Faranno un monumento alla pazienza
dei testicoli strappati agli italiani.
Nel cuore della capitale,
in Piazza del popolo.
Sarà attrazione per turisti
e per i posteri il dono di quell’oro
per la patria. Non lamentatevi.
Mai. C’è di peggio: la fame, la morte…
Non s’accordano due, che s’amano
figuriamoci mille, estranei.
Tenete dunque stretto ciò che avete.
Arrangiatevi. Tutto è consentito
a patto di non farvi scoprire.
Sapete – no? – com’è complesso il mondo.
Per questo ci sta la politica…
Chi è in gamba, vive e lascia vivere.
“Il somaro” diceva il contadino
“mangia la paglia, il furbo beve il vino”.
Siamo coloro che anche voi sareste,
al nostro posto. Perché
tanti discorsi di principio?
Non riuscirete mai a contenerci.
Sarete qui a votarci nuovamente
o a strisciare, per imitarci…
…E’ ripartita la giostra dei nomi
intorno a simboli e poli.
Canteranno le casse dei partiti.
E gongolano e fremono i potenti
pronti ad infilarsi e a manovrare
suoi nuovi cavalli di Troia.
Squalo mangia squalo ma
si rigenera il branco.
Non sarò più azionista
di un’impresa fallita in partenza.
Può un gesto di fede per anni
finire in un’urna di cenere?
Faccio voto di vendere caro
il mio voto e la pelle.
E col pollice verso
mi schiarisco la voce e voi amici
fate ciò che credete.

Caro Giovanni,
il fatto è che sappiamo benissimo che non si tratta quasi mai di pazienza, ma di altre cose, nessuna delle quali troppo nobile.
Pazienza e impazienza possono essere entrambe sante, a seconda dei casi; ma in certi casi la pazienza, se non è vera e propria santità, non può essere che vigliaccheria o malafede pelosa.
Conforto e terrore hanno una causa sola: che Dio ci guarda.
Un caro saluto,
Roberto
Caro Giovanni,
come darti torto? il paese è alla deriva, simpatici o antipatici comunque sempre le stesse facce.
Eppure pensa, continuiamo ad essere la settima potenza economica e mi chiedo: ma chi la fa la classifica?
Siamo sempre il miracolo economico solo perchè siamo il ponte sul Mediterraneo e quindi territorio strategico. Questo fa si che la torta sia sempre ricca e che siano sempre i soliti a spartirsela. Così perdiamo tempo, indipendentemente dalle mie simpatie/antipatie politiche e si continuano a sperperare i soldi di tanti onesti lavoratori che alla fine del mese non arrivano perchè prima hanno pagato le tasse.
Pollice verso, che dire? come mia madre? “si stava meglio quando si stava peggio!” stringiamo i denti e pensiamoci su e speriamo con l’aiuto di Dio di poter cambiare qualcosa almeno per i nostri figli. Impegniamoci ma altro che mille!?! come si fa a cambiar le facce? mi piacerebbe metterci la mia ma son figlia di nessuno, però proviamoci, già qui siamo in tanti.
un abbraccio
Stella
p.s.: il mio nome su quella stele c’è anche se gli attributi son diversi
Giuste lamentazioni, giusto piglio, bel finale – sia poetico che per la decisione presa.
Giovanni conferma pienamente le sue capacità di rielaborazione dell’oggi, cosa sempre molto difficile, specie in poesia. Il risultato è questa inappuntabile poesia civile, che non ammette repliche.
Saluti e complimenti
Antonio
‘Non s’accordano due, che s’amano
figuriamoci mille, estranei.
Tenete dunque stretto ciò che avete.’
questa terzina mi piace proprio!
evviva la pazienza
e ciao Giovanni
C.
Ormai i morbi della politica italiana hanno imparato la partenogenesi. La peggiore degli ultimi giorni è che il referendum sulla legge elettorale, che avrebbe messo il parlamento di fronte alle proprie responsabilità e incapacità, slitterà di un anno. Così saranno di nuovo i soliti a decidere. Non so, non ho tanta voglia di credere alla pazienza: dopo il quinto lifting di Berlusconi, credo che i vecchi non abbiano alcuna intenzione di lasciare gli scranni. Né a Montecitorio, né nelle redazioni dei giornali, né sotto la Minerva, né nelle imprese. Eppure, basterebbe far sentire un po’ di rabbia, ogni tanto. Basterebbero più poesie come questa…
Saluti.
Caro Giovanni torno ora da un turno in fabbrica purtroppo mi sa che son nei somari, ma la poesia mi piace. notte
Cari Roberto, Stella, Antonio, Carla, Michele, Nadia, vi ringrazio per le vostre parole.
La pazienza, qui, è un eufemismo: leggi, coglionaggine.
E’ evidente che si è stati deprivati, oltre che dei sogni, di qualcosa che c’era dovuto (l’utilizzo corretto, ad esempio – secondo la nostra sensibilità e senso di giustizia – del denaro pubblico); consapevoli allo stesso tempo che ciò che avremmo dovuto dire e/o fare di utile non lo abbiamo invece detto e/o fatto.
Il “buon senso” (i versi in corsivo) dei politici ci giunge così dai media come un anestetico che rassicura, smussa, normalizza tragedie, farse e anomie per mero decorso/concorso del tempo, che tutto tritura e fa obliare; più di rado decuplando, invece, rabbia e indignazione.
Così la resa e l’impotenza, spesso, si confondono con una resistenziale, caricaturale fiducia.
Giovanni
dopo metà Ferrara e un quinto di Bignardi, come scrivevo in ML, ti do pienamente ragione, Gianni.
Bisognerebbe, Fabrizio, mettersi a misurare il tempo che in tribune e dibattiti si dedica, nel concreto, ai problemi reali, invece che all’autopromozione o ai messaggi trasversali ad amici e nemici, per tessere o smantellare alleanze.
Giusta indignazione, Giovanni! E la questione è meno facile di quanto non si possa pensare, se è vero come penso sia vero quanto dici:
Siamo coloro che anche voi sareste,
al nostro posto. Perché
tanti discorsi di principio?
che dà voce a un comune sentire non certo minoritario.
Proprio così, Giorgio.
Non sbaglia Massimo Onofri quando scrive che i politici, in fondo, sono migliori di molti di noi. La furbizia in Italia è connotato etnico. Chi fa il contrario, e magari lo dichiara, viene preso da idiota o da ipocrita da attendere al varco. “Tutti abbiamo un prezzo”: altra (rivoltante)saggezza popolare.
In altri paesi, onestà e correttezza sono comportamenti civici, conditio sine qua per essere comunità.
il voto… un vuoto a perdere, purtroppo
ecco uno dei miai tanti racconti, buona pasqua e buona lettura, ciao luigi
(Prosa di Luigi Di Ruscio pubblicata nel gennaio 2008 nel supplemento mensile “il Mese” di RASSEGNA SINDACALE )
LA POESIA E LA FABBRICA
Mi alzo alle cinque del mattino, ecco la fabbrica, il reparto che richiede una frenetica mobilità sino a farmi crollare per lo sfinimento, tenere in movimento tre trafilatrici, correre da un punto all’altro della crisi dei fili, poi di corsa a casa in bicicletta mettere subito in movimento la macchina da scrivere oggi bene ripulita con l’alcol denaturato ed è bella anche a vedersi, azzurrina come è e dopo aver fatto lo schiavetto tutto il giorno eccomi davanti ai verbi, riferire le notizie della nostra brutalizzazione, i disoccupati, gli esclusi dall’inferno quotidiano si disperano, reclamano un posto in questi gironi infernali, ecco le poesie dirette solo a chi ha raggiunto un alto grado di alfabetizzazione e solo un minimo grado di brutalizzazione, poesie da spedire ai complici della congiura poetica, riferire il grado della nostra pericolosità, e quando raccontavo ad un cieco dalla nascita tutto quello che vedevo io riuscivo a vedere meglio, riferire il grado raggiunto del nostro complotto poetico, esprimere il massimo delle rivelazioni con un linguaggio il più ludico possibile, un linguaggio che dovrebbe essere anche irrisione dei linguaggi aulici, autorizzati, come se il vedere fosse possibile solo attraverso una grazia gratuita data disinteressatamente essendo tutti peccatori e non meritano che l’inferno della cecità.
Dopo l’orrore d’ogni giorno a casa quando mi metto a scrivere l’urlo di quell’orrore è ancora tutto presente, in tanti poeti la condizione dei culi seduti s’introdurrà nelle loro poesie, io sono in piedi per troppo tempo perchè la posizione eretta sia quella dominante e mi ripeto continuamente: NON INDEGNAMENTE MI ADDENTO NELLE TELEBRE e la presenza degli oppressi e stritolati è dietro le mie spalle e quando scrivo le scariche dell’Olivetti studio 46, macchina da scrivere rumorosissima è come se partissero le scariche di un ammattito kalashinikov e la consorte diceva che le scariche le sentiva appena imboccava lo stradone che la riportava a casa e i vicini domandano: Ma signora cosa ha da scrivere tanto suo marito? È italiano sa signora, scrive solo in italiano e neppure io so con precisione quello che mi combina. La cosa è scusata, proviene da uno straniero, strano, estraneo, stranito, estraniato. Ed è perfettamente vero, mia moglie parla solo il norvegese e neppure lontanamente immagina tutto quello che vado scrivendo e gliene importa anche poco di saperlo, insomma sono una curiosità compatita. E un giorno improvvisamente mi ha detto, caro marito con il tuo cognome qui non si va più avanti, mi riprendo il cognome tanto facile che avevo da ragazza, basta con questo D come David, I per Irene eccetera e con nome da ragazza più leggermente varcherà le porte delle provvidenze burocratiche senza dover spiegare anche a quel Porco le provenienze di un cognome così assurdo.
Mi informo della condizione operaia in Italia pare che per essere assunti alla Fiat visite mediche di tre giorni, medici al servizio della salute della Fiat, il padrone scruta con molta attenzione il nemico, medici non al servizio della salute degli uomini ma al servizio dei profitti della fabbrica, il medico tasta le nostre palle, introduce il dito nel buco del culo, non si capisce che cazzo vanno cercando, l’operaio è immesso in una continua brutalizzazione, in un massacro continuo la prima cosa che se ne va a puttana è la nostra umanità. L’oppresso si identifica con l’oppressore che diventa il modello della quotidianità, la criminalità ha i suoi modelli sublimi, il tutto è espresso dall’urlo, gli urli delle partite di calcio, l’urlo dei versi, l’urlo della
Guernica.
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