Il disincanto delle Sirene, ovvero metamorfosi degenerativa dell’Arte attraverso i paradigmi mitici greci.

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di Fabrizio Corselli

Come una eco lontana e sepolta tra le vetuste macerie del pensiero, che s’insinua tra le parole della Pizia mentre sé interroga sulla verità delle cose, così cade il timone e la chiglia della ragione al pari di una nave durante la tempesta, naufragando quieta tra le illusorie parole di Cassandra, sibilla. Un’illusorietà, questa, che ben s’addice alla condizione artistica, contesa dall’una e dall’altra parte, da una molteplicità di falsi profeti che parlano con tracotanza per bocca dei loro superiori. Uno stato dell’incubazione quasi in deliquio per l’agognato accesso a quell’enkoimeterion dove i sogni prendono forma e le volontà dell’atto superiore conseguono il proprio corso;
ma il risveglio è lì che aspetta l’infedele per essersi destato da un sonno apparente ancor prima che siano stati dispensati i voluti oracoli. L’artista ha lasciato da tempo immemore il tempio della divinità ARTE per erigere ed innalzare a se stesso are pagane che perpetuino quella dimensione cultuale dell’ego, che purtroppo è ben lungi dall’essere accostata al termine di “narcisismo”, inteso una volta per tutte nella sua più solenne accezione di preservazione della personale integrità artistica. Se stessa più non concede al riflesso di uno specchio dorico, la spumeggiante Afrodite, poiché il Bello s’adagia tra l’illusione di un’imitata tragedia, siffatta per incantare il pubblico e il regno umano con la magia del teatro.

D’erica l’artista più non si nutre e del fiore di Asfodelo è già pasciuto e sazio, poiché egli non aspira alla gloria solenne e pacata dei Campi Elisi, ma attende con trenodica speranza che la barca di Cheronte tocchi l’ultima sponda, designando la morte dell’Arte; una sponda ultima, questa, non lambita da un serto di aureo ulivo ma ancor più soffregato dall’erba cinerea dei campi di Stinfalo. Codesta imbarcazione, la si osserva divergere verso miasmi e flutti che conoscono soltanto la ragione del ricordo e dell’oblio, verso zone oscure della mente in cui il fiume Lete lenisce il dolore di memorie ormai perdute nel tempo; memorie, sì, perdute e coperte dal tempo perché nel disvelarne la verità sottesa potrebbe esser annientato ogni intelletto, assuefatto alla visione di una realtà imposta da colui che in alto si erge. Tra le buie profondità del Tartaro e di Oinos, Euridice conduce la sua vita imbelle, al cospetto di ciniche verità assolute, infrante e rinnovate dai supplizianti ivi presenti, nell’attesa che Orfeo la conduca fuori da quell’abisso che continuamente concilia e feconda l’illusione di possedere tutto e in poco tempo, non più adeguandosi alle leggi meccaniche della natura; questa, la sottile piaga del genere umano e che nell’Arte trova il suo paradiso iperboreo.

Così lo scudo viene scosso e percossa l’asta di Atena Promachos nel designare la vittoria e la sconfitta in battaglia; nessun eroe sul campo ad attestare il coraggio dell’uomo, una battaglia già persa in partenza quella dell’Arte, in cui un alito di vento, d’Eolo progenie, solleva le propaggini di uno scudo e di una veste appartenuti a coloro che hanno sacrificato la propria vita per un ideale. L’Arte è un ideale, non un punto d’arrivo o un dono da usurpare altresì agognare, come il conferimento dell’immortalità da parte di un dio. Poiché chi detiene il potere di vita e di morte sull’artista, è colui che al pari di Zeus, seduce e abbandona il nymphos della creazione, asservendola ad una superficiale e temporanea effusione del momento.

La bidimensionalità illusoria dell’Arte non tarda a colpire e discende Nemesi gli scalini di un fato che non appartiene al mondo mortale, poiché lo strale incocca verso il reo, non per propria mano ma per mano di Era, della quale conquista il vello.

Così Callisto è la prima a cadere non per gli ordini e i voleri della madrina di tutti i numi, ma solo per uno scherzo del destino, per di più dispensato dalla mano tesa di colei che in tal situazione fu regina d’Arcadia e mentore. Questo è il prezzo che uno scrittore, o artista che sia, paga per il rifiuto o il diniego d’assecondare la voluttà espressa dal giogo e dall’arroganza dell’egemonia celeste. L’affabilità ninfale dell’arte cela dietro di sé una falsa e pericolosa disponibilità ad esser compresa e posseduta da tutti, una concessione, sì visibile ma non tangibile; e allorquando tale palpabilità si fa più vicina come la fiera Callisto non disvelata ad Artemide arciera nel culminante atto della sua fine, la Morte, ecco sovviene.

In un secondo tempo, uno straniero si fa avanti, sotto mentite spoglie, e così lo ius primae noctis reclama al pari della prostituzione sacra in Babilonia, mentre la sua figura viene fatta a brani dalla pura bestemmia di coloro che s’agitano come donne ciconie in qualità di baccanti a Dioniso care, nel credere di fare arte; e invece soggiacciono alle tentazioni d’onirica lusinga delle sirene, come equipaggio disciolto al ramo maestro di una nave in balia di muse aptere. Cessato il canto d’incantata forgia, le creature del mare ritrovano la loro vera essenza in coloro che detengono il potere della parola, i quali, adesso, si svestono delle loro amorfe sembianze di semplici mortali per riprendere le chimeriche maschere di déi che intellegiscono dall’alto del loro Olimpo critico. E sempre dal monte più alto, Pan estromettono, in quanto degli déi il più brutto e goffo ma che in sé l’infinito trattiene affinché l’armonia del cosmo si mantenga eterna. Il terrore panico si diffonde nei loro cuori, perché la visione di ciò che rappresenta il vero potrebbe annichilirne per sempre le menti, fagocitandone i pensieri al pari delle fauci di Urano: l’uomo ha sempre avuto paura dell’infinito e di tutto ciò che ad esso è legato, di ciò che non trova chiaro e distinto, compreso l’atto della creazione.

Alcuni di questi saggi prendono il nome di Cloto, altri di Lachesi ed ancora di Atropo, intessendo auree lodi, sviluppando e allungando la vita del loro protetto, finché terminato il proprio ciclo di estatica adorazione, il filo dell’abbondanza e dell’abuso viene reciso. La vita di un artista finisce ed un’altra vita inizia, perpetuando il ciclo inarrestabile dell’”Arte”.

S’apre adesso la volta celeste e cede il passo ad Eurinome dea di tutte le cose, la quale nella ricerca di un posto dove poggiarvi i piedi, divide il Caos in due metà, Cielo e Terra, compiendo con enfasi un’armonica danza sulle onde. Alle sue spalle, il fertile Vento di Borea incede con agitato moto, non permettendo che esso venga soffregato dalle mani del nume femminile, pertanto generando gli elementi costitutivi del mondo; così l’artista, al pari di Eurinome, in sé divide l’essenza del vero e del reale, allontanandosi dal perpetuo moto delle onde e solo percependo quell’afflato eolico dell’Arte che trapassa il suo corpo e sfugge, fecondandolo senza l’ausilio di una levatrice mortale.

A questo punto, io mi chiedo: esiste ancora, in questa società, un futuro Prometeo che riesca a rubare ad un falso mondo il fuoco della ragione… ma ancor più dell’Arte?

Un pensiero su “Il disincanto delle Sirene, ovvero metamorfosi degenerativa dell’Arte attraverso i paradigmi mitici greci.

  1. violaamarelli

    mon dieu, manca solo Ananke…!!Coraggio, da scrittrice di Pizie Le posso solo indicare, all’Eraclito, “conosci te stesso” e “nulla di troppo”, poco prometeico lo so, ma le pizie erano femmine, concrete…, un saluto e grazie per l’excursus, Viola

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