Valsan: La dottrina degli stati molteplici dell’essere nel cristianesimo
Sul finire degli anni Cinquanta il dantista Philippe Guiberteau (1897-1972), che nel 1947 ha già dato alle stampe una traduzione del Paradiso, si appresta a curare per Gallimard l’edizione commentata del Convivio. Per l’occasione entra in contatto epistolare con lo shaykh Mustafa ‘Abd al-‘Aziz, il rumeno naturalizzato francese Michel Valsan (1907-74), che tra il ’58 e il ’59 gli indirizza tre lettere ora pubblicate in italiano con il titolo La dottrina degli stati molteplici dell’Essere nel Cristianesimo (ed. Orientamento/Al-Qibla, www.edizioniorientamento.it, Reggio Emilia 2007).
Rifacendosi in particolare a Tommaso d’Aquino, Ruysbroeck e Dante, Valsan considera a tutti gli effetti come cristiana la concezione secondo cui nell’uomo sono compresenti tre differenti stati dell’essere: umano, angelico e divino. L’obiettivo delle tradizioni iniziatiche orientali e occidentali consiste appunto nel risvegliare quest’ultimo livello, arrivando all’identificazione senza mediazioni tra il conoscitore e l’oggetto della conoscenza, tra l’amante e l’Amato. E’ questa la realizzazione metafisica (“l’Identità suprema dell’io e del Sé”), l’”indiarsi” in cui sfocia il trasumanar dantesco. Valsan è convinto che tale finalità realizzativa fosse perseguita, in seno al Cattolicesimo medievale e non in contrapposizione alla dottrina della Chiesa, da gruppi di sapienti e di contemplativi piuttosto ristretti dei quali facevano parte i “fedeli d’Amore” stilnovisti: un’esperienza conoscitiva, nella quale l’ambito dell’”essere” non si può disgiungere da quello del “vedere”, che era inevitabilmente connotata in senso elitario anche se non classista, come chiarì per primo Guinizelli con la teoria del gentil core. Guiberteau, in seguito diventato presidente della “Société d’études dantesques”, è un appassionato lettore di Guénon ma, a differenza di Guénon, ritiene che la confraternita a cui sarebbe appartenuto Dante stesso avesse caratteristiche settarie, ereticali e gnostiche tali da porlo al di fuori dell’ortodossia cattolica.
Nelle sue lettere Valsan si sforza di dimostrare invece come la dottrina su cui poggiano i presupposti della realizzazione metafisica, quella appunto degli stati molteplici dell’essere, si ponga come “il fondamento dottrinale immutabile di tutti i teologi e i maestri autentici della spiritualità cristiana”. A sostegno di questa tesi Valsan riprende diversi testi della tradizione cristiana, a partire da quel versetto 6 del Salmo 82 citato nel Vangelo di Giovanni (X, 31-39) che pare piuttosto esplicito in tal senso: “Ho detto: voi siete degli dei! Voi siete i figli dell’Altissimo!” (“Ego dixi: dii estis et filii Excelsi omnes”), per arrivare a Tommaso d’Aquino, secondo il quale la “somiglianza” (similitudo) degli uomini con Dio si basa “sul fatto che essi rappresentano la ragione concepita intellettualmente da Dio” (secundum repraesentationem rationis intellectae a Deo), e a Ruysbroeck, che nell’Ornament des Noces spirituelles si riferisce all’”unità in cui Dio e lo spirito amante sono uniti senza intermediario”. Una nitida enunciazione della dottrina degli stati molteplici è contenuta per esempio in Convivio, III, 7, 6: “ne l’ordine intellettuale de l’universo si sale e discende per gradi quasi continui da la infima forma a l’altissima e (da l’altissima) a la infima”. La salita per i gradi dell’essere fino a raggiungere l’Identità Suprema è resa possibile da quella che Dante chiama la mente, vale a dire dalla facoltà intuitiva e contemplativa comune all’uomo e agli angeli, la “fine e preziosissima parte de l’anima che è deitade” (Convivio, III, 2, 19) risvegliata e attivata dalla Grazia, che “participa de la divina natura a guisa di sempiterna intelligenza” (Convivio, III, 2, 14).
La tradizione pienamente cattolica in cui si inserisce Dante rende attuali proprio quelle potenzialità iniziatiche, indispensabile prologo celeste di ogni forma religiosa e devozionale, sistematicamente dimenticate o soffocate in tempi a noi più vicini: forse è proprio su questo campo, con in palio il recupero di un grandioso patrimonio spirituale perduto, che per l’Europa si giocherà la partita decisiva degli anni a venire.

nicolaponzio,
parli della “partita decisiva” in Europa (sul terreno delle anime, presumo). Mi ricorda il il progetto geo-politico-missionario di Giovanni Paolo II, strappare l’Europa dalla morsa del materialismo con l’evangelizzazione che proviene dai tre vertici cattolici: la Polonia, l’Italia e l’Irlanda.
Non conosco a sufficienza Polonia e Irlanda, ma l’Italia mi sembra quasi completamente riconsegnata al paganesimo, né vedo le condizioni per risvegli spirituali. Non mi riferisco all’universo mediatico (quello è farina del diavolo), ma a quello che passa presso l’opinione pubblica “illuminata”, nelle istituzioni, nei cosiddetti istituti di ricerca, nell’industria dell’editoria. C’è qualcosa (qualsiasi cosa!), che possa essere additato a esempio? Voglio sbagliarmi, ma siamo al preludio di una crisi devastante, un’altra crisi della coscienza europea, e l’Italia è messa sul fronte caldo di questa crisi, socialmente, economicamente, culturalmente. In passato ci ha sempre salvato la famiglia, oggi le famiglie invecchiano, si disgregano, quelle nuove fanno fatica a formarsi, vivere è diventato troppo costoso.
Il Cristianesimo è tante cose per tante persone diverse. Una cosa tuttavia non è, non è sapienza segreta per cui si debba percorrere un percorso di iniziazione. Non si può forzare un’interpretazione di Dante che il testo non sostiene, non si possono trarre citazione al di fuori del loro contesto.
E.g., Tommaso. La citazione è tratta da ST I.44 art. 3, che discute delle cause esemplari delle sostanze nella mente di Dio. È il tema delle idee divine. Tommaso discute se le idee divine siano qualcosa di diverso da Dio, cioè altro dall’essenza divina. Risponde ovviamente di no. Dio non è un demiurgo, e non può esserci pluralità di sostanze nell’essenza divina. Tuttavia l’obiezione dice che “ciò che è creato secondo un exemplar (l’Idea, è termine tecnico del lessico filosofico medievale) rassomiglia a quell’exemplar (pensa all’edificio che è simile al progetto dell’architetto). Le creature NON assomigliano a Dio (longe sunt a divina similitudine). Quindi sono create secondo qualche idea (causa esemplare) che non è Dio”. All’obiezione Tommaso risponde che è ovvio che le creature non assomigliano a Dio (siamo d’accordo tutti, no?) secondo la loro natura di specie (noi assomigliamo ai nostri genitori, non al Creatore), e tuttavia possiedono una rassomiglianza con la nozione, la prescienza che Dio ha delle creature (secundum repraesentationem rationis intellectae a Deo). TUTTE le creature, angeli, uomini, animali, vegetali, esseri inanimati. “Ratio” può essere tradotto in italiano solo con una perifrasi, io uso spesso il termine “nozione”, che distingue ordine conoscitivo e ordine reale (“res” e “substantia”).
Questo tema è poi sviluppato con la cruciale distinzione di essenza ed esistenza.
Quindi, a farla breve, siamo molto distanti da una qualsiasi idea che l’uomo sia o possa farsi simile a Dio.
Sullo Stil Nuovo e Dante il discorso è lungo. Cf. Maria Corti e i suoi saggi su “la felicità mentale” (che non è pura contemplazione, malgrado quello che sosterrebbe Valsan).
Longe sumus a divina similitudine.
Saluti
Tra immagine e similitudine forse servirebbe una declaratio terminorum, ma la sostanza del discorso resta valida: c’è un cammino di perfezione indicato nel Cristianesimo, ma non è quello della gnosi metafisica, come troppi hanno creduto, bensì quello dell’amore. Essere più o meno innamorati di Dio cambia la qualità dell’atto d’intendere. Tra i molti riferimenti:
Bonaventura – Itinerarium mentis in Deum
Bel testo, grazie.
Certamente una rinascita spirituale cristiana non potrà che sgorgare da un’esperienza nuovamente reale della trasformazione interiore.
Solo se sperimentiamo la realtà degli stati di coscienza tra cui oscilliamo costantemente, incominciamo seriamente a protenderci verso quelli più illuminati.
L’iniziazione cristiana invece il più delle volte si riduce ad una rappresentazione teatrale di queste verità: nuova nascita, morte dell’io vecchio, esperienza dell’io immacolato, vita nello Spirito etc.
Nei gruppi che conduco viviamo intensamente la drammaticità salvifica degli stati dell’io, e questo porta molte persone verso una vita spirituale autentica.
Sarebbe interessante applicare la dottrina degli stati dell’io all’esperienza poetica contemporanea, per comprenderne meglio la molteplicità, che è appunto effetto soltanto di stati alterati molteplici: dalla caotizzazione psichica dei significati fino alla visione contemplativa, e alla chiarezza semplice che è propria dello Spirito.
Aspettiamo una critica poetica veramente postletteraria…
Rispetto alle riflessioni sull’iniziazione di quel ambiente di origine rumena, e fortemente influenzato da Guénon, mi resta una perpelessità: la loro indole schiettamente gnostica, in cui la realizzazione resta sostanzialmente intellettuale. Questo limite mi sembra strutturale alle sapienze precedenti l’Incarnazione, e questo spiega le diverse conversioni all’Islam di questi studiosi.
Grazie ancora e auguri
Marco Guzzi