Posto fra due guanciali di bambagia zuppi d’acqua, un fagiolo di certo non dorme.
In pochi giorni mette fuori una radice che si allunga, ramifica, spinge, mentre lui che l’ha nutrita avvizzisce. In capo a una settimana (poco più, poco meno) la radice svetta come il fusto di un albero; e attaccate ad essa ci sono le due metà del fagiolo, spaccato; sembrano due braccia scheletriche aperte nel gesto di chi si arrende o di chi sta appeso a una croce. Più in su altre due braccia, di un verde pallido, simili ad ali.

Povero fagiolino…
Buongiorno Roberto!
🙂
Cara Carla,
perché povero?
E’ la vita!
Siamo noi che nell’osservarla a volte confondiamo emotività e pietà.
Un caro saluto,
Roberto
se il seme non muore resta solo, ma se muore porta molto frutto
poverino perchè non è lui a decidere…
Sì! Lo facevo sempre da bambina. E sempre mi chiedevo cosa ci fosse di buono in un po’ di bambagia. Non era certo terra buona e nutriente… Quella voglia di vivere con niente era un piccolo miracolo e mi affascinava.
Le braccia potrebbero essere aperte in segno di vittoria. Non esiste per quello, il fagiolo?
1) Ma la piantina del fagiolo dopo va su ad alte quote, chi la ferma più….
2) Alle elementari, anche a me l’han fatto mettere il fagiolino nel cotone bagnato. Pratica bella e interessante, speriamo che qualche maestra la mantenga ancora.
3) Personalmente non credo ad una cosa che dà vita ad un’altra, magari “sacrificandosi” (che orrore!), ma a tutto che diventa tutto.
Cari amici,
grazie per aver ricordato quell’esperienza scolastica, suggestiva e formativa, che evidentemente anche altri maestri proponevano.
Secondo me la vittoria non esclude la pena; e l’orrore del sacrificio, per alcuni, cresce forse al pensare all’etimologia della parola che lo designa. Ma perché tutto diventi tutto, con o senza maiuscole, attraverso qualche cosa dovrà pure passare, o no?
Un caro saluto,
Roberto