la storia.
(Qui un’altra poesia di Ignazio Buttitta sul tema)

Bella polifonia di anime.
Ciao
paolo
Molto bella l’idea di un sillabario libero, e ottimo l’esordio e la scelta. Un’ombra che s’allunga e dilata a vista d’occhio che, quando ci fermiamo su un viso, davvero ci si chiede ogni tanto se “…forse io solo/so ancora/che visse”
Grazie, Giorgio
Giovanni
Grazie a Paolo e Giovanni.
Paolo, dici bene: anime. Infatti nella condizione dello straniero il corpo è in una condizione di nudità tale…
Giovanni, il sillabario continuerà, fra qualche settimana ci sarà una seconda puntata sulla s di stranieri, prima di passare a un’altra lettera.
Anzi, chi vuole può segnalare altre poesie sul tema, o qui nei commenti o a questo indirizzo: [email protected], ne sarò grato.
Giorgio, questo post vale più di mille editoriali e articoli sull’argomento.
Grazie.
fm
Grazie, Francesco. E su quello che dici: è per questo che amo la poesia.
Grazie, Giorgio. Leggo e cerco di immergermi in questo mondo dell’altro, mi sento muta e piccola di fronte a tanta umanità così dolorante e densa di vita.
“Non vivere su questa terra come un inquilino..” Fu il primo testo che feci leggere a studenti di prima media, nel mio primo anno di insegnamento, amato Hykmet!
Grazie a te, Anna Maria. La poesia di Hikmet, come quella di Leopardi, mi pare avere una dolente saggezza che non deprime, ma anzi esalta l’amore per la vita…