
Le conquiste di Alessandro erano come un fragrante mare di grano, che il signore riguarda compiaciuto al tramonto. Il suo nome era pronunciato con timore e venerazione: era un nome sacro, dall’Atlante all’Himalaia. Ma il discepolo di Aristotele aveva mangiato del frutto dell’universale, e ardeva per esso soltanto: unico vasto regno è il mondo, di cui chi non cinge la corona resta suddito. Perciò il suo cuore, tra tanta gloria, era oppresso da una grave nostalgia: nessuna gloria è paragonabile a quella del sole.
Un giorno un mendicante, all’angolo di una strada, fermò il suo cocchio e gli gridò:
– O Re dei re, conosco il tuo cruccio. Sappi dunque che laggiù, oltre il Gange, vive un popolo che afferma di conoscere il segreto del Re del mondo, colui che, nascosto ai più, regna senza confini: parti senza esitare, uomo ricco e senza pace! –
Per questo Alessandro, contro il parere dei suoi luogotenenti più anziani, volle spingere l’esercito fino alle terre lontane dove sorge il sole.
Finalmente una notte – si trovavano accampati ai piedi delle grandi montagne – si tolse gli abiti regali e, indossato il mantello del pellegrino, sgusciò di nascosto fuori dall’accampamento per incamminarsi sotto la volta stellata del cielo.
Camminò per giorni tra colline e boschi, guadando fiumi silenziosi e attraversando villaggi sperduti nei quali non mancava di porre agli anziani la domanda:
– Conoscete il Re del mondo? –
Ma oltre a qualche sguardo diffidente, molto scherno e poche misteriose allusioni nel linguaggio immaginoso di quelle terre, non riuscì a cavare nulla.
Una mattina giunse all’imbocco di una valle serena e verde d’abeti. Sopra un’altura svettava un palazzo turrito, di sconosciuta bellezza: i suoi tetti dorati scintillavano al sole. Ai piedi del colle un piccolo villaggio -povere capanne di legno- accanto al torrente. Il suo regale istinto gli sussurrò d’esser giunto ormai vicino alla meta.
S’inoltrò nel villaggio, tra le casupole. Uomini e donne anziani, poveramente vestiti ma coi volti rugosi che esprimevano singolare dignità, sedevano, intenti ai lavori quotidiani: aggiustavano zappe e altri arnesi, oliavano ruote di carri, intrecciavano canestri, e salutavano il suo passaggio con un sorriso luminoso e discreto, così che la sua convinzione si rafforzava vieppiù: era arrivato. Il Re non poteva essere lontano.
Alzò gli occhi verso il palazzo e già pensava di salire per il sentiero, quando una strana melodia gli giunse agli orecchi: facevano in quel mentre il loro ingresso, al limitare del villaggio, i giovani e le fanciulle. Avevano le braccia cariche di covoni di grano, frutto della mietitura, e cantavano una melodia lenta e solenne, che sembrava più antica del tempo.Un bimbo scalzo e cencioso – bello era, e i suoi occhi puri come gemme – si staccò dal corteo e, tolta una spiga dal suo piccolo covone, gliela porse con un sorriso. Il cuore di Alessandro sostava come rugiada nella corolla di un attimo interminabile, ed egli conobbe la pace.
Ma presto la serietà del pensiero lo strappò a quella beatitudine: – Il Re. E’ il Re che devo cercare, e non certo tra queste capanne. – Così si accomiatò con un cenno della mano da quel bimbo gentile – sarebbe tornato da lui, certo, più tardi – e si avviò, quasi correndo, verso la cima del colle.
Nessun uomo di guardia sbarrava il portone del palazzo, e Alessandro varcò la soglia. Superato un primo corridoio, giunse ad una grande sala che era in realtà una stupenda biblioteca, con volumi antichi e preziose pergamene. Attorno ad un grande tavolo, anziani e barbuti saggi discutevano placidamente. Si accorsero di lui. – Cosa cerchi, straniero? –
– Cerco il Re. E’ fra voi il re del mondo? –
Il più anziano sorrise: – La Scienza è la corona del Re: questo spesso si dice, da noi. Ma in verità ti dico che tutte le parole della Scienza non servono che a custodire come un involucro opaco la Sua abbacinante semplicità –
– Dove posso trovarlo dunque? –
– Nessuno può trovare il Re se prima il Re non ha trovato lui –
E, senza più degnarlo di uno sguardo, i dotti continuarono la loro pacata conversazione.
Continuò a camminare per il lungo corridoio e giunse in una seconda, grande sala. Alle pareti erano appese armi di ogni tipo: asce bipenni, lance, spade e scudi istoriati. Attorno al tavolo, vigorosi guerrieri dalle ricche armature lucidavano l’elsa delle loro spade, raccontandosi imprese di guerra.
– Il Re.. E’ tra voi? – chiese Alessandro trattenendo il fiato.
Un cavaliere biondo, alto come una quercia, lo guardò e scoppiò in un’allegra risata: – La Potenza delle armi è lo scettro del Re: questo si dice spesso, da noi. Ma in verità, esse servono solo a celare la Sua purezza allo sguardo degli impuri, che ne sarebbero travolti –
– Ditemi dunque come posso trovarlo! –
– Sarà lui a trovare te – fu la risposta.
Alla fine del lungo corridoio c’era un’ultima, grande sala. Alle pareti erano dipinti meravigliosi paesaggi, mai visti neppure in sogno.Una musica celestiale echeggiava tra le volte, mentre intorno al tavolo fanciulle di una bellezza angelica cucivano su lini candidissimi.
– Dov’è il Re? E’ qui? – chiese Alessandro, quasi implorante.
Una di esse alzò il capo dall’opera:
– L’Armonia è il trono del Re: questo si dice spesso, da noi. Ma in verità la Canzone può soltanto consolare il cuore in esilio della lontananza del Cantore… –
– Ditemi almeno come posso trovarlo! –
– Sei sicuro che Lui non ti abbia già trovato? – La fanciulla sorrideva stranamente.
– Certo che no! – rispose il gran re, infuriato.Voltò le spalle e se ne andò.
C’era una stalla nel cortile del palazzo. Sistemò un pagliericcio di fortuna e si sdraiò sfinito: il sonno lo colse quasi subito.
Il mattino dopo,quando si destò, non credeva ai suoi occhi.Il palazzo, la stalla, il pagliericcio, tutto scomparso: si trovava accoccolato ai piedi di un abete, le membra intirizzite dal freddo. Scese di corsa la china del colle: anche il villaggio era sparito. Solo, accanto al torrente, un vecchio pastore con le sue pecore all’abbeverata, lo fissava divertito.
– Che cos’è successo? – chiese Alessandro.
– Hai solo perduto un’occasione – fece il vecchio, – ma non ti crucciare, forse ne avrai altre… –
– Ma quale occasione, quale? Io non ho incontrato il Re! – esclamò con rabbia il sovrano.
– Sei sicuro? Non hai forse provato una grande pace, una gioia perfetta che faceva danzare il tuo spirito? Non si può conoscere queste cose se non si è al cospetto del Re, regnando con lui –
Alessandro proprio non riusciva a capire quel parlare per enigmi. Nessun Re si era trovato al suo cospetto, e quel pastore indubbiamente vaneggiava. Ma si sentiva inquieto, indispettito come dopo la più grave delle sconfitte: lui, che aveva conosciuto solo trionfi!
Tornò in Grecia e cercò di Diogene, il filosofo che passava per l’uomo più saggio del suo tempo. Costui viveva in tale povertà da dimorare in una botte: aveva abbandonata dietro di sè ogni cosa umana per cercare la sola umanità dell’uomo.
Si presentò a lui e gli raccontò ogni cosa. Diogene era sdraiato al sole ad occhi chiusi, in riva al fiume. Immobile, ascoltò la storia in silenzio. Alessandro terminò dicendo: – Filosofo, ti darò qualunque cosa se scioglierai questo enigma, aiutandomi a trovare il Re del mondo –
Il filosofo sollevò la testa e guardò il re con una certa curiosità:
– Perchè vuoi trovarlo? –
– Per condurlo nella mia reggia, naturalmente, e unire il mio regno con il suo. Qualunque cosa farò per te, se mi aiuterai! –
– Qualunque cosa? – chiese Diogene sempre sdraiato in riva al fiume: – Allora spostati di qui, amico, perchè tu mi nascondi il sole …- e tornò a poggiare il capo sulla sabbia, chiudendo gli occhi.

Sono belle immagini. Però si passa da una descrizione oggettiva ad una più intima senza che sappiamo di più delle modalità, per esempio, per capire una “melodia più antica del tempo” – però passi -; per capire il cuore che “sostava come rugiada nella corolla di un attimo interminabile” e come conobbe la pace;
(“Avevano le braccia cariche di covoni di grano, frutto della mietitura, e cantavano una melodia lenta e solenne, che sembrava più antica del tempo.Un bimbo scalzo e cencioso – bello era, e i suoi occhi puri come gemme – si staccò dal corteo e, tolta una spiga dal suo piccolo covone, gliela porse con un sorriso. Il cuore di Alessandro sostava come rugiada nella corolla di un attimo interminabile, ed egli conobbe la pace.
Ma presto la serietà del pensiero lo strappò a quella beatitudine”).
Poi, la serietà, detta in parole: “serietà del pensiero” – va bene ma… così, solo così? -; e una ridondanza: beatitudine/conobbe la pace.
Una fuga accennata – la fuga di Bach, pare, rimasta incompiuta. La distrazione, forse, il pensiero che portano altrove e guardano ai canoni e alla punteggiatura – senza riflessione -; una serietà esponenziale, e, pare, un’esposizione al minimo, tra effetto *flou* e chiaroscuro.
Per dire che mi è piaciuta questa storia.