Provocazione in forma d’apologo 43

Era una sera di tardo autunno, non fredda e non buia, anche se il cielo era tutto coperto. Dopo la cena in famiglia, coi genitori e i fratelli, Esse si ritirò nella sua stanza provando a ripassare le materie di cui il giorno seguente avrebbero potuto interrogarlo. Ma la sua mente vagava. Da mesi, dapprima di rado e sommessi, poi sempre più forti e frequenti, venivano a tentarlo dei pensieri che Esse si sforzava d’ignorare, isolandoli in un contenitore (che sperava stagno) di calcolata indifferenza e di altri pensieri, altri pensieri qualsiasi, non importa se futili.

Esse in effetti, pur così giovane, mostrava già di appartenere a quel genere di persone le quali, partendo da una certa considerazione di sé, spendono le proprie energie non nell’affrontare i problemi ma nel tentare di eluderli. Quella sera però quei pensieri erano tornati, insistenti, imperiosi, feroci, e lo martellavano. Le tempie gli facevano male. Con un sospiro Esse chiuse i libri e aprì la porta-finestra che dava sul suo piccolo balcone. Ormai fuori era notte, alla luce dei fanali il cielo carico aveva riflessi di perla. Oltre la strada la trincea della ferrovia era più buia del buio che la circondava, e per il momento taceva. Esse rientrò, chiuse gli scuri e la porta-finestra, quindi, non potendo fare più nulla né riguardo allo studio né per se stesso, si spogliò e si mise nel letto.
Certo, date le sue condizioni di spirito Esse non si aspettava di addormentarsi immediatamente; e il sonno infatti non venne che molto più tardi. Esse del resto aveva incominciato a temere perfino il sonno, poiché da qualche tempo in qua non gli portava più salute e ristoro, ma gli riproponeva nei sogni quei pensieri che di giorno egli riusciva in un modo o nell’altro a tenere a bada; e glieli riproponeva senza freni e pudori, con la petulante e sgargiante invadenza dei sogni; invadenza che spesso si faceva sinistra, imponendogli squarci di realtà deformata, di torve e turpi apparenze; tanto che Esse si risvegliava di colpo, madido di sudore, e stentava non poco a ricomporre a proprio beneficio quella maschera di normalità che s’era imposto.
Anche quella notte gli accadde ciò cui purtroppo era ormai abituato; ma fu peggio, molto peggio del solito, dal momento che Esse, malgrado lo volesse con ogni sua forza, non si poté svegliare, e dovette subire fino in fondo l’assalto e l’affronto dei sogni; i quali lo svelarono al punto che poi, al risveglio, dimenticare o fraintendere non sarebbe più stato possibile.
Il sonno, faticoso e rotto, durò fino al primo mattino. Non appena desto Esse gettò via le coperte e si alzò, dirigendosi alla porta-finestra. Quel suo contenitore interno che sperava stagno si era incrinato; quanto la cosa fosse grave o irreparabile ancora non lo sapeva, tutto ciò che sapeva era che adesso avvertiva un senso di contaminazione e di promiscuità; e che per stemperarlo, per mettere un po’ di distanza, dentro di sé, fra elementi così diversi e reattivi, gli occorrevano, almeno all’esterno, più spazio, più aria e più luce.
Aprì la porta-finestra e gli scuri. Era l’alba, un’alba senza sole, annunciata soltanto da una più chiara tinta delle nubi che ricoprivano ancora l’intero cielo. Nella notte era nevicato, una breve nevicata fuori stagione, di pochi centimetri, che prima di giorno si sarebbe disciolta.
Quello della prima neve è uno spettacolo che suscita sempre più o meno profonde emozioni, da cui soltanto pochi infelici che la vita ha particolarmente indurito sono o si ritengono immuni. E questo non era il caso di Esse, del resto ancora troppo giovane per non rimanere subitamente colpito e sollevato a quella vista. Ma l’istante successivo Esse provò un turbamento ben più forte, che addirittura lo sconvolse: poiché sul balcone imbiancato di neve aveva scorto nitidamente due impronte, due impronte di scarpone o stivale, parallele e grandissime. Ora, che lui sapesse, di calzature di quella misura in casa non ce n’erano; non pensava dunque di poter aver lasciato lui stesso quelle tracce, magari in una crisi di sonnambulismo, di cui peraltro non aveva mai sofferto; inoltre, a voler ipotizzare uno scherzo dei fratelli, se qualcuno durante la notte avesse voluto aprire e poi richiudere i vecchi e pesanti scuri, che scorrevano male, avrebbe fatto un chiasso del diavolo e l’avrebbe svegliato; infine, l’alloggio si trovava a un piano alto, e la facciata dell’edificio era priva di particolari appigli: talché, per raggiungere il balcone dall’esterno, per uno scherzo o per altro, non sarebbe occorso di meno che far venire i pompieri.
Tutto questo Esse considerò in un lampo, ed in un lampo se lo gettò alle spalle. Che implicasse una visita d’altrui, oppure una sua evasione, quel fatto sembrava gravitare nell’orbita della mania che negli ultimi tempi lo perseguitava, e andava dunque trattato alla medesima stregua. E poi, in fin dei conti, non era un evento importante in sé, da doversene per qualche ragione interessare; se aveva una causa bene, tale causa sarebbe saltata fuori da sola, a suo comodo; se altrimenti non l’aveva, ed era pertanto inspiegabile, non era certo lui l’individuo che si sarebbe messo a scavare per nulla.
Esse perciò richiuse la porta-finestra, si lavò e si vestì impiegandoci più tempo dell’usuale; e poi, quando fu l’ora, raggiunse la famiglia per la colazione, quindi si recò al liceo, dove fu interrogato di storia con esito non brillantissimo (poiché verso la fine l’insegnante, uno che si divertiva a mettere in imbarazzo gli allievi, gli propose una citazione da Morte a Venezia a cui Esse impallidì, e dopo la quale fece letteralmente scena muta). Egli insomma, già troppo impegnato nell’impresa ogni giorno più ardua di non prendere atto di quanto la sua ossessione voleva palesargli ad ogni costo, nell’enigmaticità stessa di quell’episodio parve trovare una sorta di conforto, e di giustificazione al proposito di non occuparsene più.
Persino dopo, negli anni, quando ebbe ben altro a cui non pensare, e la sua sofferenza trapelò e traboccò, per lui quell’evento non rivestì mai alcunché di straordinario; e lo riferì appena, di sicuro non ai suoi né ai colleghi, con un tremito che si affrettò a dichiarare dovuto a una passeggera influenza.
E tuttora continua a non pensarci, cada o non cada la neve, quando si affaccia dalla sua nuova casa, un attico in un’altra parte della città. Anche qui, uscendo sul terrazzo, si trova di fronte la trincea della ferrovia; ma questo è un ramo dismesso da chissà quanti anni, ragion per cui scarpata e massicciata son fiorenti d’erbacce, ingombre di rifiuti e brulicanti di ratti grossi e lunghi così. Malgrado la dovizia di colori e l’animazione l’insieme non è festoso, tanto che a qualcuno, certo non ad Esse, potrebbe suggerire l’immagine poetica di una ferita che grida a cielo aperto. In ogni caso pare che prestissimo l’operosa Giunta cittadina bonificherà l’area, facendola coprire e costruendoci sopra un giardino, un centro sociale, o un grattacielo d’affari.

2 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 43

  1. carlabariffi

    ciao Roberto!
    certe ferite faticano a guarire
    tanto più sono inspiegabili
    tanto più ci tormentano
    come l’impronta che trafigge la candida neve…

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  2. robertorossitesta

    Cara Carla,
    è proprio come tu dici!
    E forse il tormento più grande, per sé e per gli altri, è quello di voler eludere l’enigma, di non voler pronunciare la domanda che fa male ma è principio di guarigione.
    Un caro saluto e auguri,
    Roberto

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