Israele ospite del Salone del Libro di Torino 2008

torino.jpg Con questa firma esprimiamo una solidarietà senza riserve nei confronti degli organizzatori della Fiera del libro di Torino, nel momento in cui questo evento di prima grandezza della vita letteraria nazionale viene attaccato per aver scelto Israele come paese ospite dell’edizione 2008.

L’appello a cui aderiamo s’intende apartitico, e politico solo nell’accezione più alta e radicale del termine. Non intende affatto definire uno schieramento, se non alla luce di poche idee semplici e profondamente vissute.

In particolare, l’idea che le opinioni critiche, che chiunque fra noi è libero di avere nei confronti di aspetti specifici della politica dell’attuale amministrazione israeliana, possono tranquillamente, diremmo perfino banalmente!, coesistere con il più grande affetto e riconoscimento per la cultura ebraica e le sue manifestazioni letterarie dentro e fuori Israele. Queste manifestazioni sono da sempre così strettamente intrecciate con la cultura occidentale nel suo insieme, rappresentano una voce talmente indistinguibile da quella di tutti noi, che qualsiasi aggressione nei loro confronti va considerata un atto di cieco e ottuso autolesionismo.

Raul Montanari

Aderenti:

Daria Bignardi

Gianni Biondillo

Loredana Lipperini

Tiziano Scarpa

Gian Paolo Serino

Luca Sofri

13 pensieri su “Israele ospite del Salone del Libro di Torino 2008

  1. Sparz

    personalmente ben mi guardo dall'”esprimere una solidarietà senza riserve nei confronti degli organizzatori della Fiera del libro di Torino”, per le ragioni che non ho voglia di riscrivere qui, visto che sono già scritte molto bene in http://www.nazioneindiana.com/2008/02/06/domande-scomode/#more-5293 e
    http://www.nazioneindiana.com/2008/02/06/vattimo-sul-dibattito/
    Giusto per la chiarezza. Altra cosa naturalmente sarebbe stata se i sullodati organizzatori avessero congiuntamente invitato Israele e la Palestina, su un piano accuratamente paritario

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  2. senza discutere

    Cestinare senza discutere
    La Fiera del Libro di Torino e il boicottaggio

    Sollecitato a scrivere sull’inqualificabile contestazione dell’invito rivolto quest’anno a Israele — come è accaduto in passato e accadrà in futuro nei confronti di altri Paesi — a partecipare quale ospite d’onore alla Fiera del Libro di Torino, mi ero astenuto. Mi ero astenuto perché ritengo che si possa e debba discutere di ciò che magari avversiamo ma consideriamo degno e dunque avente il diritto di esser preso in considerazione, ma non di proposte, proteste, affermazioni o negazioni insensate e inaccettabili, che vanno semplicemente considerate irricevibili e cestinate. Un proverbio viennese dice che certe cose non vanno neppure ignorate, perché già ignorarle è troppo. Discuterne, anche rifiutandole, contribuisce a dar loro consistenza e spessore, come una signora che si fermasse per strada a dimostrare la sua virtù a uno screanzato che l’apostrofasse con termini irripetibili.

    Tale è il caso della penosa pagliacciata contro l’invito di Torino. Purtroppo se ne è già discusso tanto, gonfiando il pallone, e non saranno certo queste mie irrilevanti righe a far troppo danno ulteriore. Non è il caso, in questa circostanza, di chiamare in causa grandi problemi, il diritto di Israele a una piena e riconosciuta esistenza, il diritto dei palestinesi a un loro Stato e a piena dignità di vita dovunque vivano, anche in Israele, né la grandezza letteraria degli scrittori invitati quest’anno, quali Yehoshua. Non è neppure il caso, in tale circostanza, di criticare o approvare la politica dell’uno o dell’altro governo israeliano o di altro Paese, arabo o no, o dell’autorità palestinese, come non sarebbe il caso di discutere la guerra in Iraq o il carcere di Guantanamo se a Torino fosse il turno degli Stati Uniti e dunque di Philip Roth o DeLillo anziché di Oz o di Grossman. Quando, due settimane fa, la giuria del Premio Nonino, di cui faccio parte, ha premiato — su proposta di Peter Brook, il grande regista di famiglia ebraica — Leila Shahid, rappresentante dei palestinesi presso la Francia, l’Unesco e l’Unione Europea, nessuno si è sognato di protestare, ma anche se qualche scervellato l’avesse fatto, non avremmo perso certo tempo a rispondergli. Così si sarebbe dovuto fare in questa circostanza. Liberissimo ognuno, ovviamente, di boicottare la Fiera del Libro di Torino ossia di non andarci, perché non è un obbligo di legge. Ma se qualcuno dovesse cercare di impedire con la forza ad altri di andarvi, dovrebbe esserne impedito con quella forza che, nelle democrazie, è monopolio dello Stato e non della piazza, alla quale si appellano — anche di recente in Italia — solo demagoghi di basso rango.

    Claudio Magris

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  3. francescomarotta

    Anche alcune adesioni acritiche, senza un distinguo nei confronti di “politiche culturali” (!) biecamente commerciali, da un lato, e propagandistiche, dall’altro, andrebbero considerate “atti ciechi” e “ottuso autolesionismo”.

    Della serie: il vizio di considerare “idioti” (quando va bene) coloro che non si adeguano, è duro a morire. Così come di bollare, preventivamente (cfr. il signor Magris), come “violenti” quanti manifestano il loro dissenso.

    Cosa succede se uno scrive, ad esempio, che esprime la massima solidarietà a quanti considerano questo manifesto una carnevalata?

    fm

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  4. mariobianco

    Sarebbe stata buona cosa, segno di pace, dedicare la Fiera alla terra di Palestina intera, detta “Terra santa”, senza confini, scrittori semiti di varie espressioni di quella meravigliosa, antichissima, travagliata terra,
    secondo me

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  5. Valter Binaghi

    Daccordo con Sparz, per una volta.
    Come l’invito a Ratzinger da parte del rettore della Sapienza, anche questa dedica è una polpetta avvelenata. Non mi piace nemmeno la contestazione: non sono mai daccordo a mettere bavagli, ma voglio almeno dire che celebrare lo Stato d’Israele mentre succede quel che succede, era da evitare. Meglio la cultura ebraica, che è cosa diversa.

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  6. mario pandiani

    E’ uno dei tanti “Comma 22” della situazione culturale di questi tempi.
    Ormai sono abituato a vedere questi impasse politicoculturali e il proverbio viennese di Magris mi sembra adeguato, ma non solo verso i contestatori.
    Vediamo di capire; un’istituzione colturalcommerciale importante invita lo stato di israele (o i suoi scrittori, non ho ancora capito chi dei due) in occasione dell’anniversario della fondazione di quel paese, fatto storico di una certa rilevanza.
    Il contesto permette (forse) un confronto tra il pubblico (o gli intellettuali) italiano e questi autori, di cui tutto si può dire tranne che scrivano male o che siano filogovernativi.
    Dall’altra parte scatta automatico il dissenso su un pensiero molto semplice; Israele=oppressione dei palestinesi.
    Pensiero semplice ma incontestabile, dunque aperto al dissenso.
    Il problema mi sembra però quello dei modi, da un link di Sparz leggo che una commissione governativa israeliana “usa” gli scrittori attuali di quel paese per propagandare all’estero un’immagine, aspetta, com’è che dice… ecco, “attraente e sana” di Israele (pensare che noi usiamo Dante letto da Benigni).
    La mossa non è stupida e certo non sono dei Faletti ad essere utilizzati, ma dei pezzi da 90 della letteratura moderna, la battaglia mediatica in questo caso si combatte con armi sofisticate, che richiedono risposte adeguate.
    Purtroppo siamo ancora, per quello che riguarda il dissenso, a Vattimo e agli indiani metropolitani, al cascame ideologico del movimento, a delle parole d’ordine rozze e generiche.
    Invece di intervenire nel contesto e incalzare (o confrontarsi con) gli interessati su temi concreti o sulle loro posizioni in merito, o su come pensano che la loro letteratura possa influenzare quella situazione in un senso o nell’altro, se sono religiosi e come considerano religiosamente quello che il loro stato confessionale sta facendo, se sono consapevoli di essere l’immagine buona di un paese fascista, sono tante le cose che sarei curioso di sapere, si preferisce chiudere occhi orecchi e bocca e si contesta, (si boicotta, ma come, in che termini), il fatto in se “usando” i palestinesi come eclatante argomento passepartout.
    Tra i luoghi comuni sugli ebrei c’è quello che, (per nascondere il disagio del fastidio che procurano ad alcuni, o semplicemente per stabilire un’alterità), dice che sono molto intelligenti, l’impressione che ho nel caso presente è che si tema questa caratteristica.

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  7. francescomarotta

    “(pensare che noi usiamo Dante letto da Benigni).”

    Sarà, e sono sostanzialmente d’accordo: mi risulta, però, che almeno fino ad oggi non abbiamo trasformato la Val D’Aosta o la Basilicata in un immenso lager dove teniamo rinchiusi, senza acqua e generi di prima necessità, un milione e mezzo di esseri umani.

    “Purtroppo siamo ancora, per quello che riguarda il dissenso, a Vattimo e agli indiani metropolitani, al cascame ideologico del movimento, a delle parole d’ordine rozze e generiche.”

    Mario, mancava solo l’accusa di antisemitismo ed eravamo a posto.
    Chi sa perché, poi, tutti quelli che hanno qualcosa da ridire su quanto a voi pare chiaro e corretto, non esprimono altro che pensieri rozzi e generici, frutto di “cascame ideologico” (sic!).

    “… non sono dei Faletti ad essere utilizzati, ma dei pezzi da 90 della letteratura moderna, la battaglia mediatica in questo caso si combatte con armi sofisticate, che richiedono risposte adeguate.”

    Perché non provate ad informarvi su quanti, e quali, grandi scrittori e poeti ebrei israeliani e arabi israeliani hanno apertamente manifestato, con prese di posizione chiare e nette, contro la sceneggiata propagandistica torinese. Ma quelli non fanno testo, anche perché non appariranno mai nei tg o a portapporta né loro né i rappresentanti della società civile israeliana contrari tanto all’occupazione, e alle sue devastanti conseguenze, ieri e oggi, quanto all’esposizione e all’esportazione di una cultura che, chi sa mai perché, in questo caso, da parte vostra, si vuole asettica e staccata dai problemi politici reali.

    Coi proverbi viennesi del signor Magris e delle anime belle dei manifesti, tutti in cerca di visibilità e legittimazione, mi ci pulisco il culo: vengo da una famiglia di cui facevano parte uomini che in campi di concentramento come la attuale striscia di Gaza ci sono stati, e qualcuno ci è anche rimasto, tra il 1943 e il 1945. Ed è grazie a loro se oggi tanti intellettualini e intellettualoni possono fare sfoggio della loro superiore visione delle cose, del loro superiore senso storico, politico, culturale, etico. Ma questo, molto probabilmente, l’hanno dimenticato, ammesso che lo abbiano mai saputo.

    p.s.

    Immagino che quel “tutti in cerca di visibilità e legittimazione” faccia incazzare, e non poco. Mai quanto possa far uscire fuori dai gangheri il vedersi, in modo diretto o indiretto, bollati come inqualificabili “non so che” ogni volta che si apre la bocca per dissentire contro determinate scelte.

    Prendete atto che, vi piaccia o meno, in questo paese, per fortuna, c’è ancora gente che non la pensa come voi. Ne volete la riprova? Portate l’appello ai capi della “banda bassotti” arcoriana: ve lo firmano in tre secondi.

    Saluti e baci.

    fm

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  8. vbinaghi

    Inoltre.
    Dato lo strapotere mediatico e politico mondiale di cui gode (che significa da sempre impunità rispetto alle varie risoluzioni Onu) di cui Israele gode, questo appello sa tanto di adunata in soccorso del vincitore.

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  9. sparz

    francesco non potrei essere più d’accordo di così. Mi spiace per la posizione di Magris, che personalmente conosco e stimo, ma temo che quando si tocca il tasto dell’ebreitudine sul quale ha così tanto lavorato nei suoi libri (tipicamente “lontano da dove”) perda anche lui il lume. Quanto al malcelato antisemitismo contenuto nei “luoghi comuni sugli ebrei”, confesso che c’è uno di questi luoghi, forse non tanto comune, che particolarmente mi spiace, ed è il ritenersi, da parte di una certa fetta di loro, “il popolo eletto”, più o meno consciamente. Di questo ho liberamente parlato con alcuni cari amici ebrei, che pure deploravano la cosa, ma la convinzione serpeggia più di quanto non si pensi, ovviamente, e a torto, alimentata dalle vicende storiche di settant’anni fa che nessuno mai in nessun modo ignora e dimentica.

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  10. Giovanni Nuscis

    Ho espresso su NI la mia adesione ad accogliere gli scrittori israeliani alla fiera del libro, nella forma del sostegno agli organizzatori (che, sono d’accordo con Sparz e Mario Bianco, hanno perso un’occasione per avere intorno a un tavolo israeliani e palestinesi). Nessuno mi farà mai cambiare idea sulla doverosa, libera circolazione degli scrittori e intellettuali di tutto il mondo, compresi quelli nati e/o residenti in stati responsabili di politiche criminali, come nel caso di Israele. Salvo che gli invitati non abbiano commesso essi stessi, personalmente, crimini o assunto forme di connivenza per azioni criminali. Per me questo è un principio di civiltà inderogabile che va difeso coi denti, qualunque ne sia la premessa e il contesto; così come va difeso il diritto di esprimere dissenso anche duro purché non diventi liberticida o offensivo della dignità altrui.

    Io amo il popolo ebreo, ma quel loro sentirsi “popolo eletto” è pericoloso, può celare una tendenza narcisistica all’incontaminazione, in palese controtendenza con l’apertura multietnica del mondo.

    Giovanni

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  11. francescomarotta

    Giovanni, io contesto solo il fatto che qualcuno voglia far passare coloro che, per motivazioni che anche tu richiami, non sono d’accordo sui modi e le forme della “parata” celebrativa (disgiunta, tra l’altro, da ogni riflessione o critica nei confronti di un vero e proprio genocidio in atto nei “Territori”, che in troppi fanno finta di non vedere), come dei mentecatti, ottusi, provocatori ed altre amenità del genere.

    Grazie, Antonio. Le vicende storiche di settant’anni fa qualcuno se le porta sulla pelle da quando è nato. Io da cinquantatrè anni. Pensa cosa si debba provare, allora, a sentirsi dare, in modo diretto o indiretto, dell’antisemita. E solo perché qualcuno ha sposato la causa di un insulso appello (“insulso”, per me, almeno in quella forma) e rivendica la chiarezza e la libertà della sua posizione, senza nemmeno lontanamente sognarsi di attribuire, a chi non è d’accordo, un pensiero che nasce negli stessi esatti termini.

    fm

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  12. rferrazzi

    Ho sottoscritto questo appello anche se non condivido la politica di Israele nei confronti dei Palestinesi. Continuo a pensare che la politica sia una cosa e la letteratura sia un’altra. Si potrà discutere sull’opportunità di invitare gli scrittori israeliani oggi piuttosto che in un altro momento, ma è un fatto che questi autori hanno creato una letteratura sulla quale non avrebbe senso chiudere gli occhi. Non vedo come sia possibile un qualunque barlume di pace se non si comincia a conoscersi e a riconoscersi. E, non ultimo, non dimentichiamo che la pace e la guerra in Medio Oriente dipendono dai diretti interessati, non certo da noi. Noi facciamo soltanto il tifo per l’uno o per l’altro (e forse sarebbe bene evitare di diventare degli ultrà).

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  13. JP Rossano

    L’appello di Raul Montanari di solidarietà nei confronti degli organizzatori della Fiera del Libro di Torino, maltrattati da settimane per aver deciso di ospitare Israele alla prossimo Salone è stato firmato da decine di intellettuali, scrittori e semplici websurfer, e tra essi il sottoscritto.
    Se concordate con l’appello e ne avete voglia, firmate anche voi.
    Oppure non firmatelo, ma riflettete perchè, a mio avviso, resta il fatto che, seppur lecite, opinioni critiche nei confronti dell’attuale governo israeliano, dovrebbero coesistere con il rispetto per gli scrittori di quel paese.
    Boicottare la Fiera del Libro, sarebbe un colossale autogol, perché se esiste una voce davvero critica che viene dal cuore di Israele, una critica alla sua politica, questa viene proprio da quegli scrittori che si vorrebbero boicottare. Sarebbe come dimenticare (errore in cui sovente si incappa) che la critica ad una certa politica degli Stati Uniti viene proprio da molti di quegli intellettuali americani che sono stati dei maestri. Se volete trovare delle motivazioni valide e ben esposte, per cui vale la pena di sottoscrivere l’appello, potete leggere quelle di Gianni Biondillo su Nazione Indiana, parole le sue, che sottoscrivo completamente.
    JP Rossano
    http://www.jprossano.com

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