Dio?
Di primo mattino in casa non si osserva molto movimento, a dire il vero non c’è nessuno che osservi, e questo potrebbe far sospettare che non ci siano segni di vita, di vita cosiddetta intelligente almeno, visto che tra le piante ornamentali e la biomassa microscopica che ha eletto tappezzeria, dispensa e angoli dimenticati a propria dimora prosegue indisturbato il macinare del vivente senza coscienza. Tale sospetto tuttavia non ha motivi di sorgere se si presta orecchio ai respiri regolari che provengono dalle stanze da letto, verifica impossibile in assenza di un orecchio che ascolti. E anche in quel caso, c’è da dire che il sonno di primo mattino è il più fermo di tutti i riposi, e giustifica sufficientemente la prima considerazione fatta dall’inesistente osservatore sull’immobilità domestica.
La stanza da letto più grande contiene varie cose, e su tutte vigila dal comodino il flebile lumino della sveglia digitale, che varia con regolare intermittenza l’illuminazione dei segmenti delle cifre dell’ora. L’osservatore inesistente, ostinato a privilegiare la sola dimensione ottica dell’esperienza, prende atto del ricorrente luminoso mutare; non può però evitare di gettare uno sguardo sulle fonti del rumore di ritmici respiri: sono gli occupanti della casa, che in quell’istante, contrassegnato dalle cifre 6:30 dell’occhio della sveglia, sembrano dormire il sonno dei giusti, o, in mancanza di virtù, degli stanchi.
Data l’ora, gli occupanti della casa potrebbero confidare in altri 40 minuti buoni buoni di riposo, confidare naturalmente al modo delle persone addormentate ma suscettibili all’abitudine degli orari feriali e festivi, un’elusiva cognizione, piuttosto inconscia, se mai può esservene una così, sulla riserva di tempo a disposizione prima del risveglio. E sarebbe anche una quarantina di minuti di quiete, assenza di movimento e illimitate occasioni di ragionamenti per l’inesistente osservatore, salvo che quelle cifre 6:30 emettono una lucetta rossa che si riflette su sclera, iride e pupilla umida di due occhi aperti, quelli dell’esemplare maschio disteso sul letto, evidentemente vigile nonostante l’immobilità. E la veglia dell’uomo attira tanto l’attenzione dell’osservatore (che rimane inesistente, ma non per questo forse privo di una certa prescienza, e quindi si potrebbe definire anche un po’ onnisciente) da fargli mancare lo scatto delle 6:31, evento di una certa rilevanza nel contesto della stanza calma in penombra. L’uomo sul letto sa bene, al pari dell’inesistente osservatore, che per lui la notte è finita, non si sarebbe assopito un’altra volta, non ne vale proprio la pena: avrebbe rischiato di risvegliarsi di lì a poco ancor più intontito per l’insufficiente sonno che per la prematura veglia, stordito al trasalire del segnale della suoneria, che non pareva davvero essere stato concepita per il piacere dell’orecchio umano. Preoccupato che la sua veglia desti la moglie ancora addormentata, l’uomo sul letto non osa compiere movimenti. L’osservatore inesistente giudica che ci sia poco da osservare in un uomo immobile con gli occhi aperti: potrebbe ugualmente essere un corpo senza vita, e tuttavia sa, per prescienza innata e per aver osservato l’uomo dalla sua nascita, ogni notte della sua vita, che le gambe e il fondo schiena dell’uomo stanno già intorpidendosi e formicolando a causa della forzata immobilità, e lo costringono ora, proprio allo scatto delle 6:32 (che passa ancora inosservato all’osservatore, quale paradosso!), a girarsi sul fianco, e a volgere le pupille e tutto il resto dell’occhio in direzione della moglie, che nell’altra metà del letto continua a emettere il regolare respiro dei dormienti che hanno la coscienza pulita (o sono sotto l’effetto di un efficace sedativo).
Se esistesse, l’osservatore sarebbe preso ogni volta da stupore a considerare l’interazione dei comportamenti umani. Allo scatto delle 6:33, la pressione esercitata dallo sguardo dell’uomo sul volto della moglie, pressione che non ha riscontri di natura molecolare o quantistica rilevabili da un fisico della materia, e quindi non esiste, al pari dell’osservatore, costringe la donna ad aprire a sua volta gli occhi. L’uomo non distoglie lo sguardo finché l’azione continua dei suoi occhi obbligano la donna a voltarsi e a fissare assonnata e seria il volto desto del marito.
«Che fai, non dormi?». Potrebbe essere la domanda più ovvia della moglie, date le circostanze, pensa l’osservatore inesistente, che non è immune da curiosità ma vuole limitare l’osservare a ciò che è immediatamente rilevabile e non prodotto di presupposizioni. Invece è stato il marito a parlare per primo. L’osservatore sa che gli umani sono imprevedibili. In quel momento e in quella stanza non si sente veramente il bisogno di una terza presenza, ammette con un ombra di autocritica per la sua stessa incerta esistenza l’osservatore, che però non saprebbe che cos’altro osservare nella casa. Non ritiene tuttavia di essere importuno. Essere inesistenti è una gran fortuna in questi casi perché si ha in tutte le circostanze il vantaggio della riservatezza.
«Stavo sognando – dice lei, – sognavo di te. Sono contenta di averti sposato. Se solo tu dormissi tranquillo tutta la notte!». L’osservatore trasale impercettibilmente, pur sapendo da sempre che avrebbe trasalito alle 6:33 di quel giorno, quando mancano pochi secondi alle scatto del minuto, che lui non vuole assolutamente mancare. La donna, riflette l’osservatore, non può sapere che il marito spesso non dorme la notte, perché lei non soffre per nulla di quel disturbo del sonno, e il marito è attento a non svegliarla. E allora? L’osservatore, non esistendo, non può fornire spiegazioni. Forse la conoscenza dell’insonnia del marito che la donna pretende di avere non esiste, forse la donna ha parlato così per dire e ha azzeccato per caso una veridica descrizione di uno stato di cose. Però intanto, imperturbata dal sospetto dell’infondatezza delle sue informazioni, la donna seguita a parlare, distogliendo l’attenzione dell’osservatore dal cambio dell’ora.
«Se ritornassi indietro nel tempo, lo rifarei ancora, così, senza pensarci due volte».
«Cara, hai il sonno troppo agitato!», le risponde con un sorriso l’uomo, che si sente in realtà piuttosto lusingato dal fatto che il primo pensiero della moglie alla mattina sia per lui. Così strizza intenzionalmente l’occhio destro, in segno di intesa, interpreta l’osservatore, che per godere del piacere dell’ermeneutica del gesto mette volentieri da parte per un momento la conoscenza attuale del tutto. Nota però con compensativo dispiacere che mentre era attento al semplice dialogo e alla mimica facciale di quei due, la sveglia era passata alle 6:34. Già sapeva che l’avrebbe mancata, l’ermeneutica non valeva forse l’occasione perduta. Non può però fare a meno di apprezzare l’atteggiamento di quella donna, che lui pure conosce da prima della nascita, da quando cioè lei non esisteva. Non molti umani si svegliano la mattina – e nel caso della donna era stato un risveglio poco spontaneo, sebbene provocato da una causa inesistente (il che pone qualche dubbio sullo statuto metafisico del risveglio stesso e sugli eventi che a esso si susseguono sotto gli occhi dell’osservatore, che a sua volta ha un’identità ontologicamente incerta, perché non ha realtà) – si stava dicendo, non molta gente si sveglia con un sentimento di contentezza per i fatti e le contingenze di cui sono il centro, e sentono il bisogno di esprimere un grazie per la loro sorte. Gli umani che l’osservatore ha finora osservato antepongono a ogni altra considerazione cure e preoccupazioni, dalle prime ore del mattino alle ultime della sera, e la notte è ancora peggio. Sono ossessionati da faccende di peso minuscolo, e osservarli talvolta non è piacevole nemmeno per chi non esiste, figuriamoci per tutti gli altri. Con poche eccezioni; quella donna infatti è diversa. Pur conoscendo già la sua decisione, l’osservatore decide, da buon osservatore, che avrebbe avuto in futuro un occhio di riguardo per lei e per il suo compagno insonne, e già che c’è, anche per i bambini, che sono così simpatici con quella loro aria da furbetti. Non lo avrebbero notato, perché tanto lui non esiste.
«No, no, parlo seriamente – dice ancora lei, – lo giuro!», e incrocia indice e medio della mano, come chi vuole dire qualcosa ostentando riserva mentale. È un piccolo scherzo, nota con corretta interpretazione l’osservatore, sempre più divertito.
«Ciccia, la stessa cosa vale per me. Seriamente!», risponde l’uomo, e marito e moglie si abbracciano sotto il lenzuolo, e non si staccano per un po’, precisamente fino a un istante prima dell’indicazione 7:10 sulla sveglia.
L’osservatore inesistente distoglie allora lo sguardo, perché è un osservatore discreto, e perché sa già quello che c’è da sapere e quello che succede, per scienza innata si capisce. È però soddisfatto della piega che hanno preso gli eventi, come solo un buon ente in quanto ente può esserlo. Peccato che l’inesistenza sia propria ai non-enti, e non sia neanche un predicato. Ma chi se ne importa! La soddisfazione è tale che l’osservatore si frega contento le mani, prima di accorgersi che non esistono, ma già lo sapeva, e quindi non può esserci nemmeno disappunto. È indisturbato dal fatto che la sua incorporeità, proprietà di un essere inesistente, se proprietà c’è, implica che le sue mani, al pari di ogni altro organo, non esistano, a differenza di quelle bene occupate dei due umani sul letto. L’incorporeità tuttavia è una cosa seria e le sue implicazioni andrebbero ben soppesate. Preso in un intreccio di concatenate considerazioni, l’osservatore ormai perde ogni interesse verso la sveglia, che scandisce vanamente in ordine crescente la serie delle dieci cifre senza più attirare l’attenzione di nessun essere senziente.
Le cifre 7:10 appaiono sulla sveglia con il simultaneo start del cicalino, che fa improvvisamente sobbalzare l’osservatore, che pur conosce da molto tempo l’accadere del suono della sveglia in quel preciso istante. Da mezz’oretta si è assopito perché fissare i muri della stanza lontani dal letto riflettendo su enti reali e incorporeità è un po’ noioso.
«Che abominio di suono! Chi può creare qualcosa di simile?», pensa l’osservatore, ricondotto bruscamente alla realtà del giorno, a cui ogni mattina è destato chi esiste e chi non esiste.
Nel suo infinito presente, tuttavia, ha già dato la risposta: «Che sia stato Dio?».

in fatto di sveglie digitali quelle che proiettano l’ora sul soffitto, su un muro, o verso l’infinito del cielo sono sicuramente più suggestive. Diminuisce il senso di movimento, il cambio del numero è più soffuso, lieve, meno meccanico. Il fatto che si veda la proiezione di un avvenimento che in realtà accade all’interno di un apparecchio made in China nasconde l’aspetto puramente tecnico ed è la superficie su cui la luce viene proiettata che diventa protagonista. Una superficie liscia e levigata, una ruvida e rugosa, una trave di legno, un mobile sconnesso, la faccia della moglie che entra cogliendo in flagrante il protagonista.