Eterogenesi dei fini

È un’esperienza che capita a tutti: se misuro la distanza fra l’idea di futuro che avevo da ragazzo e il modo in cui il futuro di allora è diventato il presente di oggi, mi accorgo che tutto è cambiato, sì, ma in un modo ben diverso da come avrei voluto. A questo punto ho l’impressione di aver passato la vita a spingere nella direzione sbagliata, e ci resto male. Poi ci ripenso, dico a me stesso: “È l’eterogenesi dei fini” e il parolone complicato mi mette il cuore in pace.
Una volta, l’eterogenesi dei fini era difficile da discernere. Ai tempi di Catone il censore, o di Carlo Magno, o anche solo di Francesco Giuseppe, il progresso tecnologico era lentissimo, quasi impercettibile; le mode duravano decenni; le famiglie erano patriarcali e i figli riproducevano il modo di vivere che imparavano dai padri; le guerre seminavano stragi ma non cambiavano l’ordine delle cose. Per secoli e secoli il fatto che uno si sforzasse in una direzione e la realtà andasse da un’altra parte fu chiamato sorte, fortuna, Fato. La percezione dei cambiamenti sensati ma non governabili cominciò a manifestarsi verso la fine del diciannovesimo secolo. La rivoluzione industriale era già iniziata da più di cent’anni, ma la sensazione di un progresso capace di cambiare la vita quotidiana lo diedero soltanto l’automobile, il cinema, l’aeroplano e le scoperte di Marconi. Nel 1918 a leggere i giornali erano ancora in pochi. Nel 1939 la radio era diffusa in tutte le famiglie. A partire dal 1945 la futurologia entrò nella cultura popolare.
Superman e Batman sono nati in USA alla fine degli anni ’30, ma non avrebbero avuto successo senza la guerra. In un mondo che aveva visto per la prima volta cose come la V2, l’aereo a reazione, la bomba atomica, Superman prendeva un sapore di realtà. I viaggi interplanetari, gli impiegati che andavano in ufficio in elicottero volando fra i grattacieli, non erano più un sogno ma una possibilità concreta. I nomi di Einstein e di Fermi arrivavano all’uomo della strada insieme a quello di Werner von Braun. Chi faceva le elementari a Busto Arsizio leggeva i fumetti di Nembo Kid e pensava che un giorno sarebbe andato a vivere a Milano, dove avrebbe trovato grattacieli altissimi con ascensori atomici e piscine sul tetto, in mezzo alle nuvole. Se l’uomo era andato sulla luna nel 1969, dove sarebbe arrivato nel 2000? Il futuro, come lo si vedeva negli anni ‘50, assomigliava alla saga di Star Trek (ancora di là da venire) non tanto nei risultati quanto nella spinta verso l’esplorazione. Tutti erano convinti che l’espansione del genere umano negli spazi stellari avrebbe imposto l’unificazione degli stati sul pianeta, la fine delle guerre, della fame, dell’ignoranza. In fondo si sapeva che sulla Luna c’erano solo sassi ma si pensava che, se fossimo stati capaci di arrivare fin lassù, avremmo trovato il modo di sfruttare anche le pietre lunari.
Oggi chi si guarda intorno non vede neanche l’ombra della grandezza un po’ ingenua che immaginava da ragazzo. I cambiamenti non sono stati quelli che sperava, hanno investito settori impensati, hanno avuto conseguenze impreviste. In Europa la cultura di base ha raggiunto milioni di persone che cinquant’anni fa ne erano escluse, ma il livello culturale medio non sembra migliorato, anzi. Ai tempi di Catone, Carlomagno e Francesco Giuseppe, le persone in grado di prendere iniziative erano poche e la Storia sembrava circoscritta ai loro contrasti personali. Oggi la tecnologia mette miliardi di esseri umani in grado di diffondere i punti di vista più strani, gli interessi più sconsiderati, gli obbiettivi più demenziali, e di trovare simpatizzanti. La globalizzazione mediatica fa conoscere in tutto il pianeta i vaneggiamenti dei demagoghi e anche nella colta e scolarizzata Europa non mancano i cretini pronti ad accodarsi.
In questa situazione l’eterogenesi dei fini impazza. Quasi nessuno è in grado di imporre il suo ordine alle cose e i pochi che ci riescono non vivono abbastanza per garantirne la continuità. La Storia va dove vuole lei anche se ognuno cerca di tirarla dalla sua parte. L’ha sempre fatto. Quando gli attori sulla scena erano pochi, quello che la spuntava aveva buon gioco a dichiarare: “La Storia mi ha dato ragione!”. Oggi invece la moltiplicazione dei protagonisti ha smascherato la verità: la Storia non è una lavagna sulla quale ognuno può scrivere ciò che vuole, ma una realtà che interviene attivamente, visto che opera una sintesi di tutte le posizioni e quasi sempre si tratta di una sintesi così creativa da mettere ciascuno di fronte a situazioni che non aveva saputo prevedere.
Ma la Storia opera a caso o è guidata da un principio ordinatore?
È la stessa domanda che ci si pone a proposito dell’evoluzione. Come mai l’homo sapiens avrebbe eliminato l’uomo di Neanderthal e gli australopitechi, ma non lo scimpanzé? Perché Cesare ha sconfitto Pompeo ma non è sopravvissuto alla sua vittoria? Come mai la prima guerra mondiale ha prodotto nazismo e comunismo, che si sono combattuti e uno ha sconfitto l’altro, ma il vincitore ha finito per dissolversi?
Ognuno può trovare ottime ragioni per sostenere che la Storia e l’evoluzione procedono a caso oppure in vista di uno scopo. L’unica cosa sicura è che, nell’una e nell’altra ipotesi, lo scopo non siamo noi a deciderlo.

Un pensiero su “Eterogenesi dei fini

  1. luminamenti

    Beh, dopo aver studiato e dato esami di Storia ed essendomi appassionato alla Storia (è un piacere che continuo a coltivare), a me sembra che la Storia (preferirei scriverla in minuscolo), la fanno gli storici e gli storici sono un variante dello scrittore di narrativa (tanto più bravo tanto più si attiene alle fonti, documenti). La Storia penso serva a dare un Senso a ciò che non ne ha!
    Oggi, fortunatamente lo storicismo con accenti spesso persecutori non domina più. Majakovskji diceva che col materialismo dominante era sparita la materia. Con la dominazione storicista il senso della storia è sparito. La capacità di ricostruire dall’interno le vicende storiche di rado è stata così tenue.
    La cultura, come semplice sfoggio di nozioni e tentativo di mostrarsi all’altezza del presente, fatalmente si riduce a cortigianeria verso chi detiene il potere. L’unico punto d’appoggio per chi voglia liberarsi dalla stretta del potere è una nozione chiara di ciò che sfugge ai giochi della storia e del divenire.
    Purtroppo quando si dice così, la diseducazione metafisica porta a credere che s’intenda un qualche regno irreale di concetti vaporosi e indistinti. Invece, quando si parla correttamente di perennità o addirittura di eternità, s’intende ciò che è assolutamento istantaneo, che è così concreto da non poter essere compreso da nessuna formulazione, la quale è sempre una delimitazione nel tempo e nello spazio.
    Ciò che è storico ha una forma particolare dovuta alla sua situazione entro la storia, ma ciò che gli dà forma non rientra nella storia.
    La vecchia formula scolastica diceva che le forme formanti sovrastano le forme formate (questo mi susciterebbe un lungo discorso in merito al tema dell’evoluzione biologica), ossia che gli archetipi sono perenni e creatori rispetto alle loro tipizzazioni storiche.
    Questo concetto si può illustrare così: noi vediamo la realtà fluire come un film quando i ritmi delle nostre onde cerebrali corrispondono a quelli medi.
    Allorché entriamo in uno stato di meditazione profonda, questi ritmi diventano sempre più lenti, e la visione che abbiamo della realtà corrisponde a quella che si avrebbe di un film con un rallentamento parallelo della moviola.
    Alla fine, al momento dell’estasi, quando i ritmi cerebrali sono al minimo, è come se la moviola si fosse fermata, e l’inganno cinematografico fosse spezzato.
    Non che a questo punto noi ignoriamo che cosa sia la storia, siamo semplicemente penetrati nel suo segreto, in ciò che la muove.
    Non c’è diminuizione di conoscenza storica ma una penetrazione dentro la storia. Non siamo più vittime degli inganni dovuti alla fede nella storia. Siamo arrivati semmai al luogo dove si crea a volontà la fede in una versione o l’altra della storia.
    La conoscenza metafisica rispetto a quella storica è conoscenza della creatività rispetto alla conoscenza del creato, conoscenza del motore rispetto a quella del mosso, e del burattinaio rispetto alla conoscenza dei burattini.
    Naturalmente, chi rimane ipnotizzato dai burattini, crede che volgendo l’attenzione al burattinaio si perda qualcosa. Invece si acquista tutto!

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