Prima di abituarti a Milano, Milano si è già abituata a te,
prima di abituarti alle strade che non hanno angoli precisi, perchè vanno un pò storte come gli pare, prima di abituarti a rovinare un’amicizia perchè a Milano non si lascia nulla di inconcluso, prima di abituarti a firmare un contratto e parlare di soldi, prima di abituarti che se ce la fai a Milano ce la fai dappertutto, prima di abituarti che a Milano si paga caro per mangiare male, prima di abituarti che qui la nebbia si appiccica ai bordi dei palazzi, prima di abituarti alle occhiaie tristi della cassiera all’autogrill di Cormano, prima di abituarti a inghiottire crostate di polveri fini, prima di abituarti al parcheggio multipiano e multicemento di Famagosta, prima di abituarti al capolinea della verde che sembra uno stomaco vuoto, prima di abituarti a questo intestino grigio che si riempie fermata dopo fernata, prima di abituarti a non guardare in faccia la gente nel treno, a non indagare se è vero che hanno il colorito come lo zafferano, anche se dicono che prendi il colore giallo solo i primi duetremesi, che poi dopo duetremesi la tua faccia si abitua e torna normale, prima di abituarti che la metà di quelli nello scomparto sono gialli di loro, thaicoreavietcong, e gli altri sono indupakibangladesh, prima di abituarti a ignorare la coppia peruviana che suona il banjo e dice grazie tendendo il cappello, prima di abituarti che è proprio vero che le ragazze di Milano hanno questo passo di pianura, quando scendono dalla metro hanno uno sguardo declinato retto su andatura marziale, prima di abituarti che in centro trovi anche gli autoctoni che devono esser lì da più di duetremesi perchè hanno la pelle normale, però spesso cotta di lampada, prima di abituarti a uscire alla Triennale senza farti spianare dalla gente che corre, prima di abituarti a prendere il tram giusto verso i Castelli, prima di abituarti a non prenderlo nelle direzione opposta, che ormai hai perso mezz’ora per tornare indietro e salire nella direzione giusta, prima di abituarti a questo tram con i rivestimenti di legno che scricchiolano insieme ai pensieri dei passeggeri, prima di abituarti che arrivi con 40 minuti di ritardo all’appuntamento e ti hanno già cercato al cellulare per avere notizie, prima di abituarti che c’è questo signore con gli occhialetti che è sceso in strada a fumare e parla al telefonino e quando alza lo sguardo verso di te non sembra neppure incazzato, prima di abituarti a salire e presentarti, prima di abituarti a non pensare al tuo accento tremendo, prima di abituarti a rilassarti, a pensare che ormai è fatta, prima di abituarti a chiacchierare con questo signore con gli occhialetti che al ritorno ti accompagna a piedi verso la Triennale, prima di abituarti che per accorciare si passa in mezzo al parco, prima di abituarti che lui non conosce Il padrone di Parise, però tu non hai letto La morte in banca di Pontiggia così siamo pari, prima di abituarti a non distrarti a guardare due che si baciano seduti su una panchina, che poi non si baciano soltanto è che limonano proprio, cioè vedi il guizzare roseo tra le mandibole tese, la guancia della ragazza percorsa dal di dentro da una specie di pallina che si sposta veloce, poi saltella di fuori e c’è questo sfregamento di punte che ancora un pò e si accendono come un fiammifero, prima di abituarti che è una vita che non vedi due che limonano, che l’ultima volta sarà stato a un festino del liceo, e ora ti ricordi che quel festino era a casa tua e i due che limonavano erano sul tuo letto, però non ti ricordi che cazzo ci facevi a guardare due che limonavano sul tuo letto, che poi quella volta non eri manco bevuto, preoccupato com’eri di quanto erano bevuti gli altri, dico, come si fa ad essere così idioti da fare una festa e lasciare libero accesso al mobile bar? ed era Frank quello che si era bevuto genepy e maraschino vomitando poi il tutto sul davanzale della finestra nella camera dei tuoi? prima di abituarti a questo signore con gli occhialetti che dev’essersi accorto che per un attimo sei andato da qualche altra parte, prima di dimenticarti dei due che limonano sulla panchina e di quegli altri due che limonavano sul tuo letto, allora ti rendi conto che forse ti stai abituando anche a Milano,
che tanto Milano si è già abituata a te.

milano è l’orrore più dolce.
saluti,
rs
e il panettone è il dolce più orrifico.
ricambio,
P.
Milano,ottobre 1989,pochissimi giorni,due o forse tre,cielo grigio tipo cappa di piombo,aiuto mi manca il respiro,casa di mia cugina,balcone,ancora cielo grigio e vestiti che sembrano biscotti.Palazzo Congressi,poi passeggiata,e poi ancora cielo grigio.Sono quasi scappata e mia cugina,prima di abituarsi,si è preso un bellissimo esaurimento.Adesso è ancora lì e forse con Milano ha fatto un patto di reciproca comprensione,ed io sono ancora qui,appartengo a quelli che non sanno vivere senza il mare e il sole.O forse che non sanno vivere e basta.
un caro saluto
jolanda
p
se resisti a milano ce la fai anche a new york.
saluti,
rs
Credo di si,Egregio,io però non posso fare paragoni.La città più lontana che ho intravisto è stata appunto Milano.
cari saluti
jolanda
A nuovaiork ebbi la fortuna di andarci nel lontano 1993. Ci tornerei anche a nuoto, altro che Melan..
Ciao
P.
Milano è lontana, e vicina,
Milano è un roba dell’altro mondo,
dove gira il cavallo imperatondo
il cavallo d’argento lire cinquecento,
dove andavo a mangiare in una osteria
a la Porta Cicca coi muratori,
che la Darsena non niente trendy,
c’erano in bicicleta i poveracci
come quelli di Jannacci,
c’era il tram sghangherato in via Torino,
lì mi andavo a fare un vino,
poi anche vicino alla Besana
ho mangiato, tra una statua e un busto,
trippa e ossobuco per una settimana,
mi piaceva quel girare storto,
abituato alla dritte di Torino,
poi quando han detto ch’era da bere
han preso tutti pel sedere,
e io ho perso l’abitudine all’ossobuco,
mi son rinchiuso dentro un buco
a vedere cosa succedeva,
e non è ancora sera
Bravo Paolo, gran bel pezzo!!!!
Bel pezzo.
Brividi. E lacrime agli occhi. Milano manca. Anche se non la cerchi più è lei che ti viene a trovare. Milano, chi l’avrebbe detto che me ne sarei innamorata? Come tutti gli amori abbandonati e mai finiti si è accoccolata dentro e ogni tanto si fa sentire. A volte consola, a volte fa male.
Grazie Luce,
per una Milano accoccolata c’è una Torino scivolata via.
Ciao
P.
Anche scivolare via non è andarsene. Scivolare via è lasciar dietro di sè un rumore, come un fruscìo dei vestiti, una sensazione, come di un palmo umido e freddo che non riusciamo ad afferrare, uno sguardo, il nostro, intento a seguire un punto che si perde all’orizzonte. Scivolare via è dolce, è un modo di restare. Quando si va via invece spesso non si guarda nemmeno indietro, nessun odore, nessun rumore, nessun ricordo.
Grazie a te Paolo.
Ciao
L.
Mario,
a proposito di Torino,
hai già mangiato a Villa Sassi?
sapessi che salassi!
e il gianduia di Fiorio?
piaceva pure alla figlia di Iorio.
Ciao
P.
Milano è bellissima, romantica, sfaccettata, certo bisogna conoscerla bene, e anche sapere scrollarsi i luoghi comuni, come un cane si scrolla l’acqua quando si bagna. Signorina Luce, ritorni fra noi!
Caro Paolo,
Villa Sassi so appena dov’è,
le mie trattorie son quelle
da 10 € prezzo fisso,
vado da Santo ‘l calabrisi,
che mi fa l’amatriciana da muratore,
2 hg, de pasta maravigliosa,
poi da Mansur il giordano,
odore di Petra, oasi e deserti
Mario,
Villa Sassi la conosco solo di fama,
voglio l’indirizzo di Santo ‘l calabrisi!
Ciao
P.
Grazie Paolo, bellissimo pezzo! Mi ricorda un mio racconto che viceversa iniziava così: “Abbiamo lasciato Milano da due anni. Lei però ci aveva lasciato già da molto prima.”
Quando a volte mi accorgo di avere ancora quel “passo di pianura”, mi fermo subito!
fem
Brava fem,
e poi con il passo di montagna si scalano le vette..;-))
P.
quando un’automobilazza superò me e mia figlia in passeggino in una stretta via, le dissi “chi va piano va sano e lontano” e lei ribattè “e chi va veloce va vicino?”
saggezza e coerenza logica ineccepibile di bimba 🙂
fem