Dallo stesso altrove – di Marina Pizzi – 2007

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1.
ripetta dello sguardo averti accanto
così da fare invisa ogni tristezza
lo scorno della luce quando viene l’alba.
in basto al vagabondo non sia più niente
dacché la curva non sarà fatale
al cinema del frutto sotto casa
2.
con contro banda inventi il tuo marsupio
il porticciolo ce l’hai dentro l’orecchio
è manifesto d’incenso e di salsedine
promette seduzioni del settimo senso
acuendo la realtà dal sogno
3.
Con servitù al séguito

fu che pianse un sillabario vuoto
un baricentro senza corpo
una camicia senza petto
una ciotola al cantone pel micio cieco.
fu che resse una baracca
in mezzo al lusso delle residenze
per farsi chiamare quando occorreva
il disguido delle giostre sulle tombe.
4.
la biblioteca inondata di luce
a perdita d’occhio qui sotto l’occaso
inondato di luce nel cerimoniere
d’ossa. impronta d’alba alla balìa
del leggere le lettere espresse
al predominio del pozzo minato
culla retrocessa, bacca d’attesa
sull’orizzonte del tradito tratto
l’insieme a globo di coriandolo.
5.
in un occaso con salsedine il veleno
della lena nei pugni di nascere
domanda in calma di equilibrista
quale una stasi in bilico monca da monca
frode di natura.
in un gradino di nebbia hai avuto madre
satellite a misfatto del perdere
non una ma tutte le perdite
un caso salino novellino con intreccio
a svellere
6.
appena di sconfitta l’ilarità del viso
ma comunque un dolore. e dia la ronda
quella comunità di madri quella mutanza
bravura al sillabario della voce
il cielo del trovato
e finalmente allora la costanza
di un valore disperato
7.
con un sopruso di aghi la tagliola
sulla bestiola, la luna piena sberleffa
in un sopruso d’amanti appena più lontani
dal sangue della bestiola,
scorciatoie del sale voglio
finirti col colpo di grazia
la polpa degli occhi, supplicanti
supplici
8.
incudine e supplizio oggi non fa domani
la colpa della rondine che muore
all’afasia di una fotocopia
di mille cimase abbattute
nel rullo compressore del contro cielo
questo scempio di agnelli per la pasqua
di perfidi divini somiglianti
9.
mica ti parlo con la valigia in mano
mica si carica un orologio con le mani cariche
mica ti guardo dal dondolio di un amore
mica ti prego dalla corsia di una prigione
mica ti seguo solo per amore tuono d’amore
mica raccatto i coriandoli del palio di una volta
mica mi corico con le cornucopie colme
mica mi sveglio col sorriso del monaco
mica con una manciata di barbiturici mi uccido
mica mi brucio col trono dei santi
se mansueto il sudario delle ore
su per le chine mi chiaroscura il mondo
10.
soffice andirivieni ho visto amore
tornare per partire partire per patire
le ronde d’angoli solo per i baci
le buone stasi del dopo
le belle corse del prima
la pietà del ricordo
la traduzione del sorriso di lacrima
crisantemo di bivacco il tempo chiuso
spalancato alla ruga
alla gara del rotolo incendiario
11.
eremo alla foce il distico del sonno
paradisiaco infernale quale un nome
di crollo. le mani si seccano al precoce
mormorio di cenere.
dove il segnale è l’armonium
uragano di disfatti
fattori di nullo introito
12.
cubicolo di ieri amare il ponte
quasi poter lo guardo
il dolo buono contro la flotta degli schiavi
liberati bivacchi far di spoglio
il capannello del buio
molto diorama il frullo della rondine
domestico il collo
del saluto con alti salti
13.
saprò dirti che domani ne piango ancora
cipresso incline a lancia zero
caduto di soppiatto
ultimo lichene
14.
acculso al riverbero un ristagno
di barlumi di forse che nocciono
al piano inclinato del parto
una nuova vita in perimetri di pericoli
e tu svilenti gli apici scarlatti
compri al mercato indici di niente
dacché da molto e più di tanto
la gravità del tempo è l’esilio della zolla
il ladrocinio di ogni resistenza per partorienti
consuete e tragiche scartoffie-sunto
nei ghetti delle fosse delle chiese, false levatrici
15.
le gambe vecchie

sotto preistorie e opere prime
la furia dell’ospizio
il pizzico dell’erta senza il passo
dacché non riesci più a camminare
né da lontano né da vicino
e il ciclo è pieno nodo di tempo
bacchettato da navate di ecchìmosi
16.
zattera d’inedia tutto il flusso
del rigagnolo in pianto.
questo braciere reso dal collasso
mattinata d’ombre breve resina
e canto sul folletto del disegno
chissà quale inverno di sollucchero
e la beata nenia del mare in un anello
da sposa o da giunonica carne
di felicità
17.
piange e ancora piange
l’occhio sparuto
incline alla pw di non guardarsi
ché la paura ce l’ha vinta
anche senza volerla
18.
un cagliare di aciduli dispetti
questa lunetta stupida di ieri
cara ai poeti che andarono scalzi
o similoro un lunario senza zucchero
19.
travolto dall’ago come un bastione
la gola nel sopruso d’inghiottire
questo timone rinnegato
fatalità del muro.
liso il sudario liso il tuo respiro
avvolto nel progresso di sparire
sotto il bivacco vacuo, vacuo censire.
dove smargiasso il pane di creatura
non volle assumere un nesso di perdóno
né dopo né prima lo sguardo di reato.
20.
dopo una certa età accade la sporta
la rendita di copiarsi
dallo specchio la blasfemia
diurna. apice e soqquadro
questo trambusto panico di asfalto,
il caffé nel brevetto di lontananza
la vicinanza al ceppo del crollo.
se vieni oggi mi sa che è troppo tardi
21.
per luogo d’inerzia sto a capotavola
con la tavola vuota
le minestre piene
con le scaturigini del sole in netto calo
con le rotture a gomito di crepe
nei mali fissi del sillabante
uso dello scheletro.
tu scomunichi di me il sesto senso
dacché pietà è misera di sé
e per domani non ho appuntamento.
22.
ho da fingermi che domani andrà meglio
di questo occaso al valico di foce
sotto cambuse le aridità del flutto
23.
no

con una foce in testa da far paura
scantono il tono che mi diede madre
da sotto l’incudine del vento
il fischio acidulo.
24.
crollami nel falso crollo
lama di becero teatro
morire per non morire
così come fan tutti
nella faccenda-celia dell’occaso
giacché la gerla della nuca vuota
davvero nessuno la vuole!
25.
sono steccato e ti chiamo al mare
così come non senso l’abitudine
del bel tritume tutto intorno al lago
la frottola proclive della madre
26.
era un autunno di soqquadri e stragi
dove la venia non conobbe approdo
né la nomea un apice di pizzi
verso i ricami della calma docile.
maretta di corsaro il vero voglio
finì la mente al pozzo della luna.
27.
è danno grande innamorar di nomi
i nomi nostri i vostri i loro i qui
corsari. eppure rosati i crepuscoli
hanno nel pus le vene delle rondini
i dispettucci degl’innamorati.
28.
autunno di colloquio, intimità
di sguardo, quasi felice
il muro del mio turno
la carne sul superfluo del nome
29.
toglimi questo ingorgo di fuliggine
nel balsamo che rintocca per il chiuso
la nenia dell’anemico mentire.
so la tirannide che chiunque stempera
so che non si rima col paradiso
il distanziato buio della stanza
avarizia le gote che si screpolano
giro di tatuaggio, il fatuo, l’ultimo.
30.
l’accappatoio occiduo contro la parete
meno del meno di una età del vuoto
il corpo in pelle di tagli e di guasti
così senza meringhe le preghiere
duettano al mondo l’immonda cenere
nel lutto cadenzato del vero stato
31.
era così un’edera di fosso
la tua mansione di sparir dolore
dal costo del sudario
dal lutto di guardarsi
sperpero di penuria la grandezza
del ventre per far nascere comunque
un roditore dal petto della sfinge sapientona
così senza pietà un dottor felice
di falce e di semenza l’abbondanza
32.
con me parlavano la grotta e l’arcobaleno:
una sintesi chimerica ben più dell’America
del lene dell’acrobata più brava
33.
in un cosmo di vanagloria ho visto il mondo
violenta conventicola di scoglio
34.
tutto declinato il verbo dello scempio
questo boomerang di risacche
sotto il sopruso del nato
accaduto dal diverbio
biologico senza l’irenico salvifico.
fatua tregua il polline
del lirico guardare controluce
le nicchie finte dalla biro in uso
disegnate sul foglio così per resistenza.
35.
con un agguato di fiocina l’ultimo
round di farsi morire
nel chiavistello ottuso
del lutto progressivo
panno del greve stato.
in agguato verso l’ospite
il padrone della sedia.
la casa in agguato dietro il portone
le muffe perfino nei tuoni
del temporale senza tampone
alla paura. in un agguato di premure
le muse della stanza con stazza
patibolare.
36.
vissi altrove guardando lo specchio
nullo nel vuoto il proscenio
strampalato alambicco d’uva-venia
di finalmente chiedere perdono
alle domande che presero tutto
e nulla ottennero
37.
crepa nodale il fulcro,
resistenza legata da pietre e corde
la blasfemia in punta di lancia
così per la difesa del soqquadro
l’espansione sconnessa della tregua
sulla guerra connessa.
i pugni chiusi dell’eremo
non bastano una pace
una stangata al vetro
una frustata al fianco.
ti vedo lunatico impazzito
reso felice d’urlo.
38.
era un fraintendere era un correre
nel dio del furto
il tempo d’immondizia,
era un avvoltoio senza gara
nodo scorsoio sempre più stretto
il tramestio del corso,
era una finezza senza applauso
l’indugio sospeso come dubbio
la mannaia in terra creditizia.
39.
prendi con me un’erba di scompiglio
bacia con me un torto
inzuppa con me una cialda di dado
credi con me che rivenga il vero
buonissimo silenzio commestibile
e invece cede la ronda un’imboscata
40.
con un lutto alla fronte
con uno stelo d’inedia
l’impegno vetusto è lo scalare
il singhiozzo della resistenza.
nel convegno della ronda sto a bada
di dadi estratti di tratti vermigli
la militanza ossuta della rotta
questa faccenda data per lo spaccio
a far d’ingordo il fiumiciattolo
41.
Quale distratto avanzo fa
mulinello di sé per andarsene
geometria d’altro
cornucopia del peso senza meta
né brevità. le taglie del corso.
42.
era un’oscurazione
una sintonia nera sul corpo di pianto
sulla pagana enfasi del vento
così cattivo da sbattere nidi
da far gridare un pettirosso sul selciato
43.
già questo sterno di apolide che piange
racconta di un fratello ingannato
dal losco scorrere del tempo
quale una maniglia spezzata
che non apra né chiuda alcunché
44.
era una bravura di soqquadro
starti a guardare dall’ultimo ristagno
dalla penuria per panico da pianto
dove solletica un vezzo di pane duro
e nulla è bello quanto un sonno
un dondolio del cuore con remi
di sorriso
45.
in un coriandolo di regia ho perso l’apice
il segno votivo del vero
per una cornucopia di petali
colma nudità dell’apparire
noi i singoli berretti alle resine del palio
nel lutto tutto nel lutto figliolanze
di minestre in far di chiodi
i dubbi persi dietro un mignolo
un odore di marsupio insanguinato
46.
c’è stato un uccidersi, un frangersi
oltre le teche di verbi
sicuri sotto l’alibi,
una scommessa panica
sul lato delle foglie,
c’è stato un cadere, un eremo
asprigno sul silenzio,
curve dell’abile inseguire
a vanvera la pena della pena.
47.
con un arato di antiquariato
vorrei mangiare tutte le venie che ho chiesto finora
con una pluralità di scheletri giocare
le carie asfittiche del mio cinerario
48.
almeno nella rendita del fuso
sortilegio di davanzale
stare a regia di resistenza
la balìa nera.
nessuno creda di ridere contro.
49.
in un forsennato ammasso di coriandoli
la forsennata baldanza della povere
questa ossuta premessa di scompiglio
cordone alla balìa.
dormiveglia di frottola la vecchia luna
combusta dalla rotta senza arrivo
qui comune la retta dell’imbroglio.
50.
verdetto di elemosina guardarti
dalle centurie del panico dal veleno
così le norme del piangere
l’età cattiva
bandita da una comica arsa
banconota fuoricorso.
51.
da qui si nutrono eventi e tracotanze
dalle staffette iniettate a saldo
quasi a finire in costo di nulla fare
la nenia luttuosa di capire
fattacci e scorribande da flauto traverso
dove la pace è un encomio d’altri
musiche rideste nell’oblò del relitto.
52.

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