La Storia ha due facce, o forse anche di più.
Chi cerca di “fare la Storia” (a cominciare dalla sua personale) ha spesso la sensazione di combattere con i mulini a vento, si trova a fronteggiare scenari nebulosi e caotici, ed è costretto ad affrontarli con lo stesso spirito con cui si va in battaglia: o si vince o si muore (perché se si perde e si resta vivi, si finisce in un lager o in un gulag, e forse è meglio morire).
Nello stesso tempo, chi prende in esame la Storia passata (compresa la sua personale) non può fare a meno di individuare una logica di sviluppo. Novantanove volte su cento non è quella che avrebbe voluto lui, ma la traiettoria balza agli occhi. A questo punto chi individua nella Storia una linea di tendenza è spinto a prevedere i futuri sviluppi e ad agire per “fare la Storia” in conformità con le previsioni. Se invece approfondisse i fatti compiuti, uno per uno, mettendosi nell’ottica dei protagonisti, dovrebbe concludere che a portare avanti la Storia non sono quelli che si attengono a un progetto razionale, ma gli opportunisti, i maneggioni, gli avventurieri in cerca di profitti personali. Gente pronta a cogliere opportunità di segno opposto con la massima disinvoltura.
Di solito chi cerca di mettere in atto un ideale di portata storica fallisce e cade nel dimenticatoio (a meno che quell’ideale non sia poi realizzato da altri, nel qual caso viene ricordato come un precursore, cioè come un velleitario idealista). La Storia ricorda i fallimenti solo in funzione delle vittorie. Ed è logico che sia così: ai posteri le idee perdenti interessano solo per sapere che hanno perso. I fallimenti (dalla Vandea a Bruto e Cassio, da Jan Hus a Pio IX, ecc. ecc.) la Storia tende a metterli in secondo piano. E così chi scorre la sequenza delle cosiddette vittorie crede di individuare la via del progresso e, proiettandola in avanti, si illude di avere in mano la chiave del futuro. È questo l’errore che ha spinto legioni di intellettuali a progettare sistemi sociali a tavolino, collezionando delusioni e disastri.
Forse la scuola andrebbe frequentata in un altro modo. Forse gli insegnanti dovrebbero avere un’altra impostazione mentale. Ma è un fatto che la Storia si disinteressa delle decadenze: quando viene meno la potenza di uno stato, passa a occuparsi di quello che le subentra. La Storia d’Italia ammutolisce davanti al cimitero politico di Seicento e Settecento, ricorda a malapena le guerre sbagliate dei duchi di Savoia, preferisce parlare di Arcadia e Accademie. Eppure anche chi resta indietro prima o poi viene raggiunto dal progresso. La Spagna si è autoisolata dall’Europa nel 1713 e ci è rientrata solo dopo il 1975: eppure, nonostante due secoli e mezzo di lontananza culturale, da quando ha deciso di rientrare in Europa ha impiegato pochi anni a rimettersi al passo. Segno che, pur avendo preso una strada tutta sua, a grandi linee si era avviata nella stessa direzione. Come è potuto succedere? Se allarghiamo la prospettiva dalla preistoria ai giorni nostri è evidente uno sviluppo tecnologico e civile che, nonostante deviazioni, inerzie e contraccolpi, ha potuto svolgersi con una certa coerenza. Come è stato possibile? Bisogna pensare che la Storia abbia delle ragioni che la ragione non ha.
L’affermazione può sembrare paradossale ma è giustificata da un fatto ben noto: se tre persone siedono allo stesso tavolo, per quanto distanti siano i loro punti di partenza, è probabile che discutendo trovino qualcosa di comune; se invece Tizio sale su un palco e parla a un migliaio di persone, non può svolgere un ragionamento: deve lanciare slogan, altrimenti non se lo fila nessuno. Più ampio è l’uditorio, più la comunicazione deve indovinare una difficile sintesi. Se ne erano già accorti i romani quando dicevano senatores boni viri, senatus mala bestia. Non entro nell’analisi del fenomeno e delle sue cause. Ma che sia così è un fatto.
Ebbene: gli esseri umani sono calcolati in più di sei miliardi e la globalizzazione ha messo tutti quanti in grado di farsi sentire. È vero che la voce di Jafaar al Darwish, pescatore analfabeta del golfo persico, ha un peso specifico infinitamente inferiore a quello del presidente USA; ma i Jafaar sono milioni, invece il presidente USA è uno solo. Jafaar non ha niente da perdere ed è pronto a tutto, mentre il presidente USA è legato a interessi contrastanti, elezioni, votazioni congressuali, corti supreme, pesi e contrappesi, ecc. ecc. Contraddire milioni di Jafaar è sempre faticoso, spesso inutile, qualche volta disastroso. Aggredire l’uomo più potente del mondo è sempre gratificante. Se ne sono accorti gli americani ai tempi del Vietnam e lo rifanno spesso. Ma se ne erano già accorti anche i romani ai tempi del basso impero.
Insomma, se si potesse rappresentare la Storia come una curva in un sistema di assi cartesiani, la sua espressione matematica sarebbe una funzione di (almeno) sei miliardi di variabili, ciascuna con forza e limiti diversi, ma mai ininfluenti, mai riducibili a costante. E non basta: oltre agli esseri umani incidono sulla Storia i cicli dell’economia, l’andamento delle annate agrarie, le catastrofi naturali, le variazioni climatiche di breve e di lungo periodo, la maggiore o minore disponibilità di fonti di energia, le invenzioni rivoluzionarie, il progresso tecnologico, le mode, le modificazioni del costume, le migrazioni, la demografia, ecc. ecc.
Ciascuno di questi ambiti di variabilità può apparire governabile, se lo si considera come fenomeno isolato; ma nessun fenomeno agisce come una coltura in vitro. Tutto si esplica all’interno di un complicatissimo flipper dove ogni azione provoca reazioni, interazioni e deviazioni: uno scenario che evolve in modi così imprevedibili da suggerire la famosa immagine del battito d’ala di una farfalla in Amazzonia che provoca un tifone nel Mar Giallo.
Quando si considerano tutte queste circostanze e si constata che, a dispetto dei fattori casuali, indipendentemente dai progetti di Tizio e di Caio, fra colpi d’acceleratore e colpi di freno, la Storia prende una direzione definita (seppure con modalità che nessuno può prevedere), bisogna concludere che “la Storia ha delle ragioni che la ragione non ha”.
E se questo è vero, pretendere di “fare la Storia” è megalomania. Si può prendere un’iniziativa, si può portarla avanti con grande determinazione, si può convincere un grande popolo a condividerla fino in fondo. Ma pretendere di modellare la Storia secondo un progetto più o meno razionale è fuori dalla realtà. Napoleone e Lenin (per citare i due che più hanno creduto di riuscirci) hanno messo in moto energie gigantesche. I loro sforzi sono entrati nella Storia, sì, ma la Storia non è andata dove avrebbero voluto loro.
Dunque: quali sono queste “ragioni della Storia”? Omero ed Eschilo parlano di un Fato al quale sono sottoposti anche gli dei dell’Olimpo. Più tardi, tra i filosofi stoici e negli ambienti ellenistici, per spiegare come mai la Storia vista a posteriori ha un senso che non è mai quello che i protagonisti avrebbero voluto, si cominciò a parlare di Provvidenza. Il concetto nacque in ambiente pagano e il cristianesimo se ne appropriò con grande profitto. Venne di qui l’esaltazione dei vincitori, degli unti dal Signore, dei re per grazia di Dio, e la corrispondente sottovalutazione degli sconfitti.
Del resto, concepire la Storia come moto dell’Umanità verso il Progresso, in stile Ballo Excelsior, non è molto diverso. Provvidenza o Magnifiche-Sorti-e-Progressive, dov’è la differenza? La domanda è un’altra: è corretto leggere la Storia in questo modo?
E la mia risposta è: cosa volete che vi dica? Io proprio non lo so.
Potete anche insistere: vabbe’, ma la Storia ha un senso oppure no?
Posso solo rispondere così: visto che oggi disponiamo di parecchie cose che l’uomo dell’età della pietra non era neanche in grado di immaginare, viene automatico dire di sì: certo che ha un senso. Solo che non c’è modo di scoprirlo prima, al momento di prendere decisioni (cioè quando servirebbe). Il senso della Storia salta fuori solo quando i fatti sono diventati, appunto, storia passata.
E allora come si fa?
Come si è sempre fatto: ci si arrangia. Ed è proprio in questo, nell’arrangiarsi di ciascuno secondo il suo criterio, che consistono il libero arbitrio e le connesse responsabilità.
La Storia non siamo noi
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