[Questo racconto è apparso nell’antologia natalizia di vibrisselibri, liberamente scaricabile dal sito della casa editrice]
Ma sai com’è, ultimamente mi piace fraintendere.
Mi chiedo ancora se ci sia un motivo valido per cui sono qui, ora. Non capisco la sua insistenza a voler restare sola. Sono a venticinque ore di volo da casa solo perché lei non ha voluto sentire le mie ragioni.
Quando sono arrivato a Rotorua la prima cosa che mi ha colpito è stato l’odore di zolfo che permeava tutto. Ogni millimetro quadrato, ogni immagine. Persino i cigni neri che ondeggiavano vicino alle sponde del grande lago.
Orribili, appena li ho visti ho rabbrividito. Forse perché mi sembravano l’immagine dell’inerzia: si lasciavano portare dal flusso dell’acqua senza opporre resistenza.
Naturalmente sarei potuto rimanere nei paraggi, quantomeno in Europa.
Guarda che me ne vado dall’altra parte del mondo!
Quello che fai non mi riguarda più, aveva risposto lei, stringendosi nelle spalle. Mi ha rivolto la schiena e ha continuato a scrivere al computer. Se solo avessi cancellato le e-mail ricevute nelle ultime due settimane, Alice non avrebbe scoperto nulla. Avrei avuto voglia di piantare un pugno in mezzo allo schermo del computer. In effetti, però, quella che avrei desiderato mandare in frantumi era la faccia imperturbabile di Alice.
Eppure lo sapeva che erano solo avventure senza importanza. Glielo avevo detto.
Tu hai frainteso.
Può darsi, Roberto, può darsi. Ma sai com’è, ultimamente mi piace fraintendere.
Dai, Alice, è Natale. Per poco non sbattevo il piede per terra. E ho pronunciato Elis, all’inglese, nella sua lingua, come so che piaceva a lei.
Non mi ha risposto. Ha continuato a scrivere. Non aveva nemmeno paura che la potessi prendere a schiaffi, malgrado sulla guancia sinistra abbia ancora una minuscola cicatrice a y.
Vedo che non mi capisci.
Si dice: “vedo che non mi sono spiegato”.
A Rotorua non c’è altro da fare che andare al Whakarewarewa Thermal Reserve a vedere i geyser. So già che i vestiti mi si impregneranno di zolfo, la puzza lì è asfissiante. Continuo a chiedermi se sia valsa la pena di partire per soli dieci giorni per andare agli antipodi. Anzi, per dimostrarle che sono un uomo di parola.
Ho prenotato questa experience alla mia agenzia di viaggi di fiducia. Ho in mano un opuscolo, vedo che l’experience in questione si chiama Mai Ora: «un modo eccitante e divertente per conoscere le tradizioni e i riti maori». Nel prezzo dell’experience sono compresi uno spettacolo con danze e canzoni maori e una cena a base dei i loro piatti tipici. «La Whakarewarewa Thermal Reserve sorge sul terreno di Te Puia, luogo in cui fu eretta la più inespugnabile fortezza maori e in cui i maori tuttora vivono, e cucinano, sfruttando l’energia geotermale del posto», leggo. Non che queste informazioni mi cambino la vita.
L’uomo che s’incarica di farci da guida attraverso il Whakarewarewa è di carnagione ambrata, ha gli occhi lievemente a mandorla, e un fisico rotondo. Ha i capelli lunghi e nerissimi, bagnati, e sia la testa che il corpo sono due sfere appoggiate una sull’altra. La sua voce è un sussurro, eppure tutti la sentono. Parla inglese, e io non capisco niente.
Vuole che cantiamo assieme a lui una canzone maori. Vedo le parole scritte sull’opuscolo, con la traduzione in inglese. Per me è comunque arabo.
E Ihowa Atua, O ng? iwi m?tou r?, ?ta whakarongona;
Me aroha noa. Kia hua ko te pai;?kia tau t? atawhai;
Manaakitia mai?Aotearoa.
O Lord, God of nations and of us too
Listen to us, cherish us; let goodness flourish; may your blessings flow.
Defend Aotearoa
Mi sembra una musica molto dolce. Tutti i turisti, in maggioranza australiani o americani, si prestano a questa pagliacciata, imitando i movimenti del maori che fa ondeggiare le braccia in alto. Io non ne ho voglia, rimango zitto e continuo a leggere distrattamente l’opuscolo. Una signora bianchiccia, con i capelli tirati indietro in una crocchia bionda, mi lancia un’occhiata di disapprovazione.
?na mano t?ngata kiri whero, kiri m?, iwi M?ori, P?keh?, r?peke katoa,
Nei ka tono ko ng? h? ?M?u e whakaahu k?,
Kia ora m?rire Aotearoa.
Let all people, red skin, white skin, Maori, Pakeha, gather before you
May all our wrongs, we pray, be forgiven
So that we might say long live, Aotearoa
Mentre loro cantano quello che ho scoperto essere l’inno nazionale maori io mando un messaggio ad Alice: sono le dieci del mattino, in Italia le dieci di sera. Di sicuro lei è ancora sveglia: è una nottambula.
Te la sei voluta. Qui è tutto magnifico, potevi venire con me invece di rimanere sola a Natale.
Lo sferico maori ci conduce attraverso un percorso in pietra costeggiato da pohutukawa, quello che in Nuova Zelanda chiamano the Christmas tree, e che in verità ha poco a che fare con il nostro abete. Il pohutukawa è imponente, con una chioma rigogliosissima e fiori rosso sangue che sbocciano proprio tra novembre e gennaio, sovrapponendosi quasi completamente al verde delle foglie. L’Isola del Nord ne è piena. I turisti osservano i pohutukawa con espressione meravigliata. Mi chiedo cosa ci sia di tanto speciale. È il 24 dicembre, fa caldo, il sole sta sciogliendo ogni mio poro. Cammino con la camicia appiccicata alla pelle, e rivoli di sudore sul collo e sulla fronte che mi rendono nervoso e mi fanno sentire a disagio. Non capisco come si possa chiamare Natale questa specie di aberrazione.
A destra e sinistra del percorso, dove noi, obbedienti pecoroni, ci siamo incanalati, ci sono piccole e grandi pozze di acqua solfurea che sobbollono. Arriviamo a un vero villaggio Maori: la nostra guida ci mostra dove si cucina, ci spiega l’architettura delle case, ci indica dei piccoli geyser che si innalzano da terra. Sono ovunque.
Alice non ha ancora risposto. La sua indifferenza mi manda in bestia. E, strano a dirsi, l’odore di zolfo, più che mai penetrante qui, mi sta facendo venire fame: mi ricorda il profumo di un barbecue. Sento lo stomaco dilatarsi, accogliente. Negli ultimi due giorni ne ho visti parecchi di barbecue: è la tradizione, da queste parti. Una grigliata in giardino è il loro pranzo di Natale. Mi stringo nelle spalle e sospiro.
Manca ancora parecchio alla cena di questa sera.
Il gruppo torna su suoi passi, diretta al Pohutu Geyser.
Non avrei mai creduto che sarebbe stato così faticoso: altro che experience, la Whakarewarewa Thermal Reserve è immensa. La sferica guida ogni tanto ci concede di sederci su qualche panchina disseminata qua e là.
Decisamente Alice non ha risposto. Mi chiedo cosa stia facendo. Mi chiedo se faccia freddo in Italia. Qui il concetto di “freddo” pare inesprimibile. Non arriva alla mia mente, non corrisponde a nulla di reale. Certo, sono dall’altra parte del mondo: non c’è niente di normale, qui.
Mando ancora un messaggio ad Alice: è mezzogiorno, ormai.
È inutile che fai l’indifferente: tanto lo so che ti stai mangiando i gomiti. È dura non voler ammettere di avere torto, eh?
Mentre digito, la signora bianchiccia con i capelli tirati indietro in una crocchia bionda mi passa davanti. È sottobraccio a un uomo flaccido e in bermuda, con un binocolo al collo. Abbassa lo sguardo verso di me, ha gli occhi stretti a fessura.
Io alzo la testa, sentendomi osservato. Le sorrido, con espressione cordiale, e le dico: Che cazzo hai da fissare, rompicoglioni? Ho già capito da un bel po’ che è tedesca.
Lei si fa infilzare la guancia sinistra dall’angolo della bocca: è un accenno di sorriso. Poi passa oltre.
La sferica guida maori ci invita a proseguire il cammino. Stiamo per arrivare al Pohutu Geyser. Dicono che erutti ogni ora, dicono che il getto arrivi fino a trenta metri. Dicono che non sia il caso di avvicinarsi troppo, eppure c’è sempre una cortina di persone che vogliono farsi la foto davanti al geyser più attivo della Nuova Zelanda.
Non posso evitare di notare che lo scenario, in effetti, è suggestivo: c’è persino un pohutukawa sullo sfondo, proprio dietro al geyser, e la macchia rossa sulla chioma ha un effetto ravvivante sul marrone delle collinette solfuree.
M’infilo nel varco lasciato libero da due turisti americani, fermandomi davanti al parapetto. Il maori dice che manca poco all’eruzione. Io spero di rinfrescarmi un po’, sono madido di sudore. Spero che mi arrivi qualche schizzo. Non mi sono mai sentito così appiccicoso, così sudato. Ho una specie di malessere addosso che mi impedisce di rilassarmi e di muovermi normalmente.
Alice non risponde.
Perché sono venuto fin qui?
Nell’attesa le mando un altro sms: Non sai che dire? Ti mancano le parole? Non so se hai capito che potrei anche non tornare più…
Con la coda dell’occhio vedo qualche piccolo getto cominciare a innalzarsi dal terreno. Gridolini dei turisti. Due bambine talmente bionde da sembrare albine indicano un punto alle mie spalle.
Il cellulare vibra nella mia mano.
Quello che fai non mi riguarda più. P.S. Si dice: “Non so se mi sono spiegato”.
Le due bambine bionde sgomitano per guadagnare la prima fila. Una di loro mi pianta un pugno nello stomaco che mi mozza il fiato e mi fa piegare in due dal dolore.
Non mi accorgo nemmeno dell’esplosione del Pohutu: un secondo dopo sono completamente fradicio, l’acqua calda ha acuito il mio malessere invece di placarlo, e mi rendo conto che è vero, che non avrei dovuto avvicinarmi così tanto.

Esotico e terragno il giusto. Ottima la misura, toglierei soltanto il fiato mozzato che, in quel contesto, suona un po’ da Corriere dello Sport. Magari si leggessero più racconti come questo (e meno romanzi, anzi nessuno, specie nell’anno che è già uscito Menendèz Salmòn e sta per uscire Giuseppe Conte, no? Esclusi i romanzieri leggenti, va senza dire; se pure ne sono)
Grande Gaja! Il tono perfetto, l’unico adatto a questa situazione. E anche piuttosto maschile, direi. Sarai mica un po’ strega?
bello il titolo!
d.
ps.
questa gaz la capisci solo tu.
Rivolgo un saluto deferente al mio unico critico di riferimento Giovanni.
Come mi piacciono gli scrittori che scrivono racconti al femminile e scrittrici al maschile. E’ una concezione… generosa della scrittura. Brava Gaja.
mi associo ai complimenti
bello questo schizzo sulla nemesi dei gonzi. 25 ore di aereo per autoesiliarsi in una dannata fornace a mimare le movenze tradizionali di una banda di commercialisti assatanati. impacco di turisti. e alfin smerdati dal geyser delle 12 e 55. inferno nei mari del sud. bello e divertente.
Brava Gaja,questo tuo racconto itinerante,agli antipodi tra luoghi reali e luoghi dell’anima è molto interessante.Oserei dire,benchè uno scritto si rivolga a tutti,che il destinatario ideale è sempre lui,l’uomo con le sue false certezze e con la presunzione reiterata del “forse non hai capito”…
Quando imparerano,essi,gli uomini,che dire “forse non mi sono spiegato”,forse,ma molto forse,gli antipodi potrebbero avere un fuso orario più corto.
ti abbraccio
jolanda
@Ohannès: grazie. In realtà il racconto non è la mia forma espressiva d’elezione, mi sento più a mio agio con i romanzi, benché ultimamente io prediliga la sintesi.
@Richard TLH: era proprio quello che volevo, usare le parole come le usano gli uomini, e grazie per averlo notato e apprezzato, quindi. strega? hai ancora qualche dubbio? d’altra parte, mi chiamo Mab!;-)
@Demetrio: a te grazie per avermi aiutato a scegliere il titolo, sì! quello precedente non era granché…
@Mauro: sei gentilissimo. È esattamente quella che hai espresso tu, la mia concezione della scrittura.
@Nadia: i tuoi complimenti sono davvero preziosi e particolarmente graditi.
@Your Cat: grazie. Per te croccantini e baci di prima qualità (non del discount, ovviamente!);-)
@Jolanda: cara, mi hai capita in pieno. è una vita che mi metto “nei panni di”, tentando di comprendere che se fa così, è perché… ecc. ecc. le parole sono importanti, ed è fondamentale saperle usare, in certe circostanze. altrimenti diventano pietre (come anche il silenzio, naturalmente). ti abbraccio forte.
è vero: non avresti dovuto avvicinarti così tanto e tirare la corda così tanto e pensare di farla franca così tanto e fare il cafone, non solo linguisticamente, così tanto!
gaja: meno male che la misura breve non è per te. io dico che il racconto è una lunghezza che ti calza a pennello (fermorestando tutto quello che tu abbia voglia di scrivere) questo perchè sempre dici un po’ meno di quello che “serve”: i lettori si aggiustino. a me…me piace!
lu
Lulù, e che posso risponderti a parte che sei un tesoro e che ti sono grata per la lettura e l’attenzione? un abbraccio forte (altro che mammoletta ;-))