Pensierini del primo dell’anno.
Dediche. Per un fantastico 2008.
Dediche generiche, da cittadino “che va a fare la spesa”. Lasciando perdere poesia, cultura, lettura, scrittura. Le prime che mi sono venute, così, senza una gerarchia.
La prima è per il signor Presidente del Consiglio. E’ partito per la montagna. Ha caricato i bagagli sulla sua station wagon ed è partito. Niente jet privato, niente “faraonici” alberghi in Egitto, niente ex modelle, starlette, bandane, barzellette, stupri morali della consorte. Grazie. Un felice 2008, Presidente.
La seconda, di nuovo, al Presidente del Consiglio. Signor Presidente del Consiglio, visto che le ho appena augurato un felice 2008, volevo darle una dritta: sa, se la gente “percepisce” di essere più povera, significa che è più povera.
Se la gente non apprezza, come ci piacerebbe che fosse, il calo al 2% del rapporto fra deficit e PIL una ragione ci deve essere.
A noi tutti esseri razionali piace fidarci di quanto ci viene ripetuto, fino alla noia, da almeno dieci anni, e cioè che il rapporto fra deficit e PIL bello al di sotto del 3% ci permette di vivere meglio. Di essere tutti più ricchi e più felici. Ma se questo non si traduce in un beneficio reale nel bilancio quotidiano della nostra vita (ed è quello che precisamente sta succedendo) lei, signor Presidente del Consiglio perderà quei pochi consensi che ancora le rimangono. Io non sono un politico, tuttavia (o quindi?) mi sento in diritto di poterle dire: signor Presidente del Consiglio, non è così che si governa.
Noi le abbiamo dato una candela accesa perché lei accendesse tutto l’albero, non per riporla, spenta, in fondo al cassetto della cucina, per quando andrà via la luce, insieme ai cavatappi e allo schiaccianoci, triste e arrugginito. Vogliamo fare un po’ di festa, vogliamo calcolare la misura della nostra capacità di sognare, di essere ragionevolmente ottimisti, di vedere aperte porte che per troppo tempo avevamo tenuto chiuse, sbarrate, lasciando inesplorate stanze della nostra piccola, ma confortevole casa.
Una dedica per i giornalisti. Fra tanti cui potrei rivolgere un pensiero scelgo loro perché con le loro voci (troppo spesso sciatte e approssimative) sono pur sempre il sottofondo narrativo della nostra vita. Il plot su cui incardiniamo senza accorgercene la tessitura delle nostre giornate.
Lo spunto me lo ha dato una lettera inviata a Repubblica, venerdì 28 dicembre, da Raffaele La Capria, nella quale il grande srittore si lamenta del fatto che Giovanni Valenini, in un articolo pubblicato qualche giorno prima, gli ha messo in bocca, virgolettata, una frase in puro dialetto napoletano. La Capria avrebbe definito l’isola di Procida: “Nnu piezz’ e Napule jettato ammare”.
Ora, La Capria nella sua lettera prende decisamente le distanze da questa rappresentazione folkloristica e retrograda del napoletano che sempre e comunque, quale che sia la sua professsione e il suo livello culturale, si esprimerebbe nel suo simpatico dialetto. “Io non parlo così, io non sono così”, sembra dire La Capria. Nulla di male nel parlare in dialetto, ma, semplicemente, io non parlo in dialetto e mettermi in bocca una frase del genere è solo uno squallido artifico retorico e kitsch: Napul’ è… tarantella, sangennaro, un piezz’ e pizza e nu mandolino.
Al che Giovanni Valentini, nel tipico stile dei giornalisti che spocchiosamente rispondono nelle lettere al direttore riservandosi sempre e comunque l’ultima parola, cosa risponde?: “mi sembra che nella sostanza il concetto non cambia”.
Nella sostanza. Fantastico.
Valentini, ma allora non hai capito proprio niente.
Un buon 2008 anche a voi, giornalisti.
Avrei altre dediche, e altri pensieri votivi, così tanti che si ammassano e si ingolfano. Vedo facce, sopporto l’offesa dell’inerzia. Taccio.
Mi piacerebbe assistere ad una prova di volontà, di orgoglio, che raduni le forze e le sappia dirigere verso obiettivi condivisi. Vorrei che potessimo liberare l’orgoglio represso di una ciurma arringata da una Elizabeth Swann, che ci ricordi che sia i nemici che gli amici ci guardano, e di non nessere codardi, ma di reagire all’oppressione facendo appello, con la passione elementare di una storia popolare, e l’enfasi necessaria, alle nostre migliori risorse: “Hoist the colors”, su le bandiere.
Auguri.

Bel pezzo. Ricordo l’accenno, che spiazzò tutti (o almeno quei pochi che sanno che analogo diritto è -sia pure beffardamente, nei risultati- sancito dalla carta costituzionale americana), alla Felicità, in campagna elettorale.
Non voglio essere capzioso, se sottolineo che, ad oggi, gli unici a ritenersi tali (felici) siano i vertici delle partecipate (penso ad Enel, Italgas, e compagnia bella) che registrano sostanziosi avanzi di cassa grazie ai continui aumenti di servizi che si avvicinano allegramente a quotazioni degne di un’asta da Christie’s.
“Mi piacerebbe assistere ad una prova di volontà, di orgoglio, che raduni le forze e le sappia dirigere verso obiettivi condivisi.”
Appello e auspicio che condivido in toto, Ezio.
Giovanni